IL DRAMMA DI SALIERI
Il Ponte rosso n. 123 - febbraio 2026 | teatro | Walter Chieeghin
L’intreccio del dramma andato in scena al Rossetti ha un suo antecedente drammaturgico nel breve testo di Aleksander Puškin Mozart e Salieri
di Walter Chiereghin

© Laila Pozzo
Lo Stabile del Friuli Venezia Giulia ha presento, dal 19 al 22 febbraio Amadeus, di Peter Shaffer, una produzione del milanese Teatro dell’Elfo, realizzata grazie alla regia di Ferdinando Bruni (che è anche protagonista nel ruolo di Salieri) e Francesco Frongia. L’intreccio del dramma andato in scena al Rossetti ha un suo antecedente drammaturgico nel breve testo di Aleksander Puškin Mozart e Salieri, cui si è ispirato Shaffer nel pubblicare la sua pièce, nel 1979, dalla quale Miloš Forman ha tratto, sul finire del 1984, il suo fortunato film Amadeus, che assomiglia, senza esserlo, a un film biografico, mentre invece si basa su una maldicenza del tutto inventata relativa a un’inesistente responsabilità di Antonio Salieri della morte del geniale musicista di Salisburgo, avvenuta il 5 dicembre 1791.
La fabula andata in scena al Rossetti deve fare i conti con un intreccio che, fin dalle prime scene, si avvale di analessi che spostano la narrazione su piani narrativi temporali distanti tra loro trent’anni. Agisce in essi il protagonista – che è Salieri e non Mozart – impersonato (magistralmente) da Ferdinando Bruni, che si alterna nei ruoli di un Salieri giunto quasi alla fine dei suoi giorni e del medesimo musicista italiano nel vigore della sua maturità artistica nella quale, dalla privilegiata posizione di maestro di cappella alla corte imperiale di Giuseppe II, si confrontò con Mozart, geniale, già enfant prodige, sguaiato, buffonesco e irridente. A scandire i momenti di passaggio temporale è sufficiente a Bruni modificare costume e postura, ma anche la voce che lo transita dall’estrema vecchiaia – in cui si arrovella nel rimorso e in un continuo conflitto con la Divina Provvidenza – agli anni del suo vigore, consumati nell’invidia per quel suo antagonista, baciato da una naturale e straordinaria grazia musicale, a lui inarrivabile.
Il tentativo di eludere la narrazione del racconto per trasferirlo in un contesto più propriamente drammaturgico è da un lato assecondato dalla validità della scenografia – resa dinamica dalla proiezione di immagini sulle quinte –, dai sontuosi costumi di Antonio Marras, – ispirati solo in parte dalla moda settecentesca arricchita da fantasiosi innesti di imprecisabili epoche successive – e soprattutto dalla bravura interpretativa di tutti gli attori, Da un altro lato, il contesto drammaturgico è limitato dall’imposizione ai pur degnissimi interpreti di un eccesso di enfasi nella dizione, che nel caso del deuteragonista – un pure professionale e smaliziato interprete di Mozart quale si è rivelato Daniele Fedeli Daniele Fedeli – risulta ristretto nella parte assegnatagli a un eccesso farsesco di fiammeggianti funambolismi interpretativi, sovente zavorrati da ricorrenti coprolalie, da sgangherate risate, persino da reiterate plateali flatulenze, che ne fanno per larga parte dello spettacolo un personaggio relegato all’interno di un angusto perimetro grezzamente pecoreccio. Né è concesso al pur valido attor giovane un riscatto nell’interpretazione drammatica, relegata com’è alle fasi finali della pièce, connotate dalla cupezza della difficoltosa e incompiuta creazione del Requiem che prelude e anticipa la morte del giovane, straordinario musicista.

Avrebbe forse giovato a un affinamento della figura di Mozart e quindi alla qualità drammaturgica dell’insieme un ricorso un po’meno parsimonioso alla musica, considerato che si aveva a disposizione un ineguagliabile campionario delle più straordinarie opere cameristiche, sinfoniche e liriche di cui la storia della Musica disponga.
