AUTORI ITALIANI A FIUME

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Cristina Benussi firma un importante contributo sulla
letteratura italiana nel capoluogo quarnerino

di Marina Silvestri

Maria Cristina Benussi

La specificità cosmopolita di Fiume «città che la cultura aveva mantenuto italiana e capace di assorbire nei secoli una gran varietà di genti approdate al suo vantaggioso e ospitale lido», – come la definisce Franco Degrassi presidente dell’Irci nell’introduzione al volume – si delinea in tutta la sua ricchezza nel lavoro di Cristina Benussi intitolato Storia della letteratura italiana di Fiume, (Fabrizio Serra editore, Pisa-Roma 2025, pp.206), pubblicato in collaborazione e con la partecipazione dell’Irci, Istituto regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste. Una specificità che diventa nostalgia di un mondo scomparso negli autori del Novecento esuli, valore da conservare per chi è rimasto, ed anche per chi è arrivato inseguendo progetti di socialismo reale.

L’autrice, professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea, già preside della Facoltà di Lettere e pro Rettore dell’Università di Trieste, oggi responsabile della Sezione Letteratura del Circolo della Cultura e delle Arti, presenta il suo lavoro in relazione agli studi che in precedenza avevano interessato la materia. Scrive: «La produzione letteraria in lingua italiana e nei dialetti istro-veneti e istro-romanzi ha contribuito alla caratterizzazione identitaria di una civiltà italiana cresciuta in un territorio dai confini mobili» perciò la rilettura proposta nei diversi capitoli risponde alla scelta di valutare tale produzione «in rapporto al complesso sistema interattivo tra le nazioni in cui Fiume si è sviluppata, ma anche in relazione al corpus letterario elaborato nella vicina penisola, con cui si è inevitabilmente confrontata».

Una prima storia della letteratura istro-quarnerina era stata tracciata da Bruno Maier negli anni Novanta, erano usciti successivamente due volumi curati da Nelida Milani e Roberto Dobran e il saggio di Gianna Mazzieri Sanković e Corinna Gerbaz Giuliano, Un tetto di radici. Lettere italiane: il secondo Novecento a Fiume; inoltre avevano sondato la materia ricerche presenti in miscellanee come Parole lontane. L’Istria nella sua storia e nel nostalgico ricordo degli esuli, antologie su autori, correnti ed opere di coloro che hanno scritto al di qua e al di là del confine; da ultime le relazioni di convegni organizzati dall’Irci, curati dall’autrice assieme a Giorgio Baroni che dirige la collana della quale fa parte questa nuova pubblicazione.

Cristina Benussi
Storia della letteratura italiana di Fiume
Fabrizio Serra Editore
Pisa-Roma, 2025
pp. 206

Una produzione ampia che Benussi ha analizzato attraverso «scansioni storico-temporali, accorpamenti tematici e modelli interpretativi». Dai primi resti archeologici di età romana, – quando Tharsatica venne rifondata da Augusto e chiamata Flumen, – alle testimonianze di epoca cristiana della città che scelse San Vito come patrono, (Rika svetoga Vida per i croati, giunti nel VII sec.); i documenti religiosi e giuridici redatti in latino durante il Regno di Croazia, gli atti notarili e amministrativi, risalenti al Cinque-Seicento legati al nome di giureconsulti provenienti da Ancona, Ferrara, Bologna, Modena dove il latino permane, ma alcuni vengono compilati in un volgare con influssi veneti, venezianeggianti e  lombardi e in scrittura glagolitica. Quando Fiume, che da due secoli è possedimento della corona d’Asburgo, nel 1719  diventò portofranco come Trieste, era una città cosmopolita a maggioranza italiana, e a metà dell’Ottocento quando Nicolò Tommaseo raccolse e pubblicò i canti della tradizione orale, la difesa della cultura maggioritaria non entrò in conflitto con il lealismo filo-magiaro, solo ai primi del Novecento si costituì la “Giovane Fiume” di ispirazione mazziniana per opporsi alle rivendicazioni sia ungheresi che croate sulla città e agli autonomisti di Riccardo Zanella, che propugnano la tutela dell’economia e della cultura italiana in una prospettiva costituzionale che non prevedeva il distacco dall’Ungheria.

Dopo lo smembramento dell’impero austroungarico, durante la Reggenza del Carnaro, arrivano a Fiume artisti italiani, poeti, pittori, scrittori, musicisti, scienziati, e sotto l’influsso del dannunzianesimo e del futurismo nascono riviste che sono fucina di idee e laboratorio politico, su posizioni divergenti come La Vedetta d’Italia che sostiene una rifondazione della cultura fiumana latina, per cancellare quella slava, ritenuta barbara, ed entra in conflitto con i maggiori scrittori croati e fra questi Ivo Andrić. Dopo il trattato di Rapallo, Giovanni Comisso e Guido Keller fondano per protesta Yoga, portavoce delle prime istanze del fascismo delle origini, antiborghese e misticheggiante, e dopo il Natale di sangue del 1920 esce La Fiumanella diretta da Francesco Drenig, che nelle intenzioni vuole farsi luogo di confronto fra gli intellettuali italiani e slavi, e opporsi al materialismo positivista; ed ancora Delta «per affidare all’arte e alla letteratura il compito di spianare le vie politiche», scrive nell’editoriale il direttore Arturo Marpicati, – bresciano, ufficiale dell’esercito italiano, legionario dannunziano, – ma, parallelamente a quanto accade in Italia, presto si allontana dal dibattito politico per ospitare tematiche artistiche e filosofiche. Più tardi, nel 1936 verrà fondata sotto l’egida dell’Istituto di Cultura fascista del Carnaro, in concomitanza con il concordato commerciale con Belgrado, la rivista Termini, che recepisce lo spirito degli accordi. Direttore è il poeta anconitano Giuseppe Gerini, ardito di guerra. Esce un numero bilingue italo-croato, affronta il problema delle minoranze, le problematiche adriatiche, temi balcanici, ma soprattutto la grandezza della Roma mussoliniana. La redazione si avvale di contributi di letterati saggisti e traduttori che contribuiranno nel secondo dopoguerra a dare alla letteratura fiumana una risonanza internazionale.

Osvaldo Ramous

Nell’aprile del 1941 la Jugoslavia fu occupata dalle truppe naziste e da quelle fasciste provocando così la dura reazione slava. Nel novembre del ’44 venne rifondata la testata storica La Voce del Popolo come organo di stampa in lingua italiana del partito comunista di Jugoslavia, contraria a qualsiasi forma di autogestione della città, in opposizione ai vecchi autonomisti, con l’obiettivo di mobilitare gli italiani a favore di Tito. Ma dopo la firma del Trattato di Pace del 1947 la città si svuota della componente italiana; impiegati e maestranze vengono ricollocati nelle società e nelle manifatture italiane che avevano filiali sul territorio, mentre arrivano Fiume e in Istria circa tremila lavoratori comunisti ex partigiani. Afferma l’autrice: «Chi era rimasto si trovava in una situazione completamente rovesciata: non apparteneva più a una cultura di maggioranza ma di minoranza e per di più assoggettato all’ideologia politica marxista. Fiume aveva perso i caratteri di una società multiculturale […] Cambiava tutto ma gli anticorpi per rimodulare una presenza culturale italiana non erano stati del tutto eliminati». Le iniziative culturali italiane erano gestite dall’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF), i cui dirigenti vissero sulla propria pelle la risoluzione del Cominform contro Tito, molti dovettero fuggire in Italia, alcuni finirono a Goli Otok. In quel periodo Fiume vede la nascita del “Dramma italiano”, di Radio Fiume, del Circolo della Cultura; più tardi nel 1952 della casa editrice “Edit”, nel 1964 della rivista trimestrale La Battana.

Numerosi sono gli autori, giornalisti e traduttori di cui Cristina Benussi tratta, analizzandone la produzione e citando ampi stralci delle opere, permettendo così al lettore un impatto diretto con il linguaggio e i contenuti. Fra questi Eros Sequi, di Possagno, di cui ricorda le pagine di un libro di memorie intitolato Eravamo in tanti dove la guerra partigiana diventa «corso accelerato di umanità» per costruire un paese nuovo; Sequi, «gravido d’amore fraterno per i popoli slavi», quando il nazionalismo panslavo si sostituisce agli ideali del socialismo diventerà difensore del retaggio italiano; il fiorentino Lucifero Martini, che ne La lunga strada restituisce «un quadro complesso dell’epica partigiana» e analizzerà con «forte senso etico» le vicende politiche fino al disfacimento della Jugoslavia; Alessandro Damiani nato a sant’Andrea Jonio in Calabria la cui produzione letteraria e poetica si intreccia con l’attività di regista e drammaturgo per il “Dramma Italiano”; il napoletano Giacomo Scotti, autore di testi dedicati al mare e alle lotte operaie; il poeta Sergio Turconi di Varese, organizzatore ad Abbazia di convegni a cui parteciparono i maggiori scrittori europei; Mario Schiavato di Treviso che ritrae la disgregazione della millenaria civiltà contadina. Tutti trasferitisi a Fiume per vivere in un paese socialista.

Valentino Zeichen

E poi i rimasti come Osvaldo Ramous, poeta già collaboratore di Delta, Termini, La Vedetta d’Italia, che diresse il “Dramma Italiano”, convinto assertore del dialogo con il mondo slavo; centrale è nella sua opera lo spartiacque della Grande guerra che soffocò la convivenza multietnica. Le scrittrici, l’artista Anita Antoniazzo Bocchino, Serenella Zottinis, che sonda la condizione di profuga e sradicata, Livia Cremonesi Dal Fabro che cerca nell’autobiografia le ragioni sia dell’astio che della convivenza, Marisa Madieri, autrice di Verde acqua, che parte dall’autobiografia per trovare nel cerchio della vita e dell’amore una ragione superiore. Scelsero l’esilio anche gli scrittori Ruggero Gottardi, Sisinio Zuech, e Amleto Ballarini in cui è altrettanto forte il senso di spaesamento. Accanto a questi i più noti, Leo Valiani, storico, autore de La dissoluzione dell’Austro-Ungheria; Enrico Morovich a lungo presidente della “Società di studi fiumani”, «che aveva cominciato a scrivere del proprio rapporto dolorosamente interrotto con la cosmopolita civiltà friumana ben prima della vittoria di Tito anzi proprio con l’annessione di Fiume al Regno sabaudo» e raccontò il «senso d’oppressione dovuto al confine»; Paolo Santarcangeli, Pàl Schweizer, di famiglia ebraica ungherese, autore de Il Porto dell’aquila decapitata, studente a Vienna in economia e laureato a Padova in giurisprudenza, divenuto dopo l’espatrio dirigente dell’Olivetti di Ivrea che si definiva «uomo della frontiera in tutti i sensi, per le vicende della mia vita esteriore e della terra a cui appartenevo […] scosse abbastanza brutalmente dalla storia; un esule, uno zugereister, un estraneo dovunque». Inoltre Franco Vegliani, conosciuto per il romanzo La frontiera, riflessione sulle «tante frontiere luoghi di possibili conflitti», Gino Brazzoduro, ingegnere traduttore di Srečko Kosovel, Valentino Zeichen, Diego Bastianutti e Diego Zandel, partiti da Fiume da bambini in cui la memoria è filtrata dai ricordi della comunità in esilio; in anni recenti l’apporto di scrittrici che hanno riflettuto sulle trasformazioni della società jugoslava: Kenka Lekovich, Laura Marchig e Doriana Segnan.

Laura Marchig

Nella sua lettura, Cristina Benussi si sofferma sulle ragioni che ostacolarono il dialogo degli “esuli”, dimenticati in Italia, con i “rimasti” sottoposti al controllo della dirigenza jugoslava che mirava a ridurre ed eliminare tutto ciò che era italiano, a partire dall’istruzione. Il disgelo inizierà solo a partire dalla metà degli anni Sessanta con accordi di collaborazione con l’Università popolare di Trieste; negli anni Settanta la rivista Panorama diretta da Ezio Giuricin e Aldo Bencina diventerà palestra per nuovi autori, come il concorso “Istria Nobilissima”. Il libro si chiude sulla prospettiva di pacificazione espressa dalle ultime produzioni letterarie.