EZIO GIUST, “EL POETA”

Pubblicata presso Hammerle una raccolta quasi complessiva dei versi in dialetto di Ezio Giust

di Walter Chiereghin

Ezio Giust
El poeta
Hammerle editori, Trieste 2026
pp. 320, euro 23,00

Assai opportunamente è uscito per i tipi di Hammerle questo El poeta, che documenta buona parte dell’opera in versi quasi tutti triestini di Ezio Giust. Apre il volume una breve sezione di fonetica e di osservazioni sulla grammatica, seguita da una nota autobiografica, che indica nell’osteria “L’Alpin”, retta dal padre, il luogo di formazione primaria del poeta, dove avvenne l’incontro con un altro poeta dialettale, Guido Sambo (1905-1968), che in qualche modo gli indicò una strada che Giust avrebbe poi percorsa fino ad oggi. Queste prime pagine in prosa dicono già molto dell’impegno con il quale, da autodidatta, l’autore ha cercato di supplire alla formazione tecnica impartitagli a scuola, informandosi con metodo circa la storia del dialetto, approfondendo le letture di quanti lo hanno preceduto, studiando lemmi ed etimologie, soprattutto dandosi da sé gli strumenti per affinare il suo agire in versi, ma anche per presentare agli altri, in molti incontri nelle scuole, nozioni ed emozioni metodicamente acquisite.

Il resto delle 311 pagine è tutto in versi. La sequenza dei componimenti dialettali proposti non è cronologica, ma aggregata per argomenti in diciasette sezioni di differente ampiezza che sembrano seguire un ordine di ispirazione, con datazioni altalenanti (l’anno di creazione sempre citato a margine di ciascun testo).

Così nella seconda sezione, I mii e l’osteria, Giust ci narra dei genitori, del padre soprattutto, perno della mitica osteria ora trasformata in un box per automobili, alla cui tomba continua, in un due di novembre, un dialogo mai del tutto interrotto, ma anche della madre, ritratta nell’estrema vecchiaia (E ti là, mama/ su quela sedia/ a farte ormai sburtar./ La man, co te me vedi,/ mossa ’pena per benedirme./ …). La famiglia, dunque, gli affetti che poi verranno allargandosi nel tempo, col procedere dell’esperienza di vita alla nipotina, Nina, cantata fin da prima che nascesse, nel 2001 e seguita con intenerito affetto fino a quell’adolescenza che Saba bene definì, in una poesia poi espunta dal Canzoniere: «Giunta alla dubbia soglia della vita» (Bianca, in: Tutte le poesie, p. 730). Da Nina, invece, Giust così congeda il lettore: «Nina, come ’na pianta,/ cressi drioman./ Però, co la vardo,/ la vedo sempre/ coi oci de putela,/ solo che ‘’desso/ i xe trucai» (Oci de putela, p. 83). E ancora versi d’amore, nella sezione A Licia e Tristana, la figlia, quest’ultima, nata nel 1974, corredata, la sezione, da due versi in esergo: «Meio esser ’ssai importante per pochi/ che poco importante per tanti», un epigramma che traccia il perimetro di un’affettuosa intimità familiare.

Anche fuori da quel perimetro lo sguardo di Giust non cessa di girarsi d’intorno, ben coscio di essere parte di una società che a volte pare reclamare un suo intervento a denunciare una condizione degradante o un’intollerabile ingiustizia, come nella sezione Le sociali, dove si ribella alla tragedia delle morti per amianto: «Su l’altar de l’amianto/ de criel polmoni/ polvere diventà/ colpa la polvere,/ matricola 06107/ angiolo in terliss/ ’n altro.» (Matricola 06107, p. 104). Ma al di là di questo spunto drammatico, di norma l’interesse di Giust è attratto dalla realtà che lo circonda, contemplata con ironia ed autoironia, (un esempio tra i più efficaci: «Sempre in t-ei film/ i trova parchegio,», in Sempre, p. 39) a mettere in evidenza incongruità del nostro agire collettivo, in una donchisciottesca battaglia contro i mulini a vento del traffico, dell’avanzare di informatica e telefonia mobile («Nonostante el compiuter/ xe ’ncora/ chi che se volta/ per vardar un bel cul. Incredibile!» in: Incredibile!, p. 136), di un avanzare infestante dell’inglese nella nostra lingua («Su la mia tomba,/ che a qualche picapiere/ no ghe scampassi/-almeno là/ ’na paroleta in inglese…/ Senò francamente/ sarìa morto per niente.» in: Su la mia tomba / 1, p. 154).

Morto non saprei, speriamo solo molto in là nel tempo, ma certamente Ezio Giust vissuto per niente non sarà, e questo libro ne è buon testimone, per quanto ha dato alla sua città, al nostro dialetto, alla poesia.