IL FANGO E LA NEVE

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Ancora una riflessione di Paolo Rumiz, un lungo cammino attraverso i luoghi della Grande Guerra

di Elisa Donda

Paolo Rumiz Il fango e la neve Bottega Errante Ed.
Udine 2025
pp. 128, euro 17,00

Nell’ultimo “nuovo” libro di Paolo Rumiz, Il fango e la neve (Bottega Errante Edizioni, 2025), si assapora nuovamente la cifra stilistica, quello spirito di avventura, che contraddistingue la prosa dello scrittore triestino; il suo nomadismo letterario e spirituale alla ricerca della storia è bene evidente in opere oramai divenute celebri come, solo per citarne alcune, Danubio. Storie di una nuova Europa (1990), oppure La linea dei mirtilli (1993). Dico “nuovo” perché il libro è uscito nel novembre 2025, ma Rumiz ha iniziato a scriverlo durante la ricorrenza del centenario della Grande Guerra riprendendo il filo tematico iniziato con il libro Come cavalli che dormono in piedi (2014). Proprio per questo stacco temporale è interessante la prefazione intitolata C’era già l’Europa in quelle trincee aggiunta dallo scrittore come riflessione maturata dai recenti avvenimenti geopolitici. Con parole molto aspre, Rumiz ricorda all’Europa di essere una Patria, al pari delle singole Nazioni che la compongono, e che il sentimento per il proprio Paese non è fatto di economia e di mercati di borsa, ma di amore: «Se oggi l’Europa continentale non è ancora una bandiera, e il suo inno non fa scattare la gente in piedi, quello è il segno infallibile che non siamo diventati patria. Se continueremo a guardare all’Unione Europea come capro espiatorio o, peggio, vacca da mungere, e non come un oggetto d’amore, allora, se attaccati, di certo non avremo voglia di batterci anche se saremo imbottiti di armi. Ci arroccheremo miseramente nelle rispettive nicchie nazionali, esponendoci a sicura sconfitta». Rumiz continua a domandarsi il motivo per il quale l’Europa continua a vivere di afasia, nonostante una storia in comune nata dal sacrificio e dagli errori delle due guerre mondiali. Lo scrittore trova la motivazione in un fattore culturale, ovvero l’essersi dimenticati il luogo in cui è nata la nostra cultura: il Mediterraneo. Rumiz ammonisce gli europei e gli italiani a sentirsi uniti, perché la situazione geopolitica attuale sta imponendo all’Europa un’ultima chiamata. Infine lo scrittore svela il significato del suo libro: «Per capirlo [il presente, n.d.r.], non vi è niente di più istruttivo che mettersi in cammino, seguire a zig-zag le trincee del ’15-18 e, camminando, evocare gli uomini di allora. Ricordando non solo la loro irripetibile capacità di resistenza in condizioni inumane, ma anche la loro impressionante volontà di ricominciare, a guerra finita. Cerchiamo di fare in modo che le loro vite non siano state inutili».

Paolo Rumiz

Il viaggio di Rumiz inizia dall’Altipiano d’Asiago, nella sua tenda, durante la piovosa estate che ha caratterizzato il 2014. Le giornate dello scrittore trascorrono a rileggere alcuni libri che testimoniano il Primo conflitto mondiale, come Scarpe al sole di Paolo Monelli e Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu; nel viaggio di Rumiz si susseguono gli incontri di sconosciuti, apparizioni quasi fantasma, incrociati per caso sui siti delle Grande guerra e di amici, come Claudio, figlio del celebre Mario Rigoni Stern, che lo accompagna e lo ospita nel suo periodo vicentino; ecco comparire, poco più avanti, sul fronte carsico gli amici Roberto Todero e Lucio Fabi. Lo scrittore prosegue il suo vagabondaggio seguendo il fronte della guerra: Monte Hermada, Monfalcone, Monte Sei Busi, San Michele del Carso, Oslavia, Pradamano, Kolovrat, Monte Nero, Val Dogna, Padola, Falzarego, Moena, Soligo, Nervesa della Battaglia, Montello, Bassano, Asiago, Monte Pasubio, Piccole Dolomiti, Riva del Garda, Passo del Tonale, Monte Cevedale. Nomi che a ciascuno di noi risvegliano ricordi, racconti di famiglia, passeggiate silenziose in cerca di una traccia di sé. Una generazione perduta, bruciata nelle trincee.

Dolina dei 500 bersaglieri, Monte Sei Busi

Una parte è dedicata ai luoghi dell’anima di Rumiz: il Carso isontino e monfalconese, luogo di incontro di identità spesso sofferte: «“Era una notte e pioveva / e che tirava un forte vento / immaginatevi che grande tormento / per un alpino che sta a vegliar.” Da noi a Trieste si canta ancora nelle osterie. Ci si trova e si canta, senza nemmeno chiedersi “come va”. E siccome siamo un po’ matti per via della bora, cambiamo anche lingua senza imbarazzi. Con le canzoni di guerra è tutto un saltare di qua e di là del fronte. E quando diciamo “i nostri”, non sappiamo nemmeno noi a chi alludiamo: se ai tanti nonni reclutati dall’imperatore o ai bersaglieri giunti a “redimerci” nel ’18. Vanno bene tutti e due».

Nel capitoletto dedicato a Trieste, Rumiz regala al lettore una pagina dimenticata della storia del litorale austriaco, venuta alla luce dalle minuziose ricerche del già citato Roberto Todero. Sto parlando della drammatica vicenda dei vituperati ragazzi del 97° Reggimento fanteria: «Guerra. Krieg in tedesco. Rat in serbo. War in inglese. Monosillabi-fucilate di un conflitto di cui nessuno immagina la portata. […] I soldati affluiscono da Trieste, Istria, Dalmazia e retroterra dell’Isonzo. Sloveni, croati e italiani con la stessa bandiera e lo stesso numero: 97.

Caro, vituperato 97° reggimento, ricettacolo di tutte le infamie. “Quanto fu denigrato” mi disse mia nonna. Lei non accettava che il fascismo avesse tolto l’onore a quei ragazzi. Che si nascondesse il fatto che triestini, istriani e dalmati avevano combattuto da valorosi su un fronte avverso, e che si fosse inventata la leggenda dei lavativi, i pomigadori, detti così dalla pietra pomice di chi lava i piatti in cucina invece di combattere. […] Il paradigma della vigliaccheria. Il reggimento poteva solo esser deriso, non compianto».

Abbazia di Sant’Eustachio, Nervesa della Battaglia

In ogni luogo, che la guerra sia stata combattuta nelle scarne trincee del Carso o sulla neve delle Alpi, il ricordo di Rumiz va ai soldati semplici, anonimi, la “carne da cannone”, senza volto, spesso senza ricordo di tutte le nazionalità: «Fanti, è a voi che penso pestando questi ciottoli a pelo d’acqua. A voi che non avete avuto grandi scrittori a cantarvi o nomi di strade a ricordarvi, ma al massimo questo fiume che sputa a ogni piena un pezzo della vostra epopea. […] Eravate alti un metro e cinquanta, ma vi penso giganti, ciclopi di una razza estinta. […] Pesavate quaranta chili nei giorni dell’armistizio, voi spettri usciti dalle trincee austriache che nel novembre del ’18, prima di dirvi addio, vi siete divisi la bandiera dei vostri reggimenti e avete cantato per l’ultima volta l’inno di un impero scomparso. Avete compiuto gesta che i ragazzi di oggi sarebbero incapaci di fare. Giganti pure voi».

In conclusione, anche questa volta il viaggio di Rumiz è quello di un percorso nello spazio, nel tempo e nella memoria. Quest’ultimo libro dello scrittore triestino si rivela un ottimo compagno di cammino, un amico durante le soste nelle passeggiate carsiche o nei boschi di montagna, un momento di riflessione collettiva sul nostro passato come monito al nostro presente.