Gli angeli ribelli del Tiepolo

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Il dipinto del giovane Tiepolo che decora il soffitto dello Scalone d’onore del Palazzo patriarcale di Udine, oggi sede dell’arcivescovado

di Nadia Danelon

 

Un curioso rito, che si potrebbe quasi definire una sorta di gradevole “iniziazione” accompagna l’inizio della visita al Palazzo Patriarcale di Udine: per incominciare a comprendere l’importanza del ciclo realizzato da Giambattista Tiepolo (1696-1770) negli ambienti della dimora, su commissione del patriarca Dionisio Dolfin, i visitatori vengono condotti sotto la tromba delle scale. Giunti al cospetto dell’imponente scalone d’onore, vengono invitati ad alzare gli occhi: basta una frazione di secondo per renderli partecipi della genialità del più noto esponente del Settecento veneziano. Nessuno è più in grado di distogliere lo sguardo, mentre osserva La cacciata degli angeli ribelli (1726) dipinta nella volta dello scalone. L’arcangelo Michele scaccia gli angeli dannati, facendoli precipitare negli inferi: ad aprire il lugubre corteo è Lucifero che con un ultimo (disperato) tentativo si aggrappa alla cornice che racchiude l’affresco. Sì, perché il giovane Tiepolo è anche questo: un pittore in grado di rendere talmente verosimile l’illusione da farla quasi confondere con la realtà. Ci riesce con l’ausilio dello stucco dipinto, realizzando con quel materiale tanto il braccio quanto una parte delle vesti di Lucifero. Compie la stessa operazione anche nella cappella del Santissimo Sacramento in Duomo, nello stesso anno, quando in dieci giorni decora il catino e le pareti di quell’ambiente caratterizzato da una struttura architettonica ancora gotica. Infatti, anche in quel caso, le ali e il busto dell’angelo adorante che abbandona i suoi compari cantori per raggiungere l’altare (e quindi la dimensione terrena) sono in stucco. Se (come chi scrive ricorda di aver udito una volta) “è impossibile lasciare Udine senza aver visto il Tiepolo”, rimane solo l’imbarazzo della scelta del modo in cui incominciare a conoscere i capolavori udinesi di questo pittore abile e geniale.

Come pretesto, in questa sede, si sceglie di presentare questo artista attraverso la sconvolgente Cacciata degli angeli ribelli. Per comprendere l’importanza di questa scena, come del resto del ciclo alla quale è collegata, è opportuno riassumere le circostanze storiche relative al patriarcato di Aquileia in quel lasso di tempo: già covata a partire dal XVI secolo, l’insofferenza dimostrata dall’Impero nei confronti della giurisdizione del patriarcato su alcuni dei suoi territori, tocca il suo apice nel terzo decennio del Settecento. Il seggio patriarcale, sotto l’appannaggio delle famiglie patrizie veneziane da circa due secoli, si sente minacciato da una politica limitante che dichiaratamente sta cercando di influenzare la scelta stessa di chi deve essere investito della carica di patriarca. Dopo i tentativi (messi in atto dal Cinquecento) d’innalzare a sede vescovile Gorizia, l’imperatore Carlo VI sceglie di occuparsi in prima persona della causa: ed è così che la Cancelleria della corte di Vienna finisce per redigere due rapporti relativi ai Diritti del Patriarcato di Aquileia, finalizzati a dimostrare che il futuro patriarca deve essere proposto al papa da parte della Casa d’Austria. La risposta del patriarca in carica (e quindi, quella di Venezia) non tarda ad arrivare. Attraverso un fascicoletto redatto da un teologo udinese, vengono illustrate le ragioni per le quali il patriarca deve continuare ad essere scelto tra i membri del patriziato veneziano. Anzi, il testo suggerisce a Dionisio Dolfin (titolare del seggio patriarcale dal 1699, nipote e zio di altri due patriarchi) di scegliere il luogo ideale per sottolineare l’importanza di un diritto di nomina “voluto da Dio” e giustificare la designazione di Udine quale “Nuova Aquileia” (privilegio concesso per volontà di Marino Grimani nel 1524). Quale sede migliore per ribadire il concetto e per dimostrare il potere di Venezia sulle questioni del patriarcato di Aquileia, che il nuovo Palazzo Patriarcale di Udine (la cui struttura muraria risulta ultimata già nel 1718)? Così, determinato a far valere le proprie ragioni, il patriarca procede commissionando la decorazione del palazzo. Inoltre, come ricordato dagli studiosi, anche un aspetto leggendario contribuisce a legare dal punto di vista religioso Aquileia e Venezia. Secondo la tradizione, Pietro avrebbe inviato Marco ad Aquileia, il luogo dell’incontro di quest’ultimo con i santi patroni aquileiesi Ermagora e Fortunato. Questo legame, una sorta di ammonimento per ogni tentativo di congiura, si ripercuote quindi sulla decorazione della dimora patriarcale: in particolare, l’ambiente della celebre “Galleria” vede protagonisti i patriarchi dell’Antico Testamento (Abramo, Isacco, Giacobbe) creando un ulteriore spunto di analisi per le questioni affrontate. Non è chiaro da quale ambiente Tiepolo abbia iniziato a decorare il palazzo: gli studiosi hanno formulato due ipotesi, contrastanti l’una rispetto all’altra. Il riferimento, per entrambe, deve essere rintracciato nella lettera che un certo pre’ Gioseffo scrive al parroco di Forni nel 1725: la missiva ricorda chiaramente che in quell’anno, nel Palazzo Patriarcale, si sta costruendo una scala “che non avrebbe avuto l’eguale in Italia”. Facile associare questa descrizione entusiastica al fastoso scalone d’onore, progettato da Domenico Rossi. Così, se una scuola di pensiero preferisce collocare gli affreschi del Tiepolo realizzati su commissione del patriarca tra il 1725 e il 1729, l’alternativa è quella di immaginare il pittore già all’opera nel piano nobile del palazzo a partire dal 1721 circa (lo stesso anno del fascicoletto ricordato) per concludere il suo lavoro nel 1726 con la volta dello scalone appena completato. Esponendo questa ipotesi, Gransinigh (2011) fa notare come l’accesso agli altri ambienti del piano nobile sia stato possibile attraverso la biblioteca, prima della costruzione dello scalone d’onore. La cronologia ribaltata contribuisce ad infittire il mistero legato alla Cacciata degli angeli ribelli. Una scena complessa che, come osservato dagli studiosi, sembra fare riferimento all’affresco del Dorigny intitolato La caduta dei Vizi e certamente notato da Tiepolo nel “portego” di Ca’ Zenobio a Venezia oltre che ad alcuni disegni di figure avvinghiate prodotti già negli anni precedenti.

L’intuizione prospettica del Tiepolo è interessante: come è stato fatto notare anche nelle pubblicazioni più recenti, è sufficiente percorrere lo scalone affacciandosi di tanto in tanto dalla balaustra per avere l’impressione di una sempre maggiore lontananza dell’arcangelo Michele dalle figure degli angeli ribelli intenti a precipitare. La bellezza della scena è infine esaltata dalle magnifiche storie della Genesi che, dipinte tra gli stucchi, ne costituiscono la cornice: la raffinatezza di questi finti rilievi su fondo dorato è esaltata dalla giovinezza del Padre Eterno che vi è rappresentato. In questa narrazione (che parte dalla Creazione di Adamo e illustra la vicenda del Peccato Originale), come osservato da Mariuz, Tiepolo strizza l’occhio alla medievale cupola della Genesi di San Marco a Venezia: entrambi i cicli presentano un gran numero di sequenze, oltre a un Padre Eterno che effettivamente (secondo l’interpretazione teologica) crea l’uomo a sua immagine e somiglianza.