IA: LA STRADA PIÙ BATTUTA di Gaia Bigollo

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«La tonalità dei colori, il braccio di uno degli scheletri che si fonde con il violino… è sicuramente IA» è l’affermazione di un ragazzo che, nel cinema di un centro commerciale, osserva un bucket per i pop-corn raffigurante un’orchestra di scheletri. Tra la luce calda, gialla, che avvolge il disegno, la prima cosa che si nota sono i crani sorridenti, che ammiccano al cliente con l’allegria grottesca che il marketing diffonde come una febbre durante il periodo di Halloween. Mesi dopo, i secchielli invenduti sono ancora esposti e, a prima vista, quasi non ci si accorge degli errori. E se qualche cliente distratto si è lasciato convincere, forse se ne è accorto in seguito, forse si è sentito stupido, o addirittura “ingannato” per aver acquistato un oggetto prodotto, con tanta approssimazione, dall’Intelligenza Artificiale.

Nelle librerie stracolme di nuove storie, la maggior parte dei libri vuole sedurre con copertine disegnate da artisti in carne ed ossa: lì, il connubio tra arte e commercio può dar vita a colpi di genio, e i nomi degli artisti vengono indicati con orgoglio nel colophon o nei quarti di copertina. Eppure, sempre più spesso compaiono disegni che fanno storcere il naso agli osservatori più attenti. È il caso di un giovane angelico che, dall’alto dello scaffale dove è stato riposto, guarda con aria assorta un orizzonte indefinito, fiero della sua pelle levigata e delle sue labbra piene. Ci vuole un po’ di tempo perché un cliente, all’inizio incuriosito dal libro, cominci a sentirsi infastidito: la pelle del ragazzo è un po’ troppo splendente, e alcune ciocche di capelli vanno in direzioni che non hanno senso. Se qualcosa nell’operato dell’IA può essere considerato lodevole, è sicuramente la diligenza con cui ha studiato i nostri gusti: il volto dell’angelico ragazzo è un ammasso di particolari obbedienti ai canoni estetici contemporanei. È proprio nell’ossimoro tra la perfezione plastica e ridondante dei soggetti rappresentati e le imprecisioni bizzarre della composizione, che la nostra repulsione ha le sue ragioni. Se il cliente, un po’ turbato da questa copertina, ancora non fosse convinto della paternità dell’IA, potrebbe cercare i crediti: sul retro del libro, l’editore dichiara che l’immagine è la rielaborazione digitale di un disegno. L’autore, escluso da ogni anagrafe, non ha nome né cognome: solo uno username, The1traverser. È sufficiente digitarlo su Google per scoprire che si tratta di una pagina Pinterest di disegni generati con l’IA.

Da un libro poco lontano, il mezzo volto tenebroso di un uomo scruta le persone che si fermano ad osservare i volumi esposti. I pori della sua pelle, già troppo visibili sul naso, sembrano brillare di luce propria sulla guancia e sulle sopracciglia, componendo un mosaico di dettagli che difficilmente una mano umana avrebbe messo insieme. L’autore, però, è ignoto: l’unico credito è quello della casa editrice stessa. Questa volta, possiamo solo cercare di indovinare l’entità del contributo dell’IA.

In giro per le strade, diversi cartelloni pubblicitari provano ad attirare l’attenzione dei passanti, offrendo esperienze uniche o servizi impareggiabili. Tra le persone che passeggiano, alcune si divertono a indovinare quali di queste immagini non sono create da una mano umana. In un maxi – poster, un uomo in abiti rinascimentali siede dietro i suoi numerosi lingotti d’oro, ambasciatore silenzioso di un’agenzia che promette ai futuri clienti di diventare ricchi come lui, offrendo accesso al proprio fondo di investimento. L’uomo, che vorrebbe ricordare Leonardo Da Vinci, è affiancato da una Gioconda che indossa una collana molto pacchiana, simbolo dell’impresa. La texture vellutata parla chiaro: chiunque, se guardasse con attenzione, si accorgerebbe che non è naturale. Incorniciata da capelli e barba che imitano senza molta cura i tratti di un pennello, la pelle del signore appare troppo gialla. L’abuso del giallo è segno di un altro tentativo di omologazione ai consueti standard di bellezza: i toni caldi sono da sempre considerati i più accoglienti, e l’IA, obbediente, li ripropone. Il risultato: una patina giallastra, irremovibile, che con un po’ meno saturazione potrebbe sembrare anacronistica; invece, pare solo uno scherzo ai danni una generazione fissata con il vintage, riproposto, però, tramite le tecnologie più avanzate.

Alcune volte, le imprese cercano di mimetizzare le opere realizzate con l’IA, rendendole il più simili possibile a quelle umane; altre volte, invece, non se ne preoccupano: per alcune di esse, un’immagine o un video generati con l’IA, anche se inquietanti, valgono quanto quelli di un artista vero, o anche di più, se diventano il marchio del carattere innovativo dell’azienda. È il caso del breve video pubblicato a febbraio sui social dalla società calcistica Inter, in onore di uno dei suoi migliori giocatori, Lautaro Martinez. Nel video, i maggiori successi del giocatore sono riuniti in un’unica sequenza in cui i movimenti sgraziati delle transizioni si sommano ad errori anatomici grossolani (come una mano che ad un certo punto sembra trasformarsi in una zampa palmata). In diversi frame, il numero della maglia è sbagliato, il logo assume colori che non ha mai avuto e compaiono sponsor inesistenti. Nei social, tra i tifosi che lasciano commenti, c’è chi scrive che il giocatore «meriterebbe di più di un video fatto con l’IA» e chi sostiene che «è il video più brutto realizzato da quando esistono i social». Alcuni si chiedono persino che fine abbiano fatto i dipendenti di Inter Media House, la divisione che si occupa dei contenuti mediali della squadra neroazzurra. Eppure, nonostante l’evidente indignazione dei fan, la società milanese non ha mai rimosso il video dai propri account.

A proteggerci dalla difficoltà di distinguere un’opera reale da una realizzata con l’IA, sembra essere rimasta solamente la sommarietà dei lavori che le deleghiamo. In antitesi con le straordinarie capacità di questa nuova tecnologia, pressappochismo e Intelligenza Artificiale sono diventati spesso sinonimi.

Se, in un’epoca in cui pare impossibile distinguere i prodotti dell’Intelligenza Artificiale da quelli umani, le persone indicano ancora, divertite o inorridite, opere dall’aspetto alieno, è perché abbiamo fatto dell’IA il catalizzatore di un usa e getta che da tempo non lascia scampo nemmeno all’universo culturale: non soddisfatti del fast food e del fast fashion, abbiamo dato il via all’apogeo della fast creativity.

Niente di nuovo nella cultura commerciale; solo una nuova vetta raggiunta, in termini di risparmio. Ma se l’IA non è altro che una scorciatoia, la trascuratezza diviene un riflettore che illumina la via più facile (che, per nostra pigrizia, è anche la più percorsa). Nel 1915, nella sua poesia La strada non presa, Frost scriveva: «Lo racconterò con un sospiro / da qualche parte tra molti anni: / due strade divergevano in un bosco ed io – / io presi la meno battuta, / e questo ha fatto tutta la differenza.» Ora che sono passati molti anni, possiamo ammetterlo: delle due strade che si diramano nel bosco noi ancora prendiamo la più battuta, e questo fa tutta la differenza.