CONCERTI TRA IL SACRO E IL PROFANO

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Una Messa Natalizia di Alessandro Scarlatti ha celebrato L‘Epifania nella chiesa della Beata Vergine del Rosario

Inaugurata nella Sala Tartini la stagione dei Concerti del Conservatorio

di Luigi Cataldi

ALESSANDRO SCARLATTI, MESSA PER IL NATALE
DI N. S. GESÙ CRISTO

Una fortunata circostanza ha permesso agli appassionati di musica antica (e a me fra loro) di assistere a distanza di pochi giorni a due diversissime esecuzioni della Messa per il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo per doppio coro a nove voci, due violini e organo (1707) di Alessandro Scarlatti. Della prima, eseguita per la Società dei Concerti al Teatro Verdi di Trieste dal Coro e Orchestra del collegio Ghislieri di Pavia diretti da Giulio Prandi, ho avuto occasione di parlare nel precedente numero del Ponte rosso. La seconda ha avuto luogo il sei gennaio scorso nella chiesa della Beata Vergine del Rosario durante una solenne celebrazione dell’Epifania ed è stata eseguita dalla Cappella musicale che di quella chiesa è al servizio stabile.

La Cappella Musicale Beata Vergine del Rosario è stata fondata nel 2009 per iniziativa del parroco, Stefano Canonico, con funzione essenzialmente liturgica ed è diretta, fin dalla sua istituzione, da Elia Macrì (ha studiato direzione di coro e canto corale al conservatorio Tartini, ha completato la sua formazione all’Accademia Liszt di Budapest e alla Scuola internazionale di musica da camera del Trio di Trieste, è docente al conservatorio Corelli di Messina e attivo in campo musicologico). In origine la Cappella era composta di sole otto voci maschili, necessarie per il repertorio medievale e rinascimentale alle quali si sono aggiunte prima otto voci femminili e infine un insieme strumentale. Così il repertorio si è ampliato dalla polifonia vocale rinascimentale alla musica vocale e strumentale sette-ottocentesca. La Cappella, che suona con strumenti originali e in modo filologicamente rigoroso, si è fatta apprezzare anche in ambito concertistico, ma è all’interno della liturgia che trova la propria ragion d’essere. Lo si è potuto vedere con la messa scarlattiana eseguita durante il rito dell’Epifania.

Al contrario dell’esecuzione del Collegio Ghislieri, che ha avuto bisogno di trasporre (con interpolazione di altre musiche) per l’ambiente concertistico una composizione nata per l’ambito liturgico (operazione che resta problematica), quella della Cappella della beata Vergine del Soccorso è apparsa invece più consona al luogo e alla funzione che vi si svolgeva. Perciò sebbene la prima compagine (il Ghislieri) sia assai rinomata in Italia e all’estero e la seconda (la Cappella triestina) poco nota persino a Trieste, l’esecuzione di gran lunga più convincente è stata quella della Cappella diretta da Macrì (a giudizio di chi scrive, almeno).

Per ragioni acustiche in primo luogo: in teatro l’organico ridotto previsto da Scarlatti, sebbene udibile con chiarezza, è risultato debole, mentre è parso perfettamente adeguato alla sonorità della chiesa. Unico neo dell’esecuzione in chiesa: essendo gli esecutori collocati sul palco della cantoria in cui si trova la consolle dell’organo, e giungendo il suono in modo indiretto agli ascoltatori, si è perso l’effetto del doppio coro previsto dal compositore. In teatro l’effetto si è potuto apprezzare, ma solo da chi occupava posti centrali.

Per il contesto poi. Le parti della messa di Scarlatti sono quelle dell’“ordinario”, comuni a tutte le celebrazioni: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei. Anche Macrì ha avuto bisogno di integrare la composizione con altre musiche per le parti del proprio, cioè quelle specifiche per la messa dell’Epifania. Lo ha fatto con libertà attingendo a composizioni spesso note, fra le quali si potevano riconoscere la pioggia dell’Inverno vivaldiano, un movimento di un concerto grosso corelliano e l’aria sulla quarta corda bachiana, le quali, per durata e carattere, aderivano perfettamente alla liturgia. Il rito, infatti, e non la musica, che del rito è solo una parte, è il centro dell’evento, perciò bisogna darne conto anche per parlare di musica.

Il rito seguito è quello tridentino, secondo il Messale Romano di Pio V, promulgato da papa Giovanni XXIII nel 1962 e liberalizzato (come alternativo a quello vigente, promulgato da papa Paolo VI nel 1969 dopo il Concilio Vaticano II) da papa Benedetto XVI nel 2007. La Chiesa della Beata Vergine del Soccorso, tornata alla comunità cattolica in piena Restaurazione nel 1869 (dopo la chiusura ordinata dall’imperatore Giuseppe II nel 1784), è a tutti gli effetti una chiesa post-tridentina: per le solennità e ogni sabato si celebra la messa cantata secondo il rito antico, in latino.

La messa dell’Epifania è stata celebrata da un ministro officiante e da altri cinque sacerdoti co-officianti. Ogni parte, ad eccezione della sola omelia, è stata salmodiata dai sacerdoti, che compivano il rito sempre rivolti verso l’altare e con le spalle ai fedeli, inginocchiandosi ogni volta che veniva pronunciato il nome di Cristo e incensando frequentemente crocifissi, libri e oggetti sacri. Netta in questa liturgia è poi la separazione fra clero e fedeli, che assistono al sacro ma ne sono distanti. Persino durante la comunione vi è una panca che segnala questa distinzione. Il rito dell’Epifania prevedeva anche l’adorazione delle reliquie dei re Magi, occasionalmente a Trieste, perché donate al parroco (così è stato detto) durante il suo servizio alla Basilica di Sant’Eustorgio a Milano, dove, secondo la tradizione sono conservate, dopo essere state donate dall’imperatore Costante I al santo che perciò fece edificare la chiesa milanese. Una lunga fila di fedeli si è recata a baciare il reliquiario che le conteneva.

Unica parte parlata e non cantata, in italiano e non in latino è stata l’omelia. Il sacerdote ha spiegato il significato storico della lettura evangelica (Matteo, 2, 1-12) che racconta dell’arrivo dei Magi, i quali sono stati descritti come i maggiori sapienti del tempo. Essi, ha detto il sacerdote, si sono posti di fronte al bambino Gesù, con apertura mentale e senza pregiudizi ed hanno accolto la «verità» di quell’evento. Ciò ha introdotto la parte argomentativa, relativa al rapporto fra scienza e fede: il centro di tutta l’omelia. Il discorso ha seguito le orme di quello, celebre, fatto da papa Ratzinger all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006, secondo cui la ragione «ristretta» della scienza diviene addirittura irrazionale se non la si concepisce all’interno della ragione «estesa» che coincide con la fede. Un discorso chiaro che mi è parso necessario riassumere per comprendere i problemi di una simile esecuzione musicale liturgica oggi.

Indubbiamente un’esecuzione musicale effettuata nel proprio contesto di origine è in sé preferibile (a priori, persino) rispetto ad una fuori contesto o adattata ad un contesto diverso. L’esecuzione di Macrì (di cui si può lodare il suono pieno, l’equilibrio fra le voci e gli strumenti, la chiarezza del procedere contrappuntistico, fra le altre cose) inoltre mi è parsa eccellente e perfettamente inserita nel rito. È stato possibile vedere, dal vivo, una messa tridentina e un’esecuzione musicale di Antico regime, come una sopravvivenza di un passato lontano, cosa certamente stimolante e originale. Eppure qualcos’altro complica le cose. La comunità che ha partecipato a quel rito (i sacerdoti, perlomeno, e forse una parte dei fedeli) ha inteso negare tutto intero il mondo moderno per aderire a una religione assoluta, sacra e inattingibile dagli uomini, che afferma verità indiscutibili. I fedeli vi si accostano adorando il «vero» (non solo il corpo e il sangue di Cristo, ma anche le reliquie dei Magi).

La Cappella Musicale Beata Vergine del Rosario e il suo direttore Elia Macrì, vanno lodati come eccellenze cittadine, ma va anche detto che la musica che essi eseguono è sacra, nel senso cattolico tridentino del termine e che ascoltarla significa misurarsi anche con questi significati.

I CONCERTI DEL CONSERVATORIO

Per parlare dell’interessante concerto ascoltato il 21 gennaio scorso, che ha inaugurato la stagione 2025 dei Concerti del Conservatorio alla Sala Tartini di Trieste bisogna partire da don Giuseppe Greggiati (Ostiglia 1793 – Mantova 1866). Fu sacerdote, maestro elementare, fisarmonicista e, soprattutto, collezionista di opere musicali, attività alla quale si dedicò per tutta la vita, specie dopo che, nel 1848, la Marchesa Giovanna Manfrin Plattis, lo rese un uomo molto facoltoso lasciandogli i suoi cospicui averi. Egli li usò per acquisire un fondo musicale di quasi 10.000 opere, a stampa e manoscritte, dal XIV al XIX secolo, soprattutto di area mantovana, molte di esse uniche e fra le quali vi è una delle più rilevanti collezioni di libretti d’opera. Alla sua morte egli donò il fondo al comune di Ostiglia, dove ancora oggi (anche se un poco danneggiato e ridotto durante la seconda guerra mondiale) si trova.

Don Giuseppe suonava la fisarmonica ed ha scritto un Metodo per armonica a mantice, di un migliaio di pagine, datato 1842, che si conserva manoscritto nel suo fondo musicale. Da lì viene anche il concerto-lezione tenutosi al Tartini. Ne sono stati interpreti Stelia Doz, soprano triestino, di consolidata carriera in campo operistico, cameristico e didattico e Corrado Rojac, fisarmonicista, compositore e musicologo anche lui triestino, ma di lunga esperienza anche fuori dalla città.

Rojac ha rintracciato, studiato e pubblicato parte del metodo di Greggiati (l’opera è in fieri). Non solo il metodo: anche la fisarmonica, che ha fatto ricostruire in base alla descrizione contenuta nel manuale. Fu infatti Greggiati, ha spiegato, ad introdurre in Italia la fisarmonica a mantici. Ne comprò una a Vienna dotata di due manuali, uno di tre ottave di estensione a destra, il “cantabile”, ed uno a sinistra composto da tre armonie. La modificò aggiungendovi altre quattro armonie in modo da permettere un notevole allargamento del repertorio eseguibile. Pare sia questo il primo modello di fisarmonica italiana. La terza parte del metodo contiene 50 composizioni di Greggiati o da lui arrangiate per questo strumento. Rojac ha eseguito alcuni movimenti del Cantabile 17, una scena e aria rossiniana, e un Largo, entrambe composizioni di don Giuseppe.

Stelia Doz, ha analizzato e poi cantato, accompagnata da Rojac, tre romanze di Greggiati: Guarda che bianca luna (testo di Jacopo Vittorelli), Bruno è il cielo, soltanto una stella (testo di autore anonimo) e Sventurato il cor che fida (testo da La straniera di Felice Romani).

Un concerto da cui si impara qualcosa, come quelli che seguiranno in questa prima parte della rassegna: Quartetto New Era, 4/2 (musiche di Haydn, Schubert e Prokofiev); Eva Miola (violino) e Matteo di Bella (pianoforte), 11/2 (Prokofiev, Saint-Saëns); Milica Lazovic (soprano) e Luka Petrović (pianoforte), 18/2 (Tosti, Woolf, Schubert, Brahms, Lebič); Coro diretto da Mateja Černic e Rossella Fracaros (pianoforte), 25/2 (Monteverdi,Wolf, Schubert, Brahms, Lebič); Euridice Pezzotta (flauto) e Matteo Chiodini (chitarra), 4/3 (Rossini, Mercadante, Giuliani, Castelnuovo-Tedesco, Margola); Sara Schisa (violino) e Bruno Sebastian Sebastianutto (pianoforte), 11/3 (Brahms, Beethoven); Luca Sacher (pianoforte), 18/3 (De Falla, Bibalo, Bartók, Scriabin, Grieg, Khachaturian, Ginastera).