ANDARE PER GRAND HOTEL
Gabriella Ziani | Il Ponte rosso n. 128 - giugno 2026 | Sì viaggiare
La proposta di un itinerario tra le architetture magniloquenti, gli arredi eleganti e i menù alettanti delle strutture alberghiere di lusso
Risuona in questi megapalazzi da 400 e più stanze tutto il carillon che il lusso è in grado di suonare
di Gabriella Ziani
stampa da un acquerello di Fortunino Matania
Nella bella collana del Mulino intitolata Ritrovare l’Italia, che si sgrana per itinerari tematici i più vari (Andare per parchi nazionali, Andare per università, Andare per le piazze, Andare per i fari, Andare per l’Italia razionalista e così via: per stregoneria, per eremi, per saline, per caffè storici e colonie estive) è uscito adesso un gustoso reportage sui Grand Hotel, che ripercorrendo i variabili flussi turistici d’élite fra fine ’800 e primi decenni del ’900 articola un viaggio storico-sociale nell’imprenditoria del lusso, nella magnificenza architettonica e degli arredi, sbircia nei menù dell’alta cucina rigorosamente di marca francese, nei costosi vezzi dei viaggiatori aristocratici per titolo o per conto in banca, e individua nelle sfarzose stanze il passaggio di una infinita serie di grandi scrittori, letterati e musicisti, divi del cinema e vip danarosi, senza dimenticare i capi di Stato, in sosta personale o impegnati in meeting planetari.
Articolato per luoghi (Riviera ligure, Golfo di Napoli, Sicilia, costa Adriatica, laghi e monti) ma anche per temi di vivace approfondimento (i menù, il costo di una stanza, il mito trascolorato nella cultura popolare e nel cinema), è un lavoro anche divertente per la massa di notizie e aneddoti quello che ha cucito Stefano Pivato, già docente di Storia contemporanea nelle Università di Urbino e di Trieste. Non è chiaro perché – avendo avuto base proprio a Trieste – infili sugli hotel triestini un paio di imprecisioni: dice dell’ex Hotel de la Ville, già Metternich, al tempo d’avanguardia per aver installato nel 1911 il primo ascensore della città, che «oggi è sede della Fincantieri ubicata direttamente sul porto», mentre affaccia sulla Rive, dove, all’epoca della sua costruzione, erano ormeggiati i velieri, a distanza sia dal Porto vecchio che dal Porto nuovo.
Altrettanto vale per l’Excelsior Palace (1913), diventato Savoia Excelsior Palace dopo la fine del primo conflitto mondiale. Costruito dall’architetto viennese Ladislaus Fielder, in stile eclettico, fu dagli irredentisti sprezzato come «tedesco», gli italiani sollecitati a snobbarlo. L’autore però fa risalire la sua ristrutturazione «nella veste attuale» al 1976, mentre il restauro definitivo che gli ha restituito vesti sontuose è del 2009, con la proprietà di Starhotels, cui ancora appartiene.
Per i Duchi d’Aosta sembrano sufficienti le notizie storicamente accreditate: fu Locanda Grande fin dal 1500, ospitò fra gli altri Horatio Nelson, Giacomo Casanova, Carlo Goldoni, Gioacchino Murat, Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, e fu macabro teatro nel 1768 dell’assassinio dell’archeologo Johann Joachim Winckelmann. Poi il Comune decise di sostituirla con un edificio più elegante e il bando di gara fu vinto dalle Assicurazioni Generali, già proprietarie, sul lato opposto, di Palazzo Stratti. Notizie particolari su questa storia, che è alla radice dell’assetto di Piazza Unità, si trovano in Trieste 1872-1917, Guida all’architettura a cura di Federica Rovello (Mgs Press, 2007 e 2024). Le Assicurazioni Generali vincolarono la municipalità a lasciare la piazza «libera e aperta» per consentire la piena visibilità dei suoi due edifici, pena un indennizzo di 55 mila fiorini qualora entro 99 anni se fosse ostruito lo spazio con nuove edificazioni. Da questo accordo stipulato nel 1872 nacque, su progetto degli architetti Eugenio Geiringer e Giovanni Righetti, l’Hotel Garni (cioè “ammobiliato”), rimasto tale e quale fino a oggi anche nei successivi passaggi, Hotel Vanoli dal 1912, Duchi d’Aosta dal 1972.
Primi del Novecento
Sono, questi, dettagli di cultura locale che l’autore non era obbligato a conoscere o citare, tanto ha da ricostruire nel viaggio tra questi luoghi tipici dello status symbol, ai quali diede impulso la clientela straniera, e specialmente nordica, che – abbandonato il Gran Tour settecentesco – cominciò a svernare nella dolcezza del clima italiano, prima di tutto sulla Riviera ligure, luogo di primo approdo. Erano inglesi, tedeschi, russi, «conti e baronesse, artisti e faccendieri», che per meglio passare il tempo di svago importavano le proprie comodità: il tennis debutta a Bordighera, il golf e il cricket a Sanremo, il gioco d’azzardo a Ospedaletti, evoluzione delle già tante Kursaal affiancate al corpo degli hotel.
Un altro potente motore nello sviluppo di questi giganteschi palazzi che plasticamente incarnano lo stile e lo spirito della Belle Epoque, esondando nelle rifiniture di stampo Liberty o neorinascimentale, e imitando il lusso delle residenze aristocratiche, furono le Esposizioni universali, a Londra, Parigi e Vienna, capaci di mobilitare milioni di visitatori, ma pare che il top si trovasse allora in Svizzera, dove allo sfarzo si univano «la vista» e deliziosi parchi. Proprio dalla Svizzera venivano sia l’invenzione dell’ascensore (Schindler, 1874) e sia il signor César Ritz, che cominciò la propria avventura come cameriere a Parigi e poi fondò la grande catena alberghiera di espansione (e fama) mondiale.
Ma ogni storia è una storia, e ciascuna ne scoperchia mille, tra usi, costumi, mode e flussi di ceti sociali, ascese e cadute, architettura e imprenditoria, snobismi e capricci, arte e pubblicità (quest’ultima a firma di grandi cartellonisti, tra cui il triestino Marcello Dudovich che nel 1922 per promuovere Rimini «ritrae una donna in costume da bagno e con la pelle abbronzata che cavalca un delfino rosso», mandando «in soffitta le pudicizie ottocentesche»). Insomma risuona in questi megapalazzi da 400 e più stanze tutto il carillon che il lusso è in grado di suonare, al trillo rutilante dei quattrini. Un mondo da sogno entrato nei romanzi rosa degli Anni Trenta, nel cinema (su tutti, Fellini con Amarcord) e popolarmente celebrato nel ’46 con la rivista di fotoromanzi intitolata proprio Grand Hotel, antesignana cartacea delle serie tv, che nel 1950 vendeva un milione di copie. Fino ad arrivare all’occhio critico dei filosofi del Novecento, i quali censurarono un tale “capitalistico” abitare che corrompeva i limiti della borghesia (György Lukács), e ne decretarono (Marc Augé, Zygmut Bauman) una natura di «non luogo», al pari dei centri commerciali.
pp. 187, euro 15,00
Oggi ormai questi alberghi, che già avevano fatto a gara coi fasti del treno ben arredato, hanno concorrenza dalle navi da crociera, una imitazione dell’imitazione del lusso esorbitante (che spesso cade perciò nel pacchiano), e sono a propria volta eredi dei mitici primi transatlantici, essi pure griffati dai migliori nomi dell’architettura e dell’arte, e altrettanto esigenti in fatto di abiti da sera e smoking, e rigorosi sulla moda francese a tavola (maestro indiscusso il celebre Escoffier).
Ci pensò il fascismo, con la sua dittatura autoctona, a piallare (ma non sostituire nei piatti) questi vezzi stranieri, ridipingendo i vol au vent come “volo al vento” e il soufflè come “soffiato”. Peggior sorte per un hotel Chamberlain storpiato in “Cimberlino” e un Buenos Aires in “Buonaria”: dallo snobismo al ridicolo in un attimo.
Intanto l’hotellerie si era espansa dappertutto: a Napoli (fascino dell’archeologia), a Palermo (per la scoppiettante intraprendenza di Donna Franca Florio), a Venezia, dove nel 1906 viene fondata da Giuseppe Volpi di Misurata e da Vittorio Cini la Compagnia italiana grandi alberghi (Ciga), che con il Danieli e il Gritti, allestiti nei palazzi che erano stati residenza dei dogi, raggiunse nel primo ‘900, giudica Pivato, «il massimo livello per il turismo ricco». Sugli ospiti illustri la lista che l’autore colleziona per ogni albergo è tale che sembra non mancare nessuno, in sosta qua o là: Hemingway, Fitzgerald, D’Annunzio, Nietzsche, la Duse, Wilde, Puccini, Wagner, Mascagni, e più tardi la Callas con Onassis, molti dei quali pare abbiano iniziato o completato in quelle sale, fra sete e boiserie, alcune delle loro opere più famose, mentre Thomas Mann ambientò il suo Morte a Venezia all’Hotel Des Bains del Lido.
Seppure ancora oggi quelli che restano siano in pieno fulgore, rappresentano – dice Pivato – solo il 2 per cento dell’hotellerie totale, e si capisce, ora il turismo è di iper-massa e dilaga in B&B e affitti brevi, sgranocchiando i centri storici fino a livelli di allarme. Non tanti possono permettersi una stanza con molte stelle. Il reportage storico riserva anche in questo caso simpatici dettagli. Quanto costava, si chiede l’autore, un soggiorno in questi templi del lusso nell’epoca d’oro? E risponde: una media di 10 lire al giorno, quando un bracciante ne prendeva 1, o 1,50. Nel 1930 il costo era salito a 120-160 (il manovale ne percepiva 150-300, ma al mese). L’Excelsior Palace di Venezia Lido raggiunse le 210-280 lire quotidiane, senza contare l’infinita varietà degli “extra” e il fatto che la créme de la créme viaggiava onusta di parenti e domestici al seguito, tutta una compagnia di conforto con relativo ciclopico bagaglio (abiti per ogni ora del giorno e della notte) e conseguente necessità di facchini, cameriere, assistenti. Un trasloco, con ore e ore di treno, e i forzieri al seguito. Le fatiche del bel vivere che hanno fatto storia.
