FENZL MENARDI, DI STASIO E FIGAR
Giancarlo Pauletto | Il Ponte rosso n. 123 - febbraio 2026 | la memoria
La bella vita del critico d’arte / 50
Tre artisti incontrati a Gorizia
di Giancarlo Pauletto

Michele Fenzl Menardi è il primo artista goriziano incontrato attraverso Dugo. Ebbi occasione di conoscere il suo lavoro fotografico e fui poi coinvolto nella mostra che gli venne dedicata, presso la Biblioteca Statale Isontina, nella primavera del 2001.
Costruire la visione, toglierla da un clima magari raffinato ma troppo visto, incardinarla, insomma, nella domanda, introducendo elementi di contraddizione nello spazio fotografico, questo era il compito che l’operatore si proponeva per suggerire, soprattutto attraverso la nitidezza della costruzione, un raccordo col simbolico, l’idea che la realtà è “altra” rispetto alla sua assunzione nell’utilitario quotidiano.
Ciò significa che il reale, agli occhi dell’artista, è propriamente destituito di senso, che l’essere in quanto tale, se non viene interpretato, non ha nulla da dirci.
Questo si coglieva bene, per esempio, nella serie dei “paesaggi” in cui, lungi dal recupero di un’andatura naturalistica, ciò che contava era proprio lo “straniamento” in cui il soggetto – un ponte, uno stagno, una pietra – veniva immerso attraverso particolari accorgimenti visivi.
Osservazioni che si potevano fare anche per altri temi utilizzati, per esempio la “noce”, la “foglia” o la “rete”, che diventavano, nella costruzione fotografica, fatti decisamente metafisici.
E così per la figura umana, il corpo e il viso.
Vero è che questi sono luoghi recanti una tale risonanza culturale, che a lavorare con essi si può raggiungere magari il massimo di efficacia, accettando però anche il rischio di un massimo di fallimento e caduta.
Fenzl Menardi lo sa bene, e allora l’intervento operato dall’esterno sui dati di realtà si bilancia con grande cura tra artificiale e naturale, affinché il naturale, senza scomparire, offra invece tutta la sua pregnanza all’indispensabile trasformazione.
Ciò che era evidentissimo, nella mostra, quando entrava in scena il nudo femminile, sempre contraddetto da un elemento “sadico” – un coltellaccio, dei lunghi chiodi, una cinghia, dei cavi elettrici – che giocava come contraddizione rispetto alla morbidezza e venustà del corpo, nell’istante medesimo in cui entrava a far parte integrante della formalizzazione estetica, con risultati perfettamente convincenti.

Ponzio Pilato e la manna ecumenica
acrilico su tela, 2000
Poi conobbi Nico Di Stasio (1954 – 2007), in trattoria, come capitava spesso a Gorizia ed era, se posso dirlo, un bel modo di conoscere la gente.
Nico non era certo un chiacchierone e, assieme, non si è fatto che bere qualche calice di vino.
Sentivo tuttavia della stima che gli amici avevano per lui e rimasi anch’io, come tutti, colpito dalla sua morte, avvenuta nel pieno della maturità di pittore.
Poco dopo la scomparsa mi chiesero di curare, con la collaborazione di alcuni amici, il catalogo che doveva accompagnare la mostra retrospettiva.
Ne fui in parte sorpreso, in parte lusingato, in parte preoccupato.
Sorpreso perché non me l’aspettavo, la mia familiarità con lui era molto limitata; lusingato perché si trattava comunque di un segno di apprezzamento, o almeno così mi pareva; preoccupato perché, pur avendone già scritto per una mostra organizzata alla galleria Spazzapan di Gradisca nell’autunno del 2000, non avevo mai avuto modo di investigare la totalità della sua vicenda, e il compito pareva presentarsi non facile.
Invece mi accorsi che l’intuizione di fondo che avevo espresso in quel testo valeva per tutta la sua opera: egli riversava nel quadro, sempre, un trasalimento che doveva trovare rapidamente il suo corrispettivo nella qualità di un colore che tendeva alla densità e alla preziosità, che brillava in se stesso e si esaltava nei contrasti.
Ori da tessera di mosaico, azzurri da miniatura, rossi vibranti, verdi risonanti e profondi costituivano figure pressoché araldiche nella loro essenzialità, paesaggi “visionari” più che paesaggi “visti”, insomma una pittura come trasfigurazione che tuttavia non cessava di essere anche pittura di realtà.
In questo equilibrio era la forza di Nico Di Stasio pittore, un espressionismo che mi pareva avesse radici più francesi che tedesche, una voglia, anzi una necessità di “dire”, in cui si esprimeva la sua partecipazione appassionata alla vita e alla sofferenza di tutti.

Pesce crudo
Per Paolo Figar curai due mostre presso la Sagittaria di Pordenone, e una presso Palazzo Attems a Gorizia.
La prima, tra ottobre e novembre del 2005, e quella di Palazzo Attems, tra il novembre del sedici e il febbraio successivo, si centravano specialmente sulla scultura, mentre l’ultima, tra marzo e maggio del 2018, era tutta dedicata alla pittura.
Così venivano esaminate, in queste tre mostre, più di vent’anni di attività, essendo le prime opere in esposizione datate al 1995.
Variavano, in questi anni, forme e figure, variava la ricerca sul colore, ma non variava la tensione di fondo dell’artista, quella di mettere davanti agli occhi dello spettatore delle figure, sempre riconoscibilmente antropomorfe, che tuttavia lo scardinassero dall’abitudine visiva, da una tradizione figurale da un lato sempre ricordata, e dall’altro sempre contraddetta.
“Figure della dissonanza”, le definivo già nel catalogo del 2005, e più avanti “figure dell’oltre”: per dire che la loro presenza proponeva sempre un’idea non convenzionale dell’umano, e anzitutto che questo umano era sempre implicato col naturale, e secondariamente che la sua vera natura – per l’artista – non era tanto quella dell’ “homo faber”, dell’uomo cioè che manipola la realtà per renderla utile ai suoi scopi, quanto quella dell’uomo “che conosce”, che osserva i misteri dell’universo, che se ne fa coinvolgere, stupire, affascinare.
Portavo, nei testi scritti per le mostre, vari esempi: Baltico il primo, una grande scultura del 2004/2005, il marinaio «che viene da una estraniazione lunga, coltivata. Vien da mesi di mare, da una solitudine concentrata nella quale può ben maturare una splendida amicizia con un’oca, l’oca che sporge la sua curiosa testa dal suo petto… Figar in realtà ci lascia pensare quello che vogliamo, a lui questa figura è apparsa ricca di plausibilità artistica, cioè poetica, cioè estranea al mondo dell’utile, e questo è ciò che conta ai fini della sua presenza».
Poi Mobydick del 2016, un volto femminile caricato, attraverso la forma del pesce, di una potenza primaria, irresistibile: una rappresentazione della femminilità intesa per quanto essa ha di ammaliante e nello stesso tempo di impenetrabile, un’immagine del mistero stesso di ogni vitalità naturale.
E poi, per fare infine un esempio tratto dalla pittura, Un dio che si lava, del 2017, apparizione faunesca e multicolore che sembra riflettere su diverse, laterali possibilità dell’umano.
E del resto tutta la serie degli “architetti astronomi”, in pittura, scultura e disegno, sono un’indicazione precisa, a mio parere, del fatto che l’artista intende la realtà, tutta la realtà, come una grande metafora, “fenomeno” che rimanda a un “noumeno” forse inconoscibile, non perciò meno affascinante e meno “sacro” rispetto agli occhi e alla mente di chi guarda.
L’ultimo impegno per Paolo è recente, primavera del 2025: viene inaugurato a Lucinico, a cura di quella comunità, uno spazio all’aperto che ricorda Zeno Cosini, il grande personaggio sveviano che – ne La Coscienza di Zeno – villeggia in paese, e che nel libro incarna la “perdita del centro”, vale a dire il fatto che nella contemporaneità, perduto Dio, nessuna gerarchia di valori è più possibile e l’uomo vive in una libertà la quale, a causa delle sue decisioni, può diventare anche un’assoluta schiavitù, come la storia del Novecento, con le sue terrificanti dittature, ha ampiamente dimostrato.
E come continua a dimostrare anche la storia degli anni duemila.
Richiesto da Paolo, ho scritto un testo per l’occasione dove affermo che egli è riuscito benissimo nel suo scopo, dando vita ad una scultura tra realtà, immaginazione e ironia, rievocando nella pietra l’andatura “assettatuzza” e i “miti” del personaggio, la tazza di caffellatte, l’ultima sigaretta, gli occhiali dietro i quali “guardare il mondo e ripararsi dal mondo”: mentre aspetta, come tutti, l’uomo che, “più malato degli altri” ruberà il mirabolante esplosivo appena inventato da un altro uomo, lo collocherà al centro della terra “ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.
