GRADO E LA SUA LAGUNA

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Intervista a Paolo Utmar, profondo conoscitore del paesaggio e dell’ambiente della laguna, delle specie faunistiche che la abitano in acqua, in terra e nei cieli

Un ambito territoriale prezioso, insidiato dall’innalzamento del livello del mare, dai predatori e dalla crisi climatica, che tuttavia tiene botta

Una chiacchierata che racconta molto della laguna della sua storia e di chi la abita, uomini e animali

L’impatto dell’overtourism sul delicato ambiente lagunare

Un ambiente da tutelare con ogni cura, difendendolo dal cambiamento climatico e dall’opera dell’uomo per consegnarlo a chi verrà dopo di noi

di Roberto Dedenaro

Paolo Utmar

Cos’è una laguna e quali sono le specificità di quella di Grado?

La laguna è un ambiente di transizione tra terra e mare: in presenza di maree cospicue alle foci dei fiumi si formano degli estuari, con maree minime si formano laghi costieri. Le lagune italiane sono solo quella di Grado, di Marano e di Venezia. Formate dopo l’ultima glaciazione con l’innalzamento progressivo del livello del mare tra 4000 e 1000 anni fa, formano la linea di costa circa come la vediamo. La laguna di Marano è più vecchia, formatasi circa 4000 anni, quella di Grado intorno a 1200 anni fa. Le differenti sedimentazioni dei due fiumi, Isonzo e Tagliamento, hanno portato la foce verso il mare aperto, creando la zona depressa intermedia in cui il mare è penetrato, mantenendo una serie di cordoni litoranei alimentati proprio dai fiumi maggiori. La laguna di Grado è più salata e bassa, quella di Marano è più profonda e dolce, perché i fiumi che sfociano lì hanno portate più importanti. In generale l’ingressione marina sta continuando. Su libri ottocenteschi che descrivono la zona per parlano di 60 ortolani in laguna. Adesso non si saprebbe dove metterli questi ortolani, perché gran parte delle terre emerse sono scomparse o in via di scomparsa. Dagli anni ’70, sono stati persi il 60% delle barene e il 46% delle velme, (le zone che emergono durante la bassa marea), quindi l’ambiente lagunare per l’innalzamento progressivo del livello del mare sta evolvendo e purtroppo con la presenza degli argini a monte che impediscono l’espansione verso l’entroterra c’è lo schiacciamento degli ambienti di transizione tra un mare sempre più forte e le zone di bonifica.

Cosa comporta questo schiacciamento?

La perdita della tipicità della laguna, che, un po’ come a Venezia, sta diventando sempre di più una zona che potrebbe essere assimilata a un mare basso. Già a Marano sono praticamente scomparsi tutti i sistemi di ghebi e di canali di marea perché l’acqua scorre sopra i canali indifferentemente dal canale. A Grado, tali morfologie ci sono ancora, anche se le barene si sono molto ridotte, ma il sistema di distribuzione dell’acqua durante i moti di marea a Grado perdura, mentre a Marano gran parte della laguna non emerge mai, i canali tendono di più a interrarsi. la salinità è aumentata e i canneti di foce stanno sparendo, il che riguarda anche la parte gradese, alla foce dell’Isonzo. Foce che fino a un secolo fa era laguna, poi, con la bonifica degli anni ’30 è rimasta solo la Valle Cavanata che è arginata. Comunque la laguna di Grado inizia alla foce dell’Isonzo, perché lì iniziano quegli ambienti di marea, di barena, di canneto tipici della laguna. Le lagune di Grado e Marano hanno avuto valenze politiche diverse fino alla Grande Guerra, Marano dopo la Terza guerra d’Indipendenza era Italia, mentre Grado era amministrata dall’Austria.

Segnaletica in laguna

C’è stata differenza di approccio di queste due amministrazioni nei confronti degli ambienti lagunari o no?

A Grado c’erano più soldi e ciò si è tradotto nella costruzione delle valli da pesca. Invece Marano era una zona più depressa, molto più naturale, con boschi che fino a poco più di un secolo fa lambivano la laguna. Praticamente tutti gli ambienti presenti nel neolitico erano rimasti. C’è il bosco planiziale, le paludi di acqua dolce, quelle salate e la laguna vera e propria con dune sabbiose. Ciò a Grado scomparve prima perché la zona era più antropizzata per la presenza di centri importanti (Cervignano e Aquileia), poi per il nascente turismo. A Grado affluivano più capitali e infatti ci sono molte più valli da pesca, adesso, in assenza di manutenzione degli argini, qualcuna è tornata a essere laguna perché le valli si rompono e la laguna si riprende la valle. Comunque tuttora circa 1.400 ettari di laguna sono valle da pesca, una zona arginata, in cui la marea non entra liberamente, ma l’acqua entra ed esce attraverso le chiuse, dette ciaveghe, movimentate dal vallante, quello che gestisce la valle dal punto di vista di pesca e caccia.

Come veniva scelto?

Doveva essere persona esperta, ne ho conosciuto alcuni. Le valli in buona parte sono private, ma ci sono anche valli del Comune, tipo l’Artalina, presso Grado, o la Cavanata, gestita dall’Ersa negli anni ’90, gente che veniva dal Veneto, con esperienze sia di pesca che di agricoltura, perché dopo la bonifica gli autoctoni non hanno accettato di diventare agricoltori: o hanno continuato a pescare in mare aperto e nelle rimanenti zone di laguna, oppure si sono dedicati al turismo o altro. L’afflusso di gente del Veneto, Piavotti o Mantelline, vengono definiti, e poi dall’Istria, soprattutto dopo la guerra, ha consentito la colonizzazione e l’agricoltura in queste zone di bonifica.

Nelle zone bonificate non c’era popolazione?

Sì, anche il caso dei casoneri è interessante, nel senso che nella zona della Vittoria c’erano 40 casoni, quindi almeno 200-250 persone che sono state indennizzate dai bonificatori, perché erano là da sempre, risarciti per l’abbattimento del casone e per la presenza di piccole valli da pesca dove tenevano il pesce di maggior valore, branzini e orate. La differenza fondamentale dal punto di vista sociale è che i casoneri a Grado stavano con le famiglie, quindi con mogli e figli a casone, pur avendo spesso una casa a Grado, dove stavano i vecchi o i malati, mentre a Marano solo gli uomini stavano a casone e partiva una barca ogni giorno a portare il pescato a Marano e riportare indietro il cesto della mesa, che era un cesto dove veniva messo il cibo per quelli che rimanevano in laguna tutta la settimana. Con l’avvento del motore, ovviamente tutto questo è finito negli anni ’50. Ancora vi sono persone che hanno fatto questa vita dura, perché andavano a remi o a vela con venti favorevoli. Pesca e anche caccia erano importanti, c’erano i cacciatori di professione. Il mestier de sciopetons sarebbe la spingarda, una specie di cannone appoggiato su una battella col bordo basso, si avvicinavano agli stormi posati in acqua, e facevano dei singoli tiri con anche 80-90 uccelli abbattuti. La spingarda faceva una grande rosa di 3-4 metri. Si può pensare che fosse una caccia distruttiva, in realtà all’epoca la caccia era poco diffusa, per cui in realtà era un’attività economica. Le anatre venivano scambiate con derrate alimentari dai contadini dei dintorni. C’è un verbo, cagnassar, a Grado, che significa andare a raccogliere le anatre ferite lungo le barene, dai bambini gradesi che, sentito il tiro del sciopetón, andavano raccogliere gli animali feriti, tiravano loro il collo e li portavano a casa. Facevano il lavoro dei cani, insomma.

Ma le zone umide non sono state da sempre luoghi da evitare?

Beh, nonostante si dica che l’uomo ha evitato le zone umide, non è vero, molte città sono in zone di foci fluviali, New York ad esempio, Londra, Roma, Monfalcone, Chioggia, Venezia. Qui c’era un pro e un contro. C’era una grande facilità di trovare cibo. Perché in laguna è difficile morire di fame, la ricchezza di pesce è enorme. La malaria era più all’interno, nelle zone di ristagno di acqua dolce, la laguna era solo in parte malarica. Infatti ci fu un boom di malaria dopo le bonifiche proprio per il sistema di canali di drenaggio delle bonifiche, alla fine la malaria è stata sconfitta con il DDT, arrivati gli americani nel 1945.

Orate

Quali sono i pesci più frequenti in laguna, allora?

Beh, sono i cosiddetti pesci eurialini, cioè quelli che sopportano grossi sbalzi di salinità e di temperatura; quindi, non tante specie ma molto ben rappresentate numericamente: varie specie di cefali, l’anguilla, Ieri ho visto i trattauri, cioè quelli che vanno con una rete tirata a mano e con le barche per prendere quelli che a Trieste  vengono chiamati ribaltavapori, le angudelle, i latterini in italiano. Poi anche branzini, e orate. Sì, è una pesca tipica che però sta cambiando tanto, tra l’altro con l’arrivo del granchio blu ci sono grossi problemi anche qui. Comunque, se uno ci naviga, si rende conto che la laguna è piena di pesce, che però non ha gran valore di mercato perché tutti vogliono mangiare branzino e orate. e quindi i cefali non li mangia più nessuno e alla fine sono lasciati là. La passera so che è molto diminuita. Poi c’è stato tutto l’inquinamento della chimica del Friuli che ha rovinato un pezzo di laguna per decenni.

 

Quale parte in particolare?

La laguna centrale sia dalla parte di Grado nella zona di Portobuso sotto l’Ausacorno. Un inquinamento molto pesante per cui ci sono stati processi, non so con che esiti, però pare che l’industria abbia pagato delle compensazioni. Ora il problema si è risolto. Molti si sono rivolti al mare aperto con pescherecci più grandi. Mentre all’inizio la pesca in mare era minoritaria rispetto a quella in laguna, ora è il contrario. Una parte va a molluschi, ma ci sono stati periodi di sovrasfruttamento, e poi di fermo pesca. Ci sono fluttuazioni del pescato; quindi tutto il comparto è in crisi.

Tutti vogliono mangiare scampi…

Gli scampi sono in gran parte atlantici, penso, perché qua andavano a molluschi, le reti a strascico per il pesce azzurro, poi più sotto costa, con vari sistemi di reti di posta, per esempio le passelere prendevano il pesce bon: branzini, orate. Invece in laguna c’è il classico sistema degli sbarramenti con reti e nasse nei punti cruciali, con cui si prende un po’ di tutto, a seconda delle maglie più o meno piccole, tipo gamberi e girai. Anche le moleche hanno un mercato. A Grado no, però già a Marano c’è una vendita del granchio in muta. Anche l’anguilla a Trieste non ha mercato, mentre in Veneto sì, ma di anguille ce ne sono sempre meno.

 

Gavina

Parliamo un po’anche della fauna non acquatica…

Storicamente e ambientalmente si può dire che ci sono parecchie specie vincenti e parecchie perdenti. I canneti di foce sono in crisi per l’innalzamento del livello del mare e per il limitato flusso di acque dolci. Le specie di canneto stanno scomparendo. Come pure le specie nordiche che venivano qua perché il centro Europa ghiacciava e quindi non potevano svernare a monte delle Alpi. Di Quattrocchi, un’anatra tuffatrice, ce n’erano migliaia, e non parlo di tempi antichissimi, ma fino a 30 anni fa, ora dalle migliaia siamo alle decine. Anche una specie di gabbiano, chiamato Gavina, sempre a distribuzione nordica. Poi anche le rarità, l’orco, l’orchetto, la moretta codona. Diciamo che fino agli anni ’80 c’erano anni di variabile presenza di queste specie che nel Mediterraneo sono rare e che da noi invece erano regolari. Nell’89 ho visto lo stormo probabilmente più grande osservato in Italia: 53 morette codone insieme. In quell’anno avevamo avuto un’invasione di specie nordiche. Progressivamente tali eventi sono sempre più rari. Queste specie si vedono ancora, ma con consistenze molto ridotte, perché il nord non ghiaccia più. Non è tanto il freddo in sé che muove gli animali acquatici: sopportano bene il freddo, ma il fatto è che i laghi interni ghiacciano. Localmente l’ultimo freddo notevole è stato nel febbraio 2012, quindi sono passati 14 anni senza un inverno veramente freddo. Una volta non succedeva così, ricordo benissimo gli anni ’80 c’erano sì gli inverni miti, però ad ognuno di questi poi arrivava un inverno veramente freddo, o magari due o tre consecutivi.

Oca selvatica

Poi ci sono invece specie vincenti…

I vincenti che sono specie del sud, proprio il fenicottero, rarissimo, adesso è molto numeroso, praticamente in certe zone è presente tutto l’anno; hanno nidificato a Venezia, da noi no, probabilmente per l’aumento di cinghiali e volpi. Negli ultimi 20 anni c’è stato un grande aumento dei predatori, perché la pressione su loro è diminuita, la rete delle riserve naturali è più efficace e quindi c’è un’onda lunga di questi animali che si concentrano nelle zone migliori che poi sono le zone dove vorrebbero nidificare gli uccelli più rari, quindi oggi esiste un problema. Risolverlo è certo spinoso, ma cinghiali e volpi nuociono agli uccelli che hanno bisogno di tranquillità, soprattutto per la nidificazione, perché negli altri periodi dell’anno la presenza di predatori è abbastanza ininfluente. Ci sono cinghiali in laguna, non dappertutto, fortunatamente c’è una zona centrale a est di Portobuso in cui c’è una serie di valli ove non ci sono. Però la parte orientale della laguna, tipo la Valle Panera, la zona di Barbana, è infestata. Durante il censimento degli uccelli acquatici quest’inverno ho rilevato un branco di 14 cinghiali. Nuotano benissimo, vanno da un’isola all’altra in Dalmazia, li incontrano in mare aperto. Quindi usano anche le valli come zona rifugio, perché spesso hanno lungo gli argini dei grandi rovi, in cui si nascondono e poi cacciano durante la notte: il cinghiale è prettamente notturno. Si parla di centinaia di capi abbattuti ogni anno sul bordo della laguna.

Ma nuotano anche le volpi?

Certo, anche loro. Sono state viste anche arrampicarsi sugli alberi. In Val Cavanata l’airone rosso, specie della Direttiva Uccelli, quindi che ha una tutela e che l’Italia sarebbe tenuta a tenere in stato favorevole di conservazione, questa specie si è spostata da un canneto per l’arrivo dei cinghiali, è andata su un albero e una volpe ha imparato ad arrampicarvisi. Ora ha cambiato zona e quest’anno è andata abbastanza bene, ma la pressione dei predatori è una cosa inedita, degli ultimi 25 anni. Inoltre è arrivato lo sciacallo, e sta arrivando anche il lupo. è una situazione è in rapido cambiamento. Però, tornando alle specie vincenti, bisogna dire che le cose vanno abbastanza bene, molte specie che non nidificavano, o non erano presenti, adesso sono numerosissime. Il marangone minore, una specie orientale, ha colonizzato negli ultimi trent’anni, l’airone guardabuoi, specie africana, è un uccello che ci assomiglia, se vogliamo. A parte l’Antartide e l’Artide, questo airone è andato in tutto il mondo, e in pochi decenni.. Si adattano a tutte le trasformazioni fatte dall’uomo. scavano un canale, per mangiare grilli talpa e tagliano l’erba per mangiare cavallette. Un’altra specie è la volpoca e la beccaccia di mare. Poi due specie che hanno avuto una spintarella da parte dell’uomo: l’oca selvatica, progenitrice dell’oca domestica e il cigno reale. Negli anni ’80 queste due specie sono state introdotte, o, come credo, reintrodotte.

Cigno reale

Perché dici reintrodotte?

Sistematicamente tutte le grandi specie nidificanti sono state eliminate dall’uomo. Non c’è una ragione per cui nel delta del Danubio queste due specie siano tuttora presenti e da noi no. Il fatto è che il delta del Danubio è più grande, più selvaggio, ha mantenuto praticamente tutte le specie senza estinzioni, mentre noi ne abbiamo perse tante. L’unica di cui ci sono dati precisi è la gru, che nidificava intorno a Caorle fino agli anni ’20-30, perché Arrigoni degli Oddi, uno dei fondatori dell’ornitologia moderna, ne ha descritto la nidificazione. Però non c’è ragione che non ci sia il falco pescatore nidificante, l’aquila di mare eccetera, tutti animali che stanno tornando pian piano. Io e Fabio Perco abbiamo dato un aiutino all’oca selvatica e al cigno reale, che si sono trovati benissimo. Tra l’altro Sisini o Sesene era il nome dialettale del cigno, ciò può voler dire che anticamente c’erano cigni sia reali che probabilmente, in inverno, selvatici. Gino Baccaro, che era un mio amico spingardista, diceva che un giorno gli sembrava che ci fosse in spiaggia Sant’Andrea la banda e invece era un branco di cigni selvatici venuti dall’Artico a svernare a Marano.

Come potrebbe impattare la nuova proposta di riaprire la caccia anche all’oca selvatica?

Adesso c’è la proposta, il nuovo decreto-legge che però non si sa se passerà, vogliono riaprire la caccia all’oca selvatica.

Perché ce ne sono tante?

Sono tante, ma forse ci sono anche delle piccole pressioni, o non tanto piccole, da parte degli agricoltori. Le criticità ci sono perché sono presenti come nidificanti solo in tre regioni e la quarta, la Toscana, come svernanti, quindi iniziando a sparare invece di favorire l’espansione sia delle popolazioni svernanti che di quelli nidificanti ci sarà un rallentamento di tale espansione. Sono contrario e comunque bisognerebbe semmai restringere a solo tre regioni o al massimo quattro la caccia, non aprire. Arriva un’oca selvatica in Lazio, viene tirata giù e fine: non è sostenibile.

Perché parli di pressione degli agricoltori?

Perché fanno dei danni in certi periodi, la popolazione nidificante potenzialmente ne fa di più perché gli svernanti tagliano il grano quando è di 10 centimetri, ma poi il grano riparte e loro a febbraio vanno via quindi il danno da parte degli uccelli svernanti è basso o nullo. Bagolin, che è di Fossallon, mi ha detto che temeva tanto le oche, aveva comprato il cannone, gli spauracchi eccetera, poi invece il raccolto è andato benissimo. Chiaramente se poi le oche sono invece presenti, perché fondamentalmente stanziali, mangiano le piantine di mais, piantate a maggio, che stanno sbucando, lì il danno è reale. L’oca selvatica, nonostante ciò che si dice delle oche, e anche il cinghiale, non sono affatto stupidi. Infatti, anche per la distanza di fuga, adesso sono piuttosto confidenti; qualora si aprisse la caccia, le oche cambierebbero sicuramente molti comportamenti.

Fenicottero

Torniamo ai nostri uccelli di laguna…

La cosa interessante è che gli uccelli limicoli che dovrebbero essere quelli che primi risentono dell’innalzamento del mare, chiurli, beccaccini, tutti i vari che venivano chiamati un po’ trampolieri, anche i cavalieri d’Italia sono molto numerosi in laguna. Probabilmente le lagune di Grado e Marano e la foce dell’Isonzo sono le zone migliori d’Italia per il chiurlo. Queste specie per il momento non hanno evidenziato un decremento nonostante che, come dicevo dai dati di Fontolan, le velme, ambiente elettivo per l’alimentazione, siano diminuite di superficie. Ho mandato all’Istituto superiore per la protezione ambientale, un’ipotesi di studio. Cioè, perché con il decremento delle superfici buone dell’alimentazione non sono calati di numero? L’ipotesi è che il cambiamento climatico ha reso molto più produttive, anche in pieno inverno queste zone, favorendo il fatto che i vari organismi si infossino meno. Ad esempio, se c’è la velma ghiacciata nelle notti sottozero diventa poco produttiva. Se invece le temperature sono intorno ai 5 gradi, magari tutte le prede, i vermi, la corbola, le varie schile, i gamberetti, tutti animali che più o meno si infossano e poi i molluschi, stanno più su, divenendo più raggiungibili. Per ora siamo in attesa di vedere un calo perché è prevedibile che alla fine ci sarà il calo degli uccelli legati alle acque basse, ma non si è ancora verificato.

Questo è un dato che può essere positivo?

Sì, evidentemente ci sono dei fenomeni di compensazione. che si verificano anche in altri ambienti, per esempio in ambienti boscati c’è un arrivo cospicuo di specie centreuropee o montane, i picchi in particolare, ma non solo, in pianura, per l’invecchiamento, i boschi venivano sfruttati tantissimo e quindi non c’era legno morto, né alberi vecchi, Ora tali due condizioni ci sono E nonostante l’ innegabile innalzamento delle temperature, specie come il picchio nero, il picchio cinerino, il picchio rosso minore, che erano tipiche di zone alto collinari o montane, sono scese in laguna. Stessa cosa del pettirosso o del tordo bottaccio. Quindi alcune cose sono fenomeni in controtendenza?

Sì, che non nega che ci siano cambiamenti…

No, ma infatti c’è un fenicottero con l’ala rossa in Cavanata che è là da sei anni. Ho lavorato quattro anni in valle Cavanata a cavallo del duemila, gelava in pratica ogni anno, addirittura certi inverni, dato che le valli non hanno il moto ampio della laguna, quindi gelano prima della laguna vera e propria. non si poteva spostarsi con la battella, che era bloccata dal ghiaccio. Lì quel fenicottero sarebbe morto invece adesso è là da 5-6 anni. è l’unico fenicottero presente nella valle perché non ha mai avuto un momento di crisi climatica, da costringerlo a spostarsi. Non è che se arriva il freddo tutti i fenicotteri: si spostano e se non sono troppo deboli, tengono botta. Anche perché magari il freddo dura 10-15 giorni e ce la fanno. E nonostante sembrino esili, un fenicottero può vivere anche 80 anni: sono assai longevi.

Allora, che futuro per la laguna di Grado?

Ci vorrebbe la sfera di cristallo, ma lo stesso Fontolan indicava un possibile rimedio nei ripristini, cioè permettere alla laguna di espandersi verso nord a discapito delle zone agricole che valgono meno. Comunque, dopo le bonifiche, certe zone agricole mantengono il sale, sono costose da mantenere perché devi continuamente scavare canali di bonifica, le idrovore devono essere mantenute.

E questa è la prima misura da fare?

Sì, poi è vero che tutte le zone arginate possono mitigare il fatto che le zone naturali saranno sotto schiaffo dall’innalzamento del mare. Il 1971 è stato un momento fondamentale per le zone umide, a livello mondiale, con la Convenzione di Ramsar. Molti Stati si sono accordati per proteggerle, soprattutto come habitat per gli uccelli acquatici; la chiave della tutela è stata il numero e la qualità di uccelli acquatici presenti. Adesso noi in Italia abbiamo oltre 50 zone Ramsar, tre in Friuli-Venezia Giulia, la foce dello Stella a Marano, la Valle Cavanata a Grado e la foce dell’Isonzo. Tre zone di valore internazionale. Anche dal punto di vista culturale la Convenzione è stato un momento epocale, perché fino a quel momento il mainstream era per la bonifica, dal ‘71 è cambiato, anche se poi soprattutto nei paesi extraeuropei le bonifiche continuano.

Come vedi tutto questo afflusso turistico, che sembra essere l’unica economia trainante?

Il turismo è in aumento in tutte le zone lagunari della regione, ma anche a livello globale. È un problema grosso di coesistenza. Un po’ la laguna si difende perché solo le persone più esperte affrontano i bassi fondali. Bisogna dire che l’afflusso turistico è concentrato in pochi mesi e, in realtà, anche in poche ore: in laguna la mattina presto non c’è nessuno e la sera la gente ritorna abbastanza presto. è importante creare zone per la nidificazione come fatto sul banco D’Orio dall’Università di Trieste con la Regione; ci sono aree precluse alla nidificazione anche alla foce dell’Isonzo. Poi favorire le visite guidate, anche con barche in grado di trasportare le bici. I percorsi ciclabili li stanno costruendo un po’ dappertutto. Subito a monte della Laguna di Marano ci sono dei grandi boschi planiziali; un esempio è anche il Bosco dei Leoni che è qui, tra Belvedere e Aquileia: sono tutti ambienti piacevoli da visitare in bicicletta. L’importante è la zonizzazione, cioè certe zone vanno tenute tranquille. La Litoranea Veneta che è stata scavata durante la Grande Guerra per approvvigionare le batterie costiere italiane alle foci dell’Isonzo. Ora è l’autostrada della laguna e quindi lì si concentra molto disturbo. Ciò che fa più danno sono per esempio i pescatori sportivi, poi i sub, il windsurf, il kite in zone sensibili come la Mula di Muggia e la foce dell’Isonzo sono un grande problema. Non solo turismo ma anche attività sportive in zone umide sono un problema.

C’è ancora qualcosa che vorresti dire?

Un problema molto vivo, è quello delle specie esotiche, cioè l’Ibis sacro, la tartaruga della Florida, la nutria, eccetera, che si scontra con la cambiata sensibilità. Oltre alla difficoltà oggettiva di un’eventuale eradicazione, ci si scontra con la sensibilità animalista. Insomma cambiamento climatico e l’opera dell’uomo minacciano la nostra laguna, sta a noi consegnarla, nel migliore dei modi a chi verrà dopo.

 

Paolo Utmar è nato a Trieste nel 1961, autodidatta, fin da bambino attratto dagli animali e dall’ambiente, iniziò a raccogliere dati ornitologici nel 1973, anno in cui si associò al WWF. Lavora come guida naturalistica a Marano e in tutta la regione dal 1982, anno in cui iniziò a censire gli uccelli acquatici svernanti. Ha lavorato in tutte le riserve naturali costiere della regione e dal 2010 nell’Area Marina Protetta di Miramare. Ha pubblicato circa 70 lavori scientifici e ha dedicato molte energie per promuovere la tutela delle zone costiere del FVG.