ENARD: DISERTO, DUNQUE SONO
Gennaro Rega | Il Ponte rosso N.° 115 maggio 2025 | narrativa
Il più recente romanzo di Mathias Enard – vincitore del Premio Goncourt 2015 – presentato al “Book Pride” di Milano
di Gennaro Rega

Mathias Enard
Disertare
trad. di Yasmina Melaouah
E/O Edizioni, Roma 2025
pp- 224, euro 18,50
A primavera è stato pubblicato dalla casa editrice E/O Disertare, l’ultimo romanzo dello scrittore aquitano Mathias Enard, vincitore nel 2015 del prestigioso premio Goncourt. La sensibile e bella traduzione curata da Yasmina Melaouah (unico neo: l’aver mantenuto il toponimo “Roche Noir” mentre è più probabile che il paesaggio attraversato dal soldato disertore sia quello balcanico sconvolto dai recenti conflitti nella ex Jugoslavia), offre al pubblico italiano l’opportunità di aggiornare la conoscenza su uno degli autori più importanti della generazione nata in Francia negli anni Settanta. Le sue opere in prosa (perché Enard è anche un ammaliante poeta) si potrebbero collocare nell’ambito del “romanzo neomodernista”, se si considera che lui stesso, durante una conversazione al Book Pride milanese di quest’anno, ha confessato la sua ammirazione per William Faulkner. Il lettore infatti nella molteplicità dei punti di vista e delle voci narranti, nella pluralità delle scelte stilistiche, nella densa trama intertestuale, anche in questo libro ritrova le tecniche narrative che un capostipite del modernismo come Faulkner ha magistralmente elaborato.
Sempre a Book Pride, l’autore ha rivelato come sia arrivato al prismatico montaggio narrativo di questo romanzo che peraltro è accostabile ad altre sue precedenti opere, come ad esempio Bussola premiata con il Goncourt. Enard ha raccontato di essere inizialmente partito dall’idea di scrivere la biografia di un geniale matematico tedesco dei nostri tempi, in parte immaginata in parte rielaborata su quella di Jean Améry, filosofo e saggista austriaco internato a Buchenwald e morto suicida nel 1978. La finalità narrativa sarebbe consistita nel concentrare in un centinaio di pagine una gran parte della Storia del XX° secolo, con le sue tante aporie e disillusioni. Ma nel febbraio del 2022 l’imprevisto inizio della invasione della Ucraina, per lo stupore e lo smarrimento, lo spinse a riflettere amaramente che dopo più di un ventennio la guerra ritornava in Europa, a causa dell’insipienza diplomatica dei governi che quasi nulla avevano fatto per prevenirla. Dunque, concluse, se “qualcuno” si arrogava il compito di “denazificare” un paese confinante, ciò significava che il lato oscuro e inquietante del ventesimo secolo tornava a riaffiorare nelle opinioni pubbliche del nostro continente.

Mathias Enard
A questo punto Mathias Enard decide di cambiare il progetto del romanzo. Traccia due vicende che in qualche modo formano un piano cartesiano. Le vite di Paul, Maja, sua moglie, Irina, la figlia e quelle dei loro più cari amici scorrono, sull’asse delle ordinate, verticalmente i loro amici scorrono verticalmente dagli anni fra le due guerre mondiali fino al fatidico 11 settembre 2001 degli attentati alle Twin Tower. Mentre su quello delle ascisse si susseguono i pochi frenetici giorni della fuga e del casuale incontro del soldato e della giovane donna in un presente imprecisato e durante un conflitto indefinito. L’origine in cui le due rette si incontrano, è, a mio parere, la parola “disertare” nelle varie accezioni che il lettore può assegnare ad ognuno dei personaggi di questo libro: disertare dalla guerra, dalla brutalità, dall’odio, disertare da una società inadeguata, disertare da chi si ama, disertare da tradizioni e abitudini inveterate.
Dunque: in un paesaggio mediterraneo, fra il mare (l’Adriatico?) e la montagna (le Alpi Dinariche?) un uomo diserta, è in fuga, si nasconde. La fame, la sete, il freddo della notte, il calore del giorno ne accentuano la selvatichezza e l’aspetto rude, marchiato dai segni della guerra.
Quale guerra? Lo scrittore, come già precisato, non ce lo rivela. Ma mentre ci racconta i tentativi di questo ex soldato di arrivare a un confine liberatorio, ci rappresenta, con continui crudi dettagli, anche la violenza e la disumanità che sono le stimmate di qualunque conflitto. Il disertore (di cui non verrà mai rivelato il nome) sta compiendo un percorso accidentato e rischioso verso un paese ignoto. Decide dunque di fare una sosta in una baita isolata e abbandonata, un tempo appartenuta alla sua famiglia. Lì da ragazzo accompagnava il padre che gli insegnava a coltivare l’orto, a cacciare e a pescare le trote con le mani. Ora in quel luogo potrà recuperare le forze e sfamarsi. Tuttavia è proprio lì che rinascerà la sua umanità: a contatto con una natura materna e confortante. Inaspettatamente, però, entrano nella sua dimensione di solitario fuggitivo due presenze inconsapevoli e miti: una giovane donna, profuga dal paese d’origine, e il suo asino. Una inerme nemica e una povera bestia. L’istinto lo spingerebbe a sbarazzarsene perché fastidiosi fardelli nella sua fuga. Ma per lui è srrivato il momento di oltrepassare ogni tipo di frontiera, geografica e concettuale.
Questa prima parte del racconto è particolarmente “fisica”, perché la condizione esistenziale dei personaggi viene soprattutto evidenziata attraverso la loro corporeità. Mathias Enard sceglie di conseguenza una scrittura destrutturata e umorale, densa e sincopata, forse più prossima al verso libero che ad una prosa levigata. Il testo sembra perdere la sua naturale compattezza per meglio rappresentare lo smarrimento e la confusione della guerra che ha travolto questi individui. Inoltre la trama greve dei fatti viene intercalata da frasi liturgiche, da frammenti di preghiera che affiorano alle labbra o nella mente del soldato disertore, caravaggescamente rappresentato come un Saulo a cui giunga la voce di Cristo: « Sù, alzati e rimettiti in piedi!».

Mathias Enard
al Book Pride milanese
Tuttavia come già abbiamo anticipato, nel libro lo scrittore francese accanto a questa storia sviluppa in parallelo un’altra vicenda, anch’essa fortemente segnata dai conflitti che l’Europa ha vissuto negli ultimi ottant’anni. Nelle pagine finali, i protagonisti di questo romanzo binario si troveranno specularmente uniti dalla penosa volontà di procedere lungo il cammino della Storia macchiato dal sangue e dalla ambiguità, ma ineludibile.
Paul Heudeber, questo il nome del personaggio fittizio, perno della seconda vicenda, è un geniale matematico tedesco che potrebbe sembrare agli antipodi dell’anonimo militare disertore. Lui ha alle spalle un passato importante di scienziato e ha attraversato con coinvolto e sofferto impegno politico alcuni degli snodi storici dell’Europa del XX° secolo: la resistenza in Belgio all’occupazione nazista, la detenzione a Buchenwald, la partecipazione attiva alla nascita della DDR, il crollo del Muro di Berlino. Per tener fede al suo ideale marxista-leninista e coltivare i suoi studi, nonostante molte disillusioni e sacrifici, ha sempre voluto risiedere nella parte Est della Germania. Ciò lo ha costretto a separarsi dall’amata moglie, Maja Scharnhorst, e dall’unica figlia, Irina. Maja infatti dopo la fine del secondo conflitto mondiale ha preferito la Berlino di Willy Brandt. Diventata una personalità politica di spicco della Spd, svolge con passione il ruolo di attiva sostenitrice dei diritti civili e del femminismo. Nonostante il Muro, i loro incontri e i loro affetti conservano fino alla fine una passione da innamorati. Una morte misteriosa, forse un suicidio, a metà degli anni Novanta pone termine all’esistenza di lui.
Il libro avvia questa trama durante i due giorni del Convegno celebrativo “Giornate Paul Heudeber”, del settembre 2001 organizzate da Irina e i più stretti collaboratori del padre, a bordo di una nave da crociera, ancorata sulle rive dell’Havel vicino a Potsdam. L’assenza di Paul, sorta di convitato di pietra, viene rimpianta da tutti i presenti. Piuttosto è la presenza di Maja che progressivamente attraverso una intricata e ambigua serie di flash-back proporrà un mistero da sciogliere secondo le modalità della più classica spy story.
La figlia Irina è la voce narrante che guida il lettore lungo molteplici piani temporali e spaziali a recuperare il fondo più vero della personalità di Paul. Lei è una storica della Matematica. Perciò le suggestioni ricevute dalla figura e dall’opera di suo padre la portano a ad avvicinarlo ad alcuni matematici del passato, come il persiano del tredicesimo secolo, Nasir al Din al- Tusi, e il tagico Omar Khayyam, vissuto nell’undicesimo secolo, oppure Emmy Noether e l’iraniana Maryam Mirzakhani, contemporanee di Heudeber. Questi uomini e queste donne hanno sperimentato come lui il drammatico impatto con i conflitti della Storia, ma gli hanno insegnato che la matematica è bellezza estetica, non solo funzionale, capace a chi la pratica di offrire «l’altro nome della speranza».
Nell’ultimo scritto che Paul lascia alla figlia, in forma di testamento spirituale, lui dichiara che «la matematica è un velo posato sul mondo». E aggiunge: «quando la matematica si strappa con un gesto brusco, allora si possono vedere la realtà dell’universo, accarezzarne le asperità, le gobbe, le linee rette e spezzate». In quel lenzuolo lui ha scelto di avvolgersi vivendo, così come ha fatto con la pelle di colei che ha continuato ad amare, Maja, nonostante le logoranti separazioni e lontananze imposte dalla Storia.

Mathias Enard
al Book Pride milanese
Le conclusioni sul percorso esistenziale del padre portano Irina a pensare che lui abbia voluto ritirarsi nella confortante razionalità delle formule matematiche per difendersi dal caos della quotidianità. Ma purtroppo neppure le formule belle e impossibili che rampollano come poesia nell’opera che lo ha consacrato come genio, Le Congetture di Ettersberg, sono riuscite a lenire l’amara inquietudine per la separazione dalla moglie e la delusione per le attese fallite dalla Storia novecentesca. Così la ritmata progressione dei numeri primi come Heudeber la rappresenta nella Seconda Congettura, riportata nel capitolo XXIV°, ha la meravigliosa mortuaria rigidità e simmetria del fiocco di neve descritto da Thomas Mann nella Montagna Incantata.
La scienza dei numeri è «una combinazione impareggiabile di tutti gli elementi caratteristici della grande arte… La Matematica costruisce un mondo ideale in cui ogni cosa è perfetta e allo stesso tempo vera». L’opinione di Bertrand Russel si conformerebbe a quella dello scrittore francese, che ha plasmato il suo personaggio su questa convinzione. Tuttavia trasferire quel mondo astratto nella Storia reale ha continuato a rivelarsi un compito fallimentare. «Guardo il mare e aspetto di chiudere per l’inverno» sono le ultime parole che Paul, rassegnato alla caduta di tante illusioni utopiche, scrive alla figlia nel 1995 poco prima di morire.
In conclusione la “treccia” narrativa di Disertare si avvolge intorno a due storie apparentemente diverse e distanti. Ogni lettore, con la sua sensibilità, reagirà trovandone o non trovandone i nessi. Ma il fermaglio che li tiene uniti è, a mio parere, la ricerca di un antidoto alla barbarie della guerra e alla insensatezza dell’intolleranza. Paul attraverso la purezza della matematica e l’amore per la sua donna ha cercato di ottenerlo. L’anonimo soldato disertore lo trova, invece, in un ritorno all’infanzia che lui ha ancora il coraggio di rivivere per ricomporre la propria umanità e riconoscersi ungarettianamente «una docile fibra dell’universo».
