EDITORIALE di Francesco Carbone
Gunter Anders | Il Ponte rosso n. 126 | INTELLIGENZA ARTIFICIALE | Italo Svevo | Martin Heidegger | Scuola di giornalismo culturale
Questo secondo numero speciale del Ponte rosso è nato dal desiderio degli ex allievi della Scuola di giornalismo di continuare a lavorare insieme. La domanda su cui tutti hanno ragionato è stata: come dare un contributo alla nostra storica rivista che valorizzi allo stesso tempo la specificità delle voci nuove? L’età media di chi ha aderito (tutto il gruppo di ex allievi che ha chiesto di continuare a formarsi e a scrivere sul Ponte rosso) è di 30 anni.

L’argomento dell’Intelligenza Artificiale si è imposto da sé. Gli articoli qui raccolti raccontano ognuno un frammento di una realtà che in pochissimo tempo è diventata onnicomprensiva, sconfinata e ineludibile. L’AI è già l’orizzonte che tutto vuol comprendere: decidere di non usarla resterebbe – se resterà – una possibilità residuale, in un mondo in cui in ogni caso l’AI sarà sempre più predisposta per usare lei ogni cosa, noi compresi. Tutto quanto ci circonda ci insegna già a non poterne fare a meno.
Esempio facile: anche noi del Ponte rosso siamo contenti quando vediamo che i motori di ricerca ci trovano e ci segnalano ai navigatori; e i motori di ricerca sono ormai interfacce di Intelligenze Artificiali. La novità, quindi, è che oggi essere archiviati da Google vuol dire essere vampirizzati dai data center delle AI, che ci elaboreranno a loro modo e senza chiederci il permesso (a meno che – cosa che i padroni dell’AI vedono come l’anticristo – intervenga una legge democratica e capace di essere sovrana e uguale per tutti. In ogni caso, finire negli archivi delle varie AI sarebbe il nostro nuovo modo di contribuire alla cultura del XXI secolo? Con quali guadagni e quali perdite?
Albert Einstein ci insegna che tutto è semplificabile, ma «fino a un certo punto». Oltre quel punto, i messaggi vengono stravolti e il loro senso mortificato. Sarà un’entropia che sempre di più incomberà, questa minaccia è evidente. Dal lato opposto, l’AI produce contenuti le cui complessità sono già oltre i limiti dell’intelligenza che chiamiamo umana. Se è così, l’AI è il vero campo di lotta culturale del nostro tempo: da una parte la spinta alla Dittatura della Semplificazione di tutto, fino alla scemenza irrimediabile; dall’altra l’AI produttrice di sempre nuovo pensiero laterale (come ci ha insegnato a chiamarlo lo psicologo Edward De Bono). Ci sono fior di think tank che ragionano su questo.
Uno degli autori da subito essenziali del “triestino” Ponte rosso è Italo Svevo: tutti abbiamo presente l’ultima pagina della Coscienza di Zeno, con la “profezia” dell’uomo che col diffondersi incontrastabile degli ordigni «diventa sempre più furbo e più debole». Gli americani hanno ribattezzato questo indebolirsi deskilling (perdita di competenze). E dall’altra hanno chiamato reskilling la nascita di competenze che prima non erano neppure pensabili e che oggi sono semplicemente parti dell’umano: guidare un’auto o un aereo per andare quasi dappertutto senza perderci, anche se non sappiamo più dire dov’è la stella polare.
Da sempre la tecnologia ha come scopo essenziale sostituire alla fatica umana un qualcosa che ci liberi dal lavoro (e dal pensiero). Ne sono seguiti entusiasmi e terrori. Dalla rivoluzione industriale viviamo in questa tensione. Eppure pare che qualcosa di davvero nuovo stia accadendo con l’AI. Almeno come domanda, torna in mente il titolo di un saggio importantissimo di Gunther Anders del 1956 (Bollati Boringhieri, 2007): L’uomo è antiquato? E di Martin Heidegger, suo maestro, teniamo almeno presente la domanda: «Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo» (Martin Hedegger, L’abbandono, 1959).
