L’AFFAIRE PREZIOSO

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Marina Silvestri ha pubblicato un saggio sulla figura di Roberto Prezioso, direttore de facto del Piccolo, partecipe di colloqui riservati per l’intervento o la neutralità dell’Italia nella Grande guerra

di Luca G. Manenti

Marina Silvestri

Il libro di cui qui si parla è denso e articolato. Lo ha scritto Marina Silvestri, giornalista prestata alla storia, disciplina che frequenta ormai da anni con la giusta strumentazione e competenze adeguate. Si tratta, tuttavia, di qualcosa di più di un volume di storia, poiché il caleidoscopio etnico, la varietà linguistica, la parabola finanziaria, il panorama sociale della Trieste tardo moderna e contemporanea, rievocati con estrema cura e abbondanza di riferimenti bibliografici, forniscono la cornice di una vicenda umana intrigante, degna di un giallo, che è il vero cuore narrativo dell’opera.

L’autrice porta in luce le trattative condotte dall’estate del 1914 alla primavera 1915 per tenere l’Italia fuori o spingerla dentro il conflitto da una schiera di diplomatici, ambasciatori e intellettuali che agivano, prezzolati o mossi da sincero patriottismo, per conto di gabinetti ministeriali, istituti bancari, movimenti di opinione. Silvestri si concentra sui colloqui fra Roberto Prezioso, direttore de facto del Piccolo dopo la partenza di Teodoro Mayer per Roma, e Leopold von Chlumecký, che era stato vicino all’arciduca Francesco Ferdinando, sostenitore dell’idea trialista, ossia di una ripartizione dell’impero danubiano fra austriaci, magiari e slavi del sud.

Marina Silvestri L’affaire Prezioso
Aprile 1915. La missione segreta
del direttore politico del “Piccolo”

EUT, Trieste, 2024
pp. 256, euro 24,00
Opera disponibile ad Accesso Aperto

Chlumecký e Prezioso, agli antipodi per orientamento e sentire intimo, essendo il primo fedele alla corona asburgica, il secondo di sentimenti italiani, erano legati da lontana parentela. I nessi famigliari, esaminati da Silvestri biografia per biografia, servirono a facilitare il delicato tentativo di negoziare un possibile accordo per tenere l’Italia neutrale. Tale soluzione era voluta e cercata in primis dalla Germania, che faceva pressioni sull’Austria affinché cedesse almeno parte delle zone che da decenni l’alleata reclamava per ragioni di prossimità idiomatica e culturale.

I cosiddetti “giri di valzer” del governanti italiani, accusati di valutare machiavellicamente amici e nemici in base alle convenienze, di soppesare con scrupolo vantaggi e svantaggi che potevano ottenere coalizzandosi con l’uno o l’altro degli attori sulla scena, furono, come l’autrice ricorda, la prassi che da sempre sovrintendeva alle consuete relazioni fra Stati. Sarebbe pertanto fuorviante giudicare un “mercato delle vacche” il calcolo freddo e necessario che portavoce e rappresentanti di repubbliche e monarchie erano costretti a fare quando stipulavano la cessione di aree o discutevano i contenuti dei patti militari. Che ciò avvenisse per vie riservate era cosa normale. Il fine ultimo, condiviso dalle parti in causa, era di appianare le divergenze e conservare l’equilibrio di forze sul continente. I dialoghi dei due protagonisti del libro, svoltisi in un clima di tensione internazionale e restituitici da due memoriali redatti da Prezioso quando il Regno dei Savoia aveva già denunciato la Triplice Alleanza, quindi in tempi sospetti, furono caratterizzati, va da sé, da notevole ambiguità, perché gestiti con obiettivi opachi da entrambi, determinati ognuno a sfruttare la controparte senza darlo ad intendere, in una trama complicata di ammiccamenti, reticenze e mezze bugie.

Roberto Prezioso

Nel 1919, giudicato e assolto da un giurì d’onore, Prezioso asserì di aver fatto il doppio gioco a favore dell’Italia, mentre Chlumecký, dotato di indubbia lungimiranza e più scaltro di quanto non trasparisse dai resoconti dell’interlocutore, riuscì a guadagnare mesi preziosi per l’Austria mentre sembrava accettare la posizione altrui. Trieste era ed era stata per secoli un ponte di primaria importanza geografica e strategica fra l’Adriatico e l’Europa centrale, un vero e proprio coagulo, in potenza esplosivo, di passioni contrastanti, di gruppi nazionali giustapposti che, a cavallo fra XIX e XX secolo, avevano perso la capacità di coabitare.

Le appartenenze politiche, comunitarie, di classe e credo si intersecavano e spesso collidevano: sloveni, italiani e tedeschi si dividevano in proletari, borghesi e aristocratici, in irredentisti democratici o nazionalisti, socialisti moderati o radicali, liberali di destra o di sinistra, di religione cattolica, israelita o protestante. Si aggiungano alla lista i massoni, da sempre molto presenti, e in posizioni di comando, nel centro adriatico, trasversali ai partiti e alle fedi, e si avrà un quadro del mosaico triestino. Ogni categoria cittadina, ciascuna congiunta in modo più o meno stretto all’omologo d’oltreconfine, era latrice d’istanze particolari, di ingegnerie politiche differenti, che spaziavano dall’accorpamento del porto all’Italia alla soluzione federalista, con l’ovvio presupposto di mantenere integra la compagine asburgica, fino all’idea di Trieste “città libera”. Il leitmotiv dell’autonomismo, venato d’indipendentismo, era stato proposto da insigni pensatori sin dall’età dell’espansione commerciale del borgo giuliano e merito dell’autrice è di averne ripercorso genesi e sviluppi. La sua riproposizione durante gli incontri di Chlumecký e Prezioso, che ebbero come convitato di pietra il neutralista Giovanni Giolitti, fu un tentativo di salvaguardare i molteplici interessi economici che gravitavano intorno a Trieste in una fase di cambiamenti epocali.

Con prosa felice e rigorosa, Silvestri porta a riflettere sugli intrecci tra macro e micro storia, tra alta politica e tragitti esistenziali tortuosi e avvincenti.