ALLA CONTRADA TRA SATIRA E BALLETTO

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di Luigi Cataldi

Emanuela Grimalda

Dio è una signora di mezza età

Dio è una signora di mezza età, andato in scena il 6 dicembre scorso al Bobbio di Trieste, prodotto dal Teatro La Contrada, è un vivace spettacolo leggero, che sarebbe sbagliato prendere alla leggera, perché offre una satira intelligente e tagliente della nostra società. Emanuela Grimalda lo ha scritto e interpretato, Massimo Navone ne ha curato la regia e, insieme a Enza De Rose, si è occupato dei suoni e delle immagini, Giovanni Battistini ha predisposto le luci.

Emanuela Grimalda è triestina, ma è nella Bologna degli anni Ottanta che ha avuto la sua formazione professionale (Dams, Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone) e politica (Arcigay “Cassero”). Le sue esperienze artistiche, perciò, partono da una visione civile e politica della società, fin dagli esordi bolognesi con il Circolo culturale “Terzo piano” e il collettivo di attrici comiche “Riso rosa”. Il trasferimento a Roma le apre la strada del cinema (Uomo d’acqua dolce del 1996 con Antonio Albanese, La bellezza del somaro del 2010 con Sergio Castellito, fra le altre cose) e della televisione (Un medico in famiglia, I Cesaroni, Boris ed altro).

Dio è una signora di mezza età risale al 2010, ma è attualissimo, sia perché molti temi (quello della diversità di genere soprattutto) erano già chiaramente delineati fin dalla prima versione, sia perché in più occasioni riscritto e aggiornato all’attualità più stretta. In effetti è consolante e può riconciliare con la fede persino un vecchio scettico come me sapere che dio è contrario all’ovovia e al ponte sullo stretto. Suscita tenerezza questa signora-dio con le rughe, che manca di autostima al punto di dubitare della sua stessa esistenza, che subisce le angherie degli uomini e non le può punire, visto che si è data per unica legge quella di fare il bene. Eppure, colta dall’ira per ciò che vede sulla terra, a volte immagina che gli uomini partoriranno con dolore assistiti dalle compagne che li esorteranno a spingere e a emettere respiri ritmati e, quando la sopportazione giunge al colmo, arriva a pregustare uno spaventoso giudizio universale durante il quale pronuncerà parole terribili: «Hyltorp Hingatorp Skansnas» (o qualcosa di simile visto che le mie umane orecchie male intendono il sovrumano verbo). Sanscrito? Aramaico? No, catalogo Ikea! Vi è poi una irresistibile storia della Genesi al femminile in questo universo nato perfetto, ma subito afflitto da manchevolezze (i buchi neri e le buche di Roma), fra miracoli inutili (camminare sulle acque quando basterebbe prendere un pedalò) e altri davvero ardui da farsi (trovare un posto all’asilo nido).

Oltre a dio nello spettacolo compaiono altre donne, vittime delle inclinazioni tipiche della nostra epoca alle quali non sanno sottrarsi. Una ha raggiunto la felicità smettendo di pensare e ti insegna come fare altrettanto; un’altra, ricca e cinica, legge Vanity fair e compra solo ciò che è caro (anche, se potesse, l’«ermo colle», che a Leopardi «sempre caro» fu); un’altra ancora ha ucciso il fidanzato, che minacciava di divenire un ingombrante padrone, con un osso di prosciutto e poi lo ha cucinato e mangiato. Infine arriva Orietta dalla provincia di Reggio Emilia, che a 84 anni attende chi l’aiuti a diventare madre, un diritto che altrimenti le sarebbe negato. Emanuela Grimalda, dopo averle create, dà voce a queste donne con ironica compassione e tiene la scena con sicurezza invidiabile. Se la lingua di dio, il veneto, non piace, minaccia il pubblico triestino di mutarla in «furlan». Ironizza sull’età degli spettatori e annuncia il titolo del prossimo spettacolo, Moc, che sarà gratuito per tutti gli affetti da osteoporosi. Insomma un’ora e un quarto di ritmo e di ironia; un invito a riflettere sul nostro dissennato presente. Il pubblico ha riempito quasi per intero il teatro e ha applaudito con calore.

Lo schiaccianoci
Corpo di ballo del Balletto di Siena

LO Schiaccianoci

Non c’è Natale senza Lo Schiaccianoci di Čajkovskij. Quest’anno è andato in scena al Teatro Bobbio della Contrada lo scorso 10 dicembre in una bella versione del “Balletto di Siena”, compagnia nata nel 2011 e da allora, sotto la direzione del maestro di danza e coreografo Marco Batti, divenuta una realtà importante del panorama artistico italiano e internazionale.

L’allestimento, ideato dallo stesso Batti nel 2016, è tradizionale, ma vivace, mai statico e perciò da allora gode del favore del pubblico. È tradizionale come i soldatini schiaccianoci e i topini natalizi che si trovano ancora oggi nei mercatini natalizi e che forse ispirarono Lo Schiaccianoci e il re dei topi di E. T. A. Hoffmann del 1816. Da lì, attraverso la versione meno inquietante di Alexandre Dumas padre (1845), viene anche il fortunatissimo balletto di Marius Petipa con le musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij andato in scena per la prima volta al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo il 17 dicembre 1892. La storia è arcinota. C’è una festa natalizia dei signori Stahlbaum, c’è lo zio Drosselmeyer un po’ stregone, che porta doni ai bambini e, alla giovane Clara, un amatissimo soldatino schiaccianoci. C’è poi una notte agitata da sogni e incubi. Un’orda di topi minaccia Clara, un esercito di soldatini la difende. Dopo la battaglia vittoriosa lo schiaccianoci diviene principe e accompagna Clara in una foresta incantata, poi nel Regno dei dolci al ricevimento della Fata Confetto. Infine c’è il risveglio di Clara a fianco del soldatino ridivenuto di latta nella sua rassicurante casa. A pensarci, in questa storia tutto pare avere due facce. C’è la veglia di Natale coi parenti, gli amici, i doni, ma anche la notte di inquietanti incubi. Ci sono i rassicuranti e protettivi signori Stahlbaum, ma anche Drosselmeyer, che, con i suoi doni che prendono vita, della vita lascia intravedere il lato oscuto. C’è Clara, che nello schiaccianoci vede un intero mondo e il suo sperato avvenire, ma c’è anche il fratello Fritz che si annoia subito dei doni ricevuti e rompe quello della sorella. C’è insomma, ridotto a rassicurante fiaba natalizia, «il guazzabuglio del cuore umano».

Non la ricerca del nuovo e meno ancora del sensazionale, ma della coerenza e della chiarezza hanno guidato la rivisitazione fatta da Batti delle coreografie di Petipa: simmetria, vivacità, linearità. Semplici ma efficaci le scenografie (S.I.R.T. S.r.l.) e i costumi (Jasha Atelier V.I.P. S.r.l. e Nataliia Dolyk), che sembrano presi da un libro di fiabe. La compagnia è parsa molto affiatata. Bravissimi i primi ballerini Chiara Gagliardo (Fata confetto / signora Stahlbaum) e Giuseppe Giacalone (Principe / signor Stahlbaum); sognante e eterea Matilde Campesi (Clara); versatile Filippo Del Sal che ha dato vita all’inquietante Drosselmeyer e allo Schiaccianoci divenuto principe. L’intero corpo di ballo ha eseguito con naturalezza le coreografie, senza momenti statici (che talvolta si incontrano soprattutto nella seconda parte nella sequenza di danze). Va segnalata la partecipazione dell’Ateneo della danza, scuola di formazione diretta sempre da Batti, che evidentemente offre al Balletto di Siena positive energie.

Calorosi gli applausi del pubblico.