DUE VOCI CONTRO LE TENEBRE

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Silva Bon ed Elena Cerkvenič narrano le storie autobiografiche di un percorso che parte da una diagnosi «agghiacciante»

di Gabriella Ziani

Silva Bon Street art 2024
Mitologie & letteratura

Battello Stampatore, Trieste 2025
pp. 96, euro 14,00

Voci maligne e sadiche che spengono la coscienza e conoscenza di sé, inducono terrore, sospingono a comportamenti estremi e potenzialmente al suicidio. E poi voci amiche che porgono una pillola, ma anche ascoltano, rassicurano, propongono dialogo e relazioni sociali in zona protetta. Da un lato la follia, dall’altro i servizi psichiatrici di Trieste a disposizione ventiquattro ore al giorno tutti i giorni. Persone che stanno male, su cui si è abbattuta una diagnosi di schizofrenia, che esse stesse definiscono «agghiacciante», tornano così con fatica e con pazienza sui binari della propria vita: a studiare e pubblicare, a farsi operatori culturali, a essere attivi nel volontariato, a cesellare i semplici gesti quotidiani come un regalo prezioso. E a scrivere: diario intimo come terapia. Così noi diventiamo la platea, compartecipe, di questo loro viaggio. Due libri ci prendono delicatamente per mano regalandoci racconti autobiografici in cui, al valore della testimonianza, si aggiunge una consapevole dose di coraggio, per tutti esemplare.

Silva Bon , la storica che conosciamo per i suoi studi sull’ebraismo e la Shoah, in Street art 2024 racconta per flash dilatati nel tempo come un giorno del 1988, posto che «le voci» la accompagnavano da tempo, la sua mente sia esplosa  inducendo la famiglia a farla ricoverare all’ex manicomio di San Giovanni, evento dirompente, con altre  immediate gravi conseguenze a catena, la separazione e poi il divorzio imposti dal marito e la perdita della tutela dei due figli, con cui non riuscirà mai più a ristabilire un rapporto di intimità. Questa rottura tuttavia, alla prova dei fatti, le si rivelerà come una liberazione da uno stato di «violenza»  sotto forma di freddezza e disaffezione.  «A questa violenza, a questa crudeltà – scrive – devo la chance del recupero». Era un matrimonio sbagliato, confessa,  nei cui recinti si sentiva «desolata, deprivata, sola». Paradossalmente (ma non tanto, perché il costante soccorso dei servizi psichiatrici è stato un autentico salvavita) oggi Bon apprezza il proprio stato di solitudine e libertà, che pure ha il suo prezzo: le «voci», afferma, le fanno compagnia nel suo silenzio, purché non assumano i tratti della crudele malvagità, caso che adesso è in grado di affrontare senza esserne invasa e distrutta. Ma è sempre una vita «sul filo del rasoio», gravata dalla fatica, e scrivere è «buttare fuori la devastazione».

Il cammino è stato assai duro, i traumi della separazione dai figli non si possono cancellare, le vite si sono comunque spezzate. Ma al fondo giace anche una natura psicologica che ha radici nell’infanzia: la bambina solitaria, timida, che mai ha ricevuto baci e abbracci. E che, per l’impossibilità fisiologica di dar corpo agli affetti e alle emozioni, non è stata mai capace di darne ai suoi bambini («ero in una gabbia»), ai quali, oggi adulti, chiede per iscritto perdono, sperando che un giorno capiscano – nel frattempo sono lontani e hanno sempre poco tempo perfino per una conversazione telefonica.

Silva Bon non solo si è ricostruita, ma è diventata una “testimonial” del fatto che guarire si può, grazie al sapiente e costante impegno degli psichiatri basagliani di Trieste, e ha tenuto conferenze in Italia e all’estero, un’attività di coming out per sparecchiare dalla tavola la temuta condanna sociale che  grava ancora sulle parole «schizofrenia» e  «follia». Meglio raccontare di sé a faccia aperta senza dover sospettare il sussurro  ingeneroso dei «falsi amici».

Elena Cerkvenič
Sono schizofrenica e amo la mia follia Meltemi, Milano 2024
pp. 128, euro 12,00

Un diario molto più ampio ha scritto Elena Cerkvenič, con un titolo esplicito e provocatorio, Sono schizofrenica e amo la mia follia, pubblicato da Meltemi nella collana 180-Archivio critico della salute mentale ideata e diretta dall’ex direttore del Dipartimento di salute mentale Peppe Dell’Acqua, che firma anche la postfazione e ha partecipato alla recente presentazione del volume al Circolo della stampa. Elena era una brillantissima laureata in Lingue e letterature straniere specializzata nell’insegnamento del tedesco quando, in Germania per un corso di perfezionamento, si sentì crollare il mondo addosso e fu relegata in un manicomio, finché il marito non corse a riprenderla per poi consegnarla alle mani dei dottori di San Giovanni, dove negli anni avrebbe trovato cure, ristoro, accoglienza, sostegno, attenzione e mille e più stimoli culturali per  tornare a vivere i contesti  che le erano destinati (anche se non più l’insegnamento, per verdetto di «non idoneità»): i gruppi di ascolto, i laboratori di mosaico, le conversazioni filosofiche, occasioni di socialità, cinema, corsi di volontariato e di peer support (malati ben preparati che aiutano i più sofferenti fra loro in un rapporto alla pari). Ma la prima diagnosi, confessa, la parola «schizofrenia», si è abbattuta su di lei come «una bomba atomica», era l’annuncio che questa «regina delle tenebre» l’avrebbe semplicemente dissolta.

E invece. Lei stessa, italiana-slovena, si è impegnata nella presentazione di autori sloveni, nell’organizzare mostre, nel partecipare a iniziative di vario genere e di buon riscontro pubblico, tanto da segnare nel suo diario, uscita dalla «caverna buia e profonda della solitudine», e nonostante la condizione di essere comunque «un vaso rotto»: «Sono brava, sono bravissima e produttiva, non sono solo la mia malattia».

Ma molte righe di questo memoir sono naturalmente dedicate al lato oscuro del male, che riaffiora nei momenti più imprevisti con un senso di totale smarrimento e smemoratezza, con le grinfie di una paura devastante che impedisce di pensare, di decidere, di muovere un passo davanti all’altro, che lascia affaticati, svuotati e immobili alle prese con i propri aggressivi fantasmi. La fortuna di Elena è di aver mantenuto al proprio fianco il comprensivo marito, cui è legatissima, e di aver avuto nonostante tutto un figlio.

Eppure anche qui tornano i tratti di un originario profilo solipsistico. Anche la Cerkvenič  via via rivela un’infanzia miserrima di affetti, una grande solitudine, l’assenza di amiche, il non aver mai giocato, e mai assaggiato baci e abbracci. E tutto si ripete: lei stessa  è consapevole di non baciare e abbracciare il figlio, «muro insormontabile» (le medesime osservazioni confessate da  Bon, con rammarico), e la piccola famiglia si tiene assieme legata dall’ordine e dai silenzi. Ognuno nella propria stanza, e chissà chi a tavola sarà il primo a dire qualche cosa, forse nessuno. Così come nessuno entra mai in casa, né amici – inesistenti – né parenti. Elena trova conforto nelle stanze vuote, quando al mattino apre le finestre, beve un bicchiere d’acqua, si concentra sulle piccole cose che tornano a dare “piacere”, sulle pulizie, sul far ginnastica, allestire il pranzo, pensare alla cena o agli impegni culturali che viceversa le hanno spalancato una vivace corte amicale.

Su tutto esplode sia la riconoscenza per i medici triestini, braccia aperte senza riserve nel reparto di Diagnosi e cura e  nei Centri di salute mentale, nel cui alone sentirsi al sicuro, e sia la gratitudine per la “rivoluzione” di Basaglia da cui tutto il sistema discende – un sistema che le due autrici temono di vedere indebolito da politiche regressive. Entrambe sono tornate ad avere rispetto di sé innanzitutto, avendo introiettato la lezione per cui le persone restano persone con la propria identità, e non sono un tutt’uno con la malattia. Entrambe ci interpellano con una domanda che è una mano tesa. Bon: «Dico, ecco io sono così: fragile, insicura, bambina. Mi accetti comunque?». Cerkvenič:  «Chi dice che i matti non ragionano?».