Dunkirk (Christopher Nolan, USA, Gran Bretagna, Francia, 2017)

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Dunkirk.

Recensione di Pierpaolo De Pazzi

Il nuovo colossal di Nolan, regista che potremmo chiamare il signore del Tempo, è ben accolto dal pubblico. Continuando a cambiare genere, dal poliziesco onirico e metafisico alla fantascienza e infine al film bellico, l’autore di Memento, The Prestige, della trilogia del Cavaliere Oscuro, di Inception e Interstellar, scrive una sceneggiatura che fa della libera interpretazione dell’unità di tempo la sua firma più personale, rendendolo subito riconoscibile e inserendolo così tra i grandi autori del cinema contemporaneo.

La storia del film è conosciuta ma è molto originale il modo in cui viene raccontata, l’uso che il regista fa del tempo scenico, dilatato e quasi immobile per i fanti inglesi spiaggiati, in attesa della salvezza dal mare; più lungo di quanto si vorrebbe per i cosiddetti “marinai della domenica”, che navigano la Manica con i loro battelli privati per portare soccorso; troppo veloce infine per gli aviatori che dall’alto difendono la ritirata dagli assalti tedeschi, convertendo mentalmente i galloni di benzina residui in minuti di volo. Il meccanismo “a orologeria”, con cui le tre vicende si incastrano, dona coralità al film e aggiunge un pizzico di suspense a una vicenda anche troppo nota.

La fotografia è molto bella, in pellicola IMAX 70 mm, con il minimo ricorso possibile alla CGI (Computer-Generated Imagery), mentre il tempo viene scandito da una colonna sonora essenziale, infulcrata sul ticchettio dell’orologio.

La coralità della vicenda viene accentuata anche dall’assenza di ruoli da protagonista, e dal mascheramento che nasconde i volti degli attori più noti. Questo sforzo viene però in parte contraddetto dalla presenza in scena un po’ troppo ingombrante di Kenneth Branagh, shakespeariano comandante delle operazioni navali.

Sono per altro i due attori meno giovani del cast, appunto Branagh e Mark Rylance (pilota di una delle barche private), quelli cui la sceneggiatura riserva alcune delle battute più evidentemente attuali e politiche del film, che svelano la critica alla Realpolitik, capace oggi come allora di consegnare al mare migliaia di vite ritenute sacrificabili, pur di creare “narrazioni” utilizzabili all’interno del proprio discorso politico, come anche il richiamo alla responsabilità verso la generazione di chi detiene il potere di decidere la sorte degli altri, specie dei più giovani.

La vicenda a suo modo diventa emblematica del conflitto interiore tra egoismo e paura, che diventano spinta a sopraffare l’altro, diverso e più debole, e senso del dovere e della giustizia. Questa attenzione all’aspetto intimo è sottolineata dalla scelta di lasciare il nemico senza volto, presenza oscura che gioca al gatto col topo da oltre le dune.

Se è vero che ogni film, anche se storico, non può non parlare del presente, dopo aver colto qualche riferimento alla attuali tragedie mediterranee e alla difesa dei nostri privilegi di europei, si resta un po’ incerti riscontrando un elogio al solito presunto eroismo isolazionista inglese, in questi anni di BREXIT.