CORTI, CORTISSIMI, PRATICAMENTE HAIKU

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di Stefano Crisafulli

Ya Hanoun
Locandina

Anche quest’anno lo Shorts international film festival, ovvero il festival cinematografico dei corti che si è svolto dal 28 giugno al 5 luglio a Trieste presso il Giardino Pubblico e il Teatro Miela, ha presentato un programmo ricco e abbondante. A cominciare dagli ospiti, come Francesco Gheghi (Premio Prospettiva per gli attori emergenti), Barbara Ronchi e Pierfrancesco Favino (entrambi premiati come migliori interpreti del presente), che sono stati protagonisti di altrettanti incontri al Miela, per poi giungere al vero succo della manifestazione, le 117 opere di breve durata, 45 delle quali (dai 5 ai 20 minuti in media) sono confluite nello storico concorso ‘Maremetraggio’ (vinto quest’anno dal regista Jianjie Lin con He Ma) e 21, dai 2 ai 5 minuti, nella sezione ‘Short express’.

Partiamo proprio da qui, dai ‘cortissimi’, perché a volte possono essere considerati dei piccoli capolavori, proprio in ragione della loro durata. Non è per niente facile, infatti, condensare una storia, che sia davvero convincente, in così poco tempo: bisogna avere il dono della sintesi, quasi come per gli haiku giapponesi in poesia (componimenti di 17 sillabe). Questo non implica necessariamente un finale a sorpresa, piuttosto l’accostamento di immagini che utilizzi al meglio la loro capacità naturale di esprimere una stratificazione di significati, essendo polisemiche di per sé. Certo, il rischio è che si cada nei cliché o in meri esercizi stilistici, ad esempio quando si cerca di essere ‘poetici’ a tutti i costi, ma tale rischio è, in effetti, presente già nella poesia stessa. E, tra i 21 cortissimi visti sabato 21 giugno nel corso della giornata inaugurale del festival al Giardino Pubblico, solo un paio presentavano questo difetto, ma molti altri hanno centrato l’obiettivo. In particolare ne vanno segnalati quattro, che sarebbe bello rivedere ancora: Ya Hanouni, di Lyna Tadount e Sofian Chouaib (Francia, 3 minuti), Photostalgia di Cris Pectu (Romania, 3 minuti), Vybor (La scelta) di Valentin Frolov (Russia, 5 minuti, vincitore del premio del pubblico) e Pinne di Carmelo Sudano (Italia, 3 minuti).

In particolare, Ya Hanouni (titolo arabo che in italiano potrebbe essere tradotto con ‘Mio amore’) è un esempio di lavoro molto breve che, però, resterà per sempre nella memoria di chi lo guarda. I due registi, Lyna Tadount e Sofian Chouaib, sono riusciti nell’intento fondendo un approccio inizialmente leggero con un finale tragico. La trama è molto semplice: due giovani genitori, padre e madre, litigano scherzosamente davanti alla culla del loro figlio appena nato su quale sarà la sua prima parola di senso compiuto, ‘mamma’ o ‘papà’? Mentre la scena, così quotidiana, si svolge davanti ai nostri occhi, si sente un primo boato: è inequivocabilmente quello di una bomba che cade nelle vicinanze e fa tremare i muri della stanza. Il rumore sordo fa precipitare gli spettatori in un abisso di realtà, perché il pensiero va immediatamente a quel che sta succedendo a Gaza e ai bombardamenti dell’esercito israeliano sulla popolazione palestinese. I due genitori, intanto, sia pur spaventati, riprendono la loro gara, ma una seconda bomba li interrompe in modo definitivo: hanno solo il tempo di coprire il bambino con una coperta, mentre tutto crolla attorno a loro. Nel finale del corto (di soli tre minuti!) si vedono i soccorritori che portano alla luce il bambino, miracolosamente illeso, da sotto le macerie, anche se allo stesso tempo, mentre stanno parlando tra loro, si capisce che è l’unico sopravvissuto della famiglia. In quel momento il neonato parla e dice ‘mamma’. La mamma però non c’è più.

Ya Hanoun
Sofian Choutaib e Lyna Tadount