FAVINO: L’ATTORE E LA SUA MASCHERA

| |

di Stefano Crisafulli

Sul set di Napoli-New York
Favino (in piedi) con il regista Gabriele Salvatores

«Se tutti facessero gli attori, forse avremmo un po’ più di pace nel mondo». Lo ha affermato Pierfrancesco Favino nel corso di un incontro che si è tenuto in un teatro Miela caldissimo per la consegna del ‘Premio interprete del presente’, a coronamento del 26esimo Shorts international film festival, sabato 5 luglio. Favino, attore di punta del cinema italiano, protagonista di film come Il traditore di Bellocchio e Hammamet di Gianni Amelio (nel primo ha vestito i panni del mafioso Tommaso Buscetta e nel secondo quelli del politico Bettino Craxi: in sala sono state proiettate alcune scene di entrambi) ha poi spiegato il senso della frase citata all’inizio: «Fare l’attore significa, come dicono gli inglesi, mettersi nelle scarpe altrui, quindi bisogna momentaneamente mettere da parte le proprie idee e la propria etica per capire bene come pensa e come si comporta il personaggio da interpretare. Per cui ringrazio il mio lavoro che mi permette sempre di relativizzare le mie certezze».

L’incontro, proseguito in forma di dialogo tra Favino e il direttore artistico del festival Maurizio di Rienzo, ha poi rivelato via via il percorso artistico del pluripremiato attore (ricordiamo, tra gli altri, il David di Donatello per Il traditore e il Nastro d’Argento per Nostalgia di Martone), a cominciare dai primi passi presso l’Accademia d’arte drammatica: «Sono entrato in Accademia subito dopo la scuola, – racconta – anche per una sorta di ribellione adolescenziale, ed è stata per me l’opportunità di capire se volevo fare questo mestiere. Con il maestro Orazio Costa avevo un rapporto conflittuale perché un po’voleva essere ‘il Buddha che uccidi per strada se lo incontri (citazione ispirata dal titolo di un libro di S. Kopp, n.d.r.); noi lo ascoltavamo e stavamo lì per ore, magari solo per provare un’unica battuta. Ma poi feci un seminario a Montalcino con un insegnante di teatro inglese, Peter Clough, e allora capii veramente che quella era la mia strada». E così arrivarono il suo primo film in assoluto, Pugili di Lino Capolicchio, nel 1995, L’ultimo bacio di Muccino nel 2001 e, soprattutto, Romanzo criminale di Michele Placido, nel 2005, che lo lancia nel novero dei migliori attori italiani. L’anno successivo Tornatore lo vuole nel film La sconosciuta, girato a Trieste: «Proprio durante le riprese sentivo che alcuni nodi di vita venivano al pettine. E questo Trieste te lo fa: è una città dall’anima vaga e forte, adatta per l’attore che è un individuo inquieto, poco incline al radicamento». Favino ritornerà a Trieste nel 2024 per Napoli-New York di Salvatores: «È stata un’esperienza bellissima – ricorda –, in una Trieste trasformata nella New York anni ’40 e sfido chiunque a vederla in questa veste, ma anche a non vederla…». La vera consacrazione arriva, però, con le due interpretazioni di Buscetta e di Craxi: «Ho studiato la vicenda di Buscetta, cercando di capire i suoi comportamenti e per farlo sono andato a Palermo. Ma non mi è bastato e così ho sbobinato le teche Rai, cercando persino di schiarire le interviste oscurate di Biagi. Per Craxi avevo molto più materiale, ma è stato anche un rischio maggiore, perché la memoria di ognuno di noi fa fatica ad essere tradita. Per me Craxi era come Re Lear, un uomo molto potente che perde tutto. Tutto il resto è il mio lavoro, talmente tanto che non si vede. Le persone in sala si devono scordare di me, non devono vedere Favino. Poi, certo, non si scompare mai, sia pure con la maschera, ma bisogna comunque avere il coraggio di mostrare attraverso una maschera ciò che si è».