EDITORIALE: I GIORNI DOPO LE ELEZIONI

Scorrendo all’indietro gli editoriali degli ultimi numeri si può rilevare che gli argomenti di cui si è trattato spaziavano doverosamente – in presenza di rovinosi scenari di guerra e del turbinoso mutare degli assetti di relazione tra gli Stati – su eventi di politica internazionale, relegando ai margini considerazioni relative alla postura che, rispetto all’evolversi degli scenari, veniva assunta dal nostro Paese, a quel che pare abbacinato dalla prospettiva di assumere un ruolo di collegamento tra le due sponde dell’Atlantico.

Le elezioni regionali che nei giorni scorsi hanno riguardato gli elettori di Campania, Puglia e Veneto, che, sommati a quelli della Toscana chiamati a votare poco più di un mese prima, raggiungono il numero complessivo di 15.804.198 cittadini: un campione più che significativo dell’intera popolazione italiana, anche perché distribuiti in aree geografiche differenziate, a Nord, al Centro e al Sud del Paese.

Senza curare un’antologia dei peana di vittoria cui ogni forza politica si è abbandonata all’indomani del voto, sarà sufficiente dire che, in tutti e quattro i casi, gli elettori hanno confermato con le nuove amministrazioni la stessa collocazione politica di quelle uscenti, mentre appare probabile che la destra al Governo dovrà scontrarsi alle prossime politiche con una coalizione in grado di contenderle la maggioranza dei seggi in Parlamento.

Tuttavia non sono questi gli esisti più significativi delle recenti consultazioni elettorali, in quanto il dato più evidente – e più inquietante per alcuni aspetti – è quello dell’astensione, posto che hanno votato in tutto 7.022.183 elettori, assai meno della metà degli aventi diritto, un risicato 44,43 %. Il dato è in linea con una tendenza attiva ormai da molti anni, che di solito tiene banco nei commenti immediatamente successivi alla chiusura delle urne, per sparire poi del tutto dopo qualche giorno, raramente una settimana. Invece l’astensionismo è un elemento, un ulteriore elemento, che limita il livello di democrazia nel nostro Paese. Nel momento in cui la soglia dell’astensione dal voto supera la metà del corpo elettorale, è paradossalmente possibile – sia a livello nazionale che periferico – che chi ci governa sia espressione di una minoranza che gode del favore del 20% degli elettori, quindi contro la volontà, espressa o inespressa, dell’80% dei cittadini.

Questo paradosso è reso possibile dalle successive modificazioni della legge elettorale, sempre più finalizzata a tutelare l’obiettivo di una maggiore governabilità a scapito di una rigorosa corrispondenza degli organismi elettivi alla volontà popolare. Meccanismi quali i premi di maggioranza, i listini bloccati, il limitato ricorso alle preferenze, i collegi uninominali, le soglie minime che evitino il ricorso al secondo turno nelle elezioni che lo prevedano sono tutti artifici correttivi che limitano pesantemente la libertà del voto, trasferendo potere decisionale dai cittadini agli organi dirigenti delle forze politiche, che possono arrogarsi il diritto di formazione delle liste elettorali e quindi selezionare preventivamente la composizione degli organismi elettivi distribuendo tra amici e sodali la possibilità di sedere nelle assemblee elettive, dai consigli comunali alla Camera e al Senato.

Tutto ciò restringe progressivamente gli spazi di democrazia, aumentando invece gli abusi di espropriazione del potere di scelta trasferendolo dal popolo sovrano (Costituzione, art. 1) ai partiti, dei quali – oltretutto – nulla assicura l’effettiva esistenza di quel “metodo democratico” sancito sempre dalla Costituzione, all’articolo 49.

Che tale vulnus, tollerato nelle leggi elettorali e nella prassi corrente, sia uno degli elementi della disaffezione all’esercizio del voto non sembra preoccupare nessuno e consente al legislatore di continuare nell’opera di compressione della volontà popolare, salvo unirsi nella deprecazione e nei piagnistei che dureranno lo spazio di un mattino, il giorno dopo ogni consultazione elettorale.