ARTURO ZAVATTINI, FOTOGRAFO NEOREALISTA
fotografia | Il Ponte rosso N.° 115 maggio 2025 | Michele De Luca
di Michele De Luca

Arturo Zavattini
Lucania, 1952
© Arturo Zavattini
Gli elementi tematici e culturali che connotano il grande movimento del cinema italiano attorno alla seconda guerra mondiale, noto come Neorealismo, sono gli stessi che tracciano la fisionomia di una indimenticabile stagione della nostra fotografia, che unitamente alla fiction cinematografica, contribuisce a disegnare il volto, ora dolente ora carico di speranze, dell’Italia di allora. Intento documentario, semplicità ed immediatezza di espressione, la “strada”, la “coralità”, il premere della storia collettiva rispetto alle vicende individuali, l’emergere di “eroi” popolari nuovi, come i partigiani, le donne che lavorano, i reduci, la povera gente, un atteggiamento critico-costruttivo, l’attenzione rivolta a cogliere il vero volto della “provincia” italiana. Come scriveva Cesare Zavattini, «il Neorealismo si pone l’obiettivo di riconoscere l’esistenza e la pena degli uomini, nella loro reale durata, al fine di corrispondere all’appello che ci viene fatto dalle vittime del nostro egoismo; appello che diventa sempre più urgente domanda di solidarietà».

Arturo Zavattini
Lucania, 1952
© Arturo Zavattini
Dopo l’epilogo tragico della guerra, la fotografia (insieme al cinema), come e forse più della letteratura, dà il suo grande ed imprescindibile apporto di verità e di “impegno”. In questo momento così intenso e partecipe della storia della fotografia del nostro paese si colloca, da grande protagonista, Arturo Zavattini (Luzzara, 1930), al quale nel 2016 venne dedicata la prima grande antologica curata da Francesco Faeta e Giacomo Daniele Fragapane al Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Nella mostra, intitolata “AZ – Arturo Zavattini fotografo. Viaggi e cinema, 1950-1960”, erano esposte oltre 170 fotografie di grande formato, in massima parte inedite, che illustravano la sua intensa attività fotografica tra il 1950 e il 1960; immagini realizzate in tante città e contrade italiane, che documentavano la vita sociale e in particolare la condizione dei bambini. Erano invece del 1960 le immagini realizzate a Cuba che includevano, con una ricca sequenza, un inedito Ernesto “Che” Guevara; quindi il mondo del cinema, attraverso immagini dai tanti set: fotografie di backstage con personaggi di grande popolarità come Fellini, De Sica, Mastroianni e Sofia Loren colti nelle pause delle lavorazioni da uno sguardo curioso e confidenziale.
«Ho sempre saputo perfettamente – ricorda Zavattini – che l’immagine fissa e l’immagine in movimento sono due cose totalmente diverse, e più volte ho affermato la mia ambizione di essere riconosciuto come fotografo, e quanto tenessi a questa cosa; ma se qualcuno mi avesse chiesto cosa intendessi, non sarei stato in grado di spiegarlo. Quando, negli anni Cinquanta, ho iniziato a lavorare nel cinema, nell’ambiente non c’era nessuno che fosse fotografo; in effetti, la fotografia era una caratteristica che mi distingueva e mi definiva. Era, in fondo, quella stessa capacità di osservare con attenzione, che oggi mi qualifica come fotografo, ma non ho mai fatto fotografie pensando di farle meglio – ma neanche peggio – di un altro: non ho mai utilizzato le mie fotografie per emergere».
Oltre che come operatore cinematografico e direttore della fotografia di molti film importanti, Zavattini è noto come fotografo in ambito etnografico per aver accompagnato Ernesto de Martino, nella sua “storica” spedizione in Lucania nel giugno del 1952 e per aver continuato a fotografare per molti anni. la sua cultura fotografica, maturò a stretto contatto anche con il realismo americano collaborando, tra l’altro, con Paul Strand nel corso della realizzazione, insieme al padre Cesare, del celebre libro fotografico Un Paese edito da Einaudi nel 1955.
è difatti con la partecipazione alla inaugurale spedizione scientifica effettuata da Ernesto de Martino a Tricarico (Matera), che abbiamo una prima serie sistematica di fotografie, utili nel documentare il Mezzogiorno italiano in quegli anni e indispensabili nel ricostruire la vicenda dell’etnografia visiva del grande antropologo. Da quel momento, la macchina fotografica segue costantemente Zavattini, compagna di viaggio e taccuino di appunti, sia nei suoi spostamenti personali, sia nei momenti di riposo o di pausa durante le riprese dei film, con attenzione particolare per la realtà etnografica, prima ispiratrice delle sue immagini, e per la realtà sociale, quale veniva riverberata nel complesso movimento di cultura politica, letteraria, artistica e visiva noto come Neorealismo. Zavattini, però, mantiene una cifra intellettuale e figurativa meno pesante, ideologica e gridata, rispetto al grande movimento coevo e la sua produzione sembra inscriversi dentro le linee di un più pacato realismo etnografico.

Arturo Zavattini
Zavattini e Che Guevara
Cuba, 1960
© Arturo Zavattini
Sfogliando ora le pagine di questo suo ultimo libro fotografico (Viaggio al sud, con testi di Francesco Faeta, edito da Postcart) riecheggiano le parole di Italo Calvino, quando scriveva nel Sentiero dei nidi di ragno: «il Neorealismo non è stato una scuola, ma piuttosto un insieme di voci. Una scoperta delle diverse Italie fino ad allora inedite». Si può comunque azzardare che, tra le ovvie diversità personali di approccio e di risultato estetico-comunicativo, le immagini di Zavattini invitano ad approfondire la ricostruzione storico-critica dell’Italia del suo – e del “nostro” – tempo, per quanto ormai lontano e “datato”, corrispondente ad una fase emblematica del percorso della società del nostro paese all’indomani dell’ultima guerra, un “comune denominatore” può essere indicato laddove la consapevolezza di vivere in un momento di rapida trasformazione ha “imposto” alla fotografia (in bilico sempre tra “documento” e “poesia”) di sentirsi particolarmente coinvolta nel cogliere e consegnare alla memoria collettiva anche i segni più intimi dei mutamenti in atto.
Scrive Faeta: «Per quel che concerne il Mezzogiorno d’Italia, la fotografia di Arturo Zavattini, interpretando le migliori direttive del grande etnologo Ernesto de Martino e, in buona misura, superandole attraverso un approccio fotografico libero e rigoroso, costruisce una diversa rappresentazione, un tentativo di andare oltre l’icona, per restituire immagini connotate dalla pura forma del realismo».
