Novanta volte donna

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Ritratti e autoritratti di donne artiste in mostra al Magazzino delle idee

di Paolo Cartagine

 

Si intitola “Io, lei, l’altra. Ritratti e autoritratti fotografici di donne artiste” la mostra promossa dall’ERPAC Friuli Venezia Giulia al Magazzino delle idee di Trieste, visitabile sino al 26 giugno 2022. Curata, unitamente al catalogo, da Guido Comis in collaborazione con Simona Cossu e Alessandra Paulitti, racconta in undici aree tematiche l’evoluzione del modo di rappresentare la donna non come “oggetto”. Novanta immagini scattate da oltre trenta autrici e quindici autori, con soggetti tutte donne; per inciso, i ritratti sono stati realizzati in prevalenza da autori di genere maschile.

Complessivamente, uno spaccato significativo degli ultimi cento anni di Storia della Fotografia occidentale che copre due esigenze, quella della fruizione estetica immediata, e quella dell’esplorazione del linguaggio fotografico. Dunque, una mostra da visitare.

Nel guardarsi attorno con la stessa curiosità e circospezione del viandante che si addentra in un bosco sconosciuto dai molti sentieri ricchi di tante diramazioni, la prima cosa che risalta è il “ritmo” dell’allestimento, cioè l’alternarsi alle pareti delle foto e degli intervalli fra le stesse. Intervalli che sono vere e proprie pause spazio-temporali che permettono al visitatore di appropriarsi progressivamente delle “diversità” che connotano le immagini (periodi, tendenze, tecniche, intenti, stili, mode e strategie comunicative).

Il passo successivo, per non limitarsi a ciò che Theodor Adorno definiva «ascolto disattento», è osservare gli elementi visibili nell’inquadratura per interpretarne il contenuto, catturarne il significato e individuare in quale modo le foto agiscono sulla nostra mente. Dall’esperienza quotidiana sappiamo che le immagini – e così è anche nella Mostra – non ci scivolano addosso, bensì generano in noi un ventaglio di reazioni emotive più o meno incisive e durature (quali sorpresa, rabbia, curiosità, indifferenza, perplessità, attrazione), dato che non si guarda, né si legge, al di fuori del proprio carattere.

Rispetto al semplice guardare, osservare un’immagine con attenzione è dunque più impegnativo, ma più appagante perché arriviamo al cuore delle foto con un percorso che è soltanto nostro. Le fotografie, congelando per sempre un attimo della vita umana, rendono immutabili espressioni e gesti, che sono qui declinati – tra eccentricità e scelte convenzionali – in una molteplice eterogeneità di volti, sguardi, fattezze e posture delle donne ritratte, fra cui Leonor Fini dallo sguardo penetrante nell’immagine di Veno Pilon, Tina Modotti in un primo piano di Edward Weston, Lee Miller con le palpebre abbassate immortalata da Man Ray, Oriana Fallaci colta al volo da Ugo Mulas.

Eterogeneità che vengono valorizzate dalle scelte (legate alle reciproche posizioni tra fotografo soggetto sfondo e illuminazione) messe in campo da autrici e autori per raffigurare – senza appiattirsi su forme espressive standardizzate – i tratti somatici e i segni del linguaggio non verbale del volto, dello sguardo e del corpo. Un caleidoscopio di combinazioni, tanto che non troviamo due immagini uguali.

Unica e di straordinario impatto Io + gatto, realizzata a Trieste nel 1932 da Wanda Wulz che, nell’atelier di Palazzo Hierschel in Corso Vittorio Emanuele III (oggi Corso Italia), aveva sovrapposto due lastre, una con l’immagine della sorella Marion e l’altra del loro gatto Plunci. Entrambi guardano in macchina, quindi ci guardano mentre li stiamo osservando, ed è con questo accorgimento compositivo che l’Autrice coinvolge immediatamente il lettore. Ben inteso, lo “sguardo in macchina” non era una prerogativa soltanto della Wulz, però è un dettaglio tutt’altro che secondario in anni in cui il cinema di Hollywood, che faceva scuola, lo vietava agli attori.

Nel proseguire lungo il percorso cartaceo di temi e significati, emerge un fatto fondamentale, fonte di ulteriori riflessioni e approfondimenti: il “Ritratto” non è un gesto tecnico, bensì è l’incrocio fra la personalità del soggetto e quella dell’autore, è l’incontro fra due persone che, momentaneamente, si sono trovate ai lati opposti della macchina fotografica, con l’autore che non ha avuto paura di accogliere nel suo dispositivo di ripresa il mondo esterno e il soggetto (un altro da lui).

Cos’è invece un “Autoritratto fotografico”?

È un cortocircuito fra autore, soggetto e fruitore (cioè osservatore di se stesso nella foto che ha realizzato). Una sorta di narrazione autoreferenziale in prima persona, un rispecchiamento ingannevole in cui l’autore – prigioniero di un groviglio di ragioni inconsce, e ritenendosi il centro di tutto – rifiuta il mondo esterno perché non vuole che l’attenzione sia rivolta a un altro essere umano.

Gli autoritratti esposti spaziano da una raffigurazione apparentemente semplice del sé nella foto allo specchio della triestina Lilly Benque, alla più emblematica Vivian Maier, fino alla disperata ricerca di una via di fuga nelle toccanti immagini di Francesca Woodman, resoconti tristi e raggelanti dei dolori privati che hanno complicato la sua vita, finita quasi ancor prima di cominciare. Comunque sia, nessuno può fare a meno di somigliare a se stesso.

Insomma una matassa complicata a partire dalla mitologia (con Narciso incapace di cogliere il proprio sé, o Medusa vittima del suo sguardo riflesso) per arrivare alla psicanalisi (con il sosia, il doppio, l’ombra, il dubbio, la maschera, il perturbante), disciplina che considera estroverso il ritrattista, introverso invece chi privilegia autoritrarsi.

Nel contempo, viene spontaneo chiedersi: come una donna vede un’altra donna? L’uomo la vede nella stessa maniera? Una donna fotografata da una donna ha il medesimo atteggiamento se fotografata da un uomo? Argomenti su cui ciascuno di noi ha opinioni personali, perché ciò che una foto mostra cambia a seconda di chi la guarda.

Lungo il filo narrativo che ci porta da una foto a un’altra, è altrettanto spontaneo fare confronti e paragoni per cercare le immagini che sentiamo più vicine alle nostre aspettative, e individuare quelle che ci appagano più profondamente perché in sintonia con la nostra visione del mondo. Non solo, ma nella “ripetizione tematica con differenze”, perno della Mostra, ci imbattiamo nel paradosso universale che accomuna tutte le fotografie in generale, cioè che ogni foto appena nasce è già obsoleta. Infatti, ciò che vi è riprodotto ci ha abbandonato nell’attimo stesso in cui è stato fissato su un supporto e, per questa ragione, le foto sono strumenti utili per ricordare il passato, per mostrare una determinata situazione a chi non c’era, per farci conoscere luoghi lontani e persone non più tra noi.

Allora le fotografie sono interlocutrici che ci spingono a interrogarci sulla nostra percezione del passare degli anni, e sul cosa rappresenta per ciascuno di noi quel “tempo fermato”.

In tal senso, Io, lei, l’altra. Ritratti e autoritratti fotografici di donne artiste è come un film dal finale aperto.

 

 

Veno Pilon

Ritratto di Leonor Fini

1935 circa