CIAO, UGO PIERRI
Commiato | Il Ponte rosso n. 131 settembre 2026 | Walter Chieeghin
Tarderà molto a nascere, se mai nascerà, un altro che possa prendere il suo posto
nella cultura di questa nostra città
di Walter Chiereghin

“tu sei toccato dal dito di Dio (che è l’arte, la poesia) e tutto quello che ti capita è bene, solo bene”
Anita Pittoni, Lettera a Ugo
2 novembre 1966
Ecco un altro di quegli articoli che non si vorrebbe mai scrivere, pur sapendo da tempo che ce ne sarebbe stata, imminente e incombente, la dolorosa necessità. Se n’è andato Ugo Pierri.
Una difficoltà aggiuntiva nello scriverne è la singolare sensazione di avvertirne la sua presenza alle spalle, pronto a qualche irridente acuminato commento e attento a riscontrare ogni caduta nella retorica più becera, come pure a commentare con il suo sferzante sarcasmo ogni ombra di autobiografismo da parte di chi scrive. Che è in effetti un’insidia narcisistica in chi, magari enfatizzandone i contorni, potrebbe vantare, spesso esagerandola, una vicinanza, un’assiduità, e un’intimità nel descrivere il rapporto con lo scomparso. Come nella prima bozza di questo stesso articolo, quando era sembrato opportuno o almeno non disdicevole scriverne il titolo omettendo il cognome.

Già, perché Pierri è stato un solitario tra gli intellettuali e gli artisti triestini, pure essendo ovviamente conosciuto da ciascuno di loro. Conosciuto e in molti casi temuto, per la ruvidezza con cui non si peritava di ingentilire giudizi ed epigrammi caustici nei confronti di chiunque, inclusi amici ed autorità – tanto politiche che culturali – di primissimo piano. Memorabile, per ricordarne uno, il suo commento quando in città si attendeva il possibile conferimento del Premio Nobel a Claudio Magris, scrivendo, e poi pubblicando sulle Segnalazioni del Piccolo: «No, bel!».
Eppure nell’ambiente intellettuale non era entrato certo dalla porta di servizio, ma invece, non ancora trentenne, salendo la scala a chiocciola che conduceva alla casa-laboratorio di Anita Pittoni ambiente tra i più elitari ed esclusivi di Trieste, il circolo di artisti, scrittori, poeti e intellettuali costituitosi attorno all’artista ed editrice, a Giani Stuparich e a Virgilio Giotti. Varcata quella soglia nel 1964, fu tra le più giovani presenze – assieme a Roberto Pagan e a Claudio Grisancich – ed è qui che prese forma la sua multiforme attività creativa, sollecitata, di norma vanamente, dalla padrona di casa. Dotato fin dagli anni giovanili di una solida cultura, come dimostra il carteggio con la Pittoni raccolto nel prezioso volumetto La scala a chiocciola (Battello stampatore, Trieste 2017, curato da Riccardo Cepach e Flavia Delben) che raccoglie le lettere dal 1966 al 1979, o certi suoi apprendistati quali quello con Enzo Cogno e, assolutamente extra scolastici, con Stuparich, Giotti e la stessa Pittoni, con la quale mantenne un vivace intenso e paritario rapporto fino alla solitaria scomparsa della donna, l’11maggio del 1982.

«… Ero fra lor di un’altra spece» scrive Saba nel decimo sonetto della sua Autobiografia, e certo di “un’altra spece” è stato e coerentemente è rimasto Pierri per tutta la vita, nei diversi ambiti in cui si è esercitata la sua creatività, e naturalmente la sua vis polemica. Da allora, da quegli anni giovanili assorbiti (o sprecati) con assiduità dal suo impegno come calciatore dilettante, quasi settant’anni di creatività il più delle volte regalata agli altri. Nel quotidiano artigianale assillo di distillare una frase, qualche verso o un’immagine da condividere col suo pubblico – più esiguo di quanto meritasse – in un indefesso impegno a difesa di valori irrinunciabili. Una creatività spesa a partire dalla denuncia di piccole e grandi ipocrisie, dalla meschinità piccina quando non miserabile delle nostre ricorrenti rese all’opportunità, spingendo lo sguardo sdegnato e irridente più in alto, fino a denunciare i grandi crimini dell’oppressione, della violenza, del razzismo, del militarismo e della guerra. Alla serietà di tale suo impegno ha fatto da contrappeso, tanto in ambito letterario che figurativo, una costante energia ludica e divertita, che stemperava in leggera ironia, spesso rivolta anche a se stesso e alla sua condizione umana.
In una città – quella che lui chiamava «la ridente necropoli» – e nel suo ceto letterario convintamente borghese per estrazione oppure per ambizione di crescita sociale, è stato testardamente fedele alle sue origini proletarie, il che lo induceva a proclamarsi orgogliosamente «pittore inediale, poeta espressionista-crepuscolare, scrittore di racconti tetrallegri». Già in queste auto definizioni, negli ossimori che vi sono contenuti (espressionista/crepuscolare, ridente/necropoli, tetro/allegro) è racchiusa tanta parte della sua poetica e prima ancora del suo pensiero, entrambi costantemente tentati dal gusto del paradosso e del grottesco, che si esercitava attraverso cascate di salti logici e di acrobazie dialettiche.
Frenato nell’oratoria da una balbuzie manifestatasi fin da bambino per il trauma subito a causa del bombardamento su Trieste del 10 giugno 1944, ha trovato le più congegnali risorse espressive soprattutto nella scrittura, nel segno grafico e nelle cromie acquerellate ove si esercitava la sua felice inventiva coloristica, spesso articolata in cicli, trovando ristretto lo spazio di opere uniche non collegate tra loro.

Un lavoratore assiduo, che con cadenza pressoché quotidiana esternava il suo pensiero in versi, noterelle, immagini che generosamente elargiva agli altri. In particolare per mezzo di comunicazioni epistolari, dapprima per anni organizzate nelle fotocopie di quella sorta di samizdat che è stato Ossetia: l’eco del popolo oppresso, inviate per posta a chi gli faceva avere i francobolli per la spedizione, raccolta fortunatamente digitalizzata a cura della Biblioteca Statale “Stelio Crise”, cui successe, una volta convertitosi all’uso del computer e della rete, lo stillicidio delle e-mail, sempre nel segno dell’assoluta gratuità.
Soltanto il maledetto male che se l’è portato via ha reso progressivamente sempre più rarefatto tale suo circuito di comunicazione, fino a una completa afasia che oggi avvertiamo ormai definitiva e, come è ovvio, dolorosamente indigesta.
Tarderà molto a nascere, se mai nascerà, un altro che possa prendere il suo posto nella cultura di questa nostra città. Rimane il conforto, in quanti in varia misura hanno avuto modo di confrontarsi con la sua intelligenza e con il suo gioioso pessimismo, di aver conosciuto un uomo autenticamente libero.
