“IL DIALOGO” A ILLEGIO
Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | Luciana Amato | mostre in regione
Il tema centrale della mostra di Illegio è il dialogo, esplorato nelle sue luci e nelle sue ombre come fondamento e salvezza della civiltà occidentale, e non solo
Attraverso il dialogo l’altro smette di essere una minaccia e si trasforma in un tesoro da proteggere e custodire
di Luciana Amato
La preghiera olio su tela (circa 1840)
42-52 cm.
Galleria d’arte moderna e contemporanea. Ferrara
Un piccolo borgo di soli trecento abitanti nel cuore della Carnia che, dal 2000, si trasforma in centro internazionale d’arte: Illegio abbraccia una nuova sfida culturale con la mostra “Il dialogo”, aperta al pubblico dall’11 giugno all’8 novembre 2026.
Curata da don Alessio Geretti, l’esposizione è un viaggio straordinario attraverso duemilacinquecento anni di storia, racchiuso in 50 opere tutte di eccezionale valore: dal fascino antico di un vaso greco del V secolo a.C. (a rappresentare le radici della cultura e del pensiero occidentale e da qui la nascita del dia-logos attraverso il dialogo, come strumento di confronto, democrazia e speculazione filosofica), fino alle avanguardie della metà del Novecento. Una mostra che racchiude firme leggendarie – da Caravaggio, presente con due tele, a Picasso, Chagall, Tiepolo e Hayez – e che veicola un potentissimo messaggio etico e spirituale. Il tema centrale è infatti il dialogo, esplorato nelle sue luci e nelle sue ombre come fondamento e salvezza della civiltà occidentale, si spera non solo occidentale.
La scelta di questo tema infatti risponde a un’urgenza drammatica nel mondo contemporaneo. Oggi l’umanità si trova pericolosamente in bilico tra uno sviluppo tecnologico senza precedenti e il rischio dell’autodistruzione. Lo dimostra la tragica mappa geopolitica attuale, dove la guerra è tornata a essere drammaticamente considerata un metodo di risoluzione dei conflitti, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino al cuore dell’Africa: il dramma dei popoli sordi. Ma la diagnosi profonda di questa crisi globale non è solo politica o diplomatica: siamo di fronte a una vera e propria crisi delle coscienze, che richiede una conversione radicale del nostro modo di stare al mondo.
Dante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca olio su tela (1846)
61×38,5 cm.
Civica Galleria d’Arte Moderna, Savona
Superata la soglia della biglietteria, scortati attraverso il portoncino d’ingresso della mostra, si viene assorbiti dal buio e dall’atmosfera che si respira tra queste stanze: un’esperienza che lascia il segno. L’allestimento delle sale immerge il visitatore in un rosso, sfondo dal quale emergono le tele. Il filo conduttore che unisce questa scelta cromatica all’idea della mostra è il sangue che ci accomuna tutti come esseri umani, lontani fratelli fatti di carne; una materia incapace di sopravvivere se non sostenuta dall’amore, da declinarsi in tutte le sue forme.
La mostra inizia con un vademecum, una premessa necessaria: perché il dialogo possa avere spazio, serve un riconoscimento autentico tra due interlocutori. Non si tratta di una mera operazione intellettuale: questa dinamica deve essere accompagnata da un sentimento profondo di prossimità. È proprio nella mancanza di riconoscimento che vive la conflittualità, tra persone come tra nazioni. Restituendo l’identità umana al campo dell’amore, l’unico nel quale è possibile esplicitare questo riconoscimento, si libera l’essere umano dalla brama e dal desiderio della roba altrui, sia essa materiale o immateriale. È così che l’altro smette di essere una minaccia e si trasforma in un tesoro prezioso da proteggere e custodire.
Questa logica della prossimità e del contatto visivo trova una sponda cromatica e compositiva eccezionale nei capolavori del Seicento nordeuropeo: la straordinaria tela di Matthias Stom, Incredulità di San Tommaso, incarna proprio il bisogno umano di toccare, di accorciare le distanze per riconoscere l’altro. Lo stesso Stom, presente nel percorso espositivo anche con il Rinnegamento di Pietro e con Esaù vende la primogenita a Giacobbe, mette in scena la carne, l’urgenza dei corpi illuminati dal buio e la complessità delle relazioni umane.
La connessione che sancisce il dialogo non prevede necessariamente la fratellanza immediata, tuttavia è il reciproco riconoscimento di dignità che opera il superamento di una soglia di brutale indifferenza. La comunità, in fondo, è fatta di vite che si appartengono nel reciproco rispetto. Lo dimostra, con una sottile ironia e verismo sociale, l’opera di Giuseppe De Nittis, Il pranzo del Vescovo, dove l’incontro formale attorno a una tavola diventa il palcoscenico in cui si misurano le distanze e le vicinanze umane.
Questo riconoscimento, tuttavia, si scontra quotidianamente con le barriere dell’io. Spesso indossiamo maschere per complicare la nostra natura innocente di bambini. Perdiamo spontaneità a favore dell’autocompiacimento, dell’ego e della prevaricazione. Diventiamo i pirandelliani Uno, nessuno e centomila, intrappolati in un gioco di nascondigli e di trincee interiori dove non si lascia spazio al coraggio e alla pazienza dovuti all’ascolto e alla condivisione di un pensiero.
olio su cartone (1917) 100×100 cm.
collezione privata
Le patologie della comunicazione e il veleno delle parole non dette, o dette male, trovano una spaventosa personificazione nell’opera di Giuseppe Zancolli, La maldicenza (o Signorina maldicenza), una tela che squarcia il silenzio delle stanze per mostrare come la parola possa trasformarsi in un’arma di distruzione della fiducia sociale. A farle eco è l’intimità ambigua della Confessione di Pietro Longhi, dove il dialogo sacro e profano si fa quasi teatro di costumi e segreti sussurrati dietro la grata di un confessionale. Quando il dialogo fallisce del tutto, subentra il patto sotterraneo, l’inganno: la monumentale tela di Paolo Pagani, La congiura di Catilina, il giuramento, mostra la distorsione estrema del confronto, che si fa complotto oscuro nel buio del complotto.
Il dialogo dell’umanità inizia però molto prima delle parole, con i segni lasciati come testimonianza della prima relazione che ereditiamo: le sepolture. A giudizio degli antropologi, come recita una delle didascalie a corredo della mostra, «i primi tre segni posti dai nostri progenitori […] sono le sepolture dei morti, gli atti religiosi, le prime pitture». Si tratta di un istinto antico volto a dialogare con la realtà e con il mistero. Perché noi, infine, siamo di fatto una domanda senza risposta, una ricerca perenne che non smette mai di metterci in dialogo con noi stessi, con la realtà e con il tempo. Questa ricerca incessante trasforma gli uomini in profeti, poeti, ricercatori, scrittori e viaggiatori.
Questa ricerca si fa preghiera, silenzio e legame affettivo che supera i confini terreni. Lo si percepisce nitidamente nella tela di Luigi Domenichini, La preghiera, e nell’opera d’intensa malinconia romantica di Stefano Bersani, Ave o il silenzio, dove la figura umana si raccoglie in un colloquio muto con il Trascendente e con la propria anima. A Illegio i quadri incarnano perfettamente questa natura metafisica, eterea dell’essere umano in dialogo con un aldilà che vorrebbe svelare, ma che non può afferrare davvero. In questo spazio di confine, la verità più preziosa di tutte rischia di disperdersi nell’inconscio: qual è il senso di tutto questo vagare, e che senso ha avuto vivere?
Una risposta parziale, ma potentissima, emerge davanti al dipinto di Bartolomeo Giuliano, Dante incontra l’ombra Pia dei Tolomei (1860, olio su tela), eccezionalmente concesso in prestito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nella tela il Sommo Poeta, scortato da un Virgilio che resta significativamente nella penombra, incontra l’anima penitente di Pia de’ Tolomei. L’ombra, emersa da una nuvola bianca e sofferente, chiede di essere ricordata. In questo straordinario dialogo tra la vita e la morte, l’unica salvezza diventa la memoria: la ritualità del ricordo restituisce l’identità, l’appartenenza e la dignità che il mondo voleva cancellare.
Questo viaggio tra amore e morte, quindi sospeso tra dimensioni che non dovrebbero toccarsi eppure si sfiorano, prosegue con Paolo e Francesca nel vortice dell’inferno (1850) di Giuseppe Fraschieri, in prestito dalla Pinacoteca Civica di Savona. Qui, i corpi pallidi dei due amanti galleggiano nell’aria, accompagnati da un dolore profondo che si riflette sul viso illuminato di Dante. Una scena in perfetto stile troubadour, che riavvolge il nastro sulla morale dell’epoca per consentire al solo Amore di vibrare in tutta la sua dolorosa impossibilità, elevandolo a unico sentimento capace di esprimere autentica umanità.
Eppure, il dialogo tra le anime sa essere anche carnale. Lo urla la tela di Angelo Dall’Oca Bianca, Amanti, in cui l’incontro si spoglia di sovrastrutture e parole per farsi fusione pura, abbraccio e passione totalizzante. È la dimostrazione che l’unione d’amore resta la risposta più potente al vuoto dell’esistenza.
L’incontro e la sospensione di un discorso sono al centro del dipinto Al chiaro di luna (1917) del triestino Glauco Cambon. L’incontro tra i due protagonisti dell’opera viene amplificato dalle luci e dalle ombre della notte: l’attesa delle parole che si combinano alla brezza notturna li colloca in una perfetta scenografia, architettata proprio per favorire le parole, e sembra quasi il ricordo di una serata appartenuta a tutti.
Nell’incontro tra la nostra domanda senza risposta e la riproduzione artistica, che sia in forma di musica, opera figurativa o scrittura, si propaga la misteriosa natura umana, indagata dalla ricerca di un artista da un lato e dal desiderio del visitatore di comprenderla dall’altro. Anche in questa relazione è il dialogo e il reciproco riconoscimento a determinare lo scambio.
La mostra curata da Don Alessio Geretti si rivela così un autentico atto di amore, guidato dall’intelligenza e teso verso la bellezza. Ci ricorda che poeti, scienziati e artisti sono proprio coloro che non si rassegnano a una vita senza senso o puramente materiale, mantenendo aperto il canale con l’Infinito e quindi con la propria natura umana, la più affascinante. Il percorso espositivo si chiude lasciando nel visitatore un invito intimo, un compito etico per il ritorno alla quotidianità: trovare il coraggio di abbattere i propri confini e riprendere finalmente quei dialoghi preziosi rimasti troppo a lungo taciuti, per ritrovare specchiandoci nell’altro e accogliendolo, la nostra essenza più autentica.
olio su tela (circa 1624-1633) 51×84 cm.
Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia
Don Alessio Geretti (Udine, 1973), sacerdote e teologo di rilievo internazionale. La sua fama è legata a doppio filo all’attività di direttore scientifico e curatore delle mostre del Comitato di San Floriano di Illegio, un’avventura culturale nata nel 2004 quasi come una scommessa utopica. Docente e direttore artistico. La caratura delle sue mostre, concepite non come semplici parate estetiche ma come veri e propri itinerari dell’anima, ha spinto la Santa Sede a chiedere ripetutamente la sua collaborazione e ha portato alla sua nomina a responsabile degli eventi d’arte sacra per il Giubileo.
