IL FUMETTISTA DELL’EST NORD EST
Roberto Curci
di Roberto Curci
«Nato a Trieste, sotto il Governo Militare Alleato, al mattino presto, in una giornata di Bora scura. Acquario ascendente Orso. Sposato. Due figli. Un tavolo da disegnatore. Un computer. Tre paia d’occhiali. Un gatto. A quarant’anni smise di fumare e scoprì i fumetti…».
Cominciava così l’autopresentazione di Walter Chendi premessa al volume intitolato Maledetta balena (Ed. Tunuè, 2016), storia a fumetti – o graphic novel, se più vi piace – interamente scritta, sceneggiata e disegnata dal fumettista triestino, nato in effetti sotto il GMA (1950, per la precisione) e scomparso repentinamente nei primi giorni di novembre.

Doppio autoritratto
Ironia e autoironia, come ben s’intuisce, erano tra i connotati identificativi di quest’”Orso”, riservato, schivo, fin troppo defilato rispetto al mondo chiassoso del fumetto, o forse al mondo in generale. Ammiratore e poi “allievo” del grande e ben più noto Vittorio Giardino, e dunque seguace della cosiddetta “ligne claire”, aveva avuto iniziali difficoltà a veder pubblicate le sue storie (da quando – a quarant’anni – aveva smesso di fumare…).
La sua opera d’esordio, in effetti, rimase inedita: una vicenda onirico-distopica ma gustosamente calata nella realtà umana e geografica di Trieste, che Chendi volle dedicare alla Bora (alla Borne, nella finzione), e che scelse di disegnare e colorare a mano, artigianalmente e splendidamente, andando dunque del tutto fuori tempo e fuori corrente. Ci si augura che quelle tavole memorabili siano rimaste in famiglia e riappaiano, prima o poi, in qualche edizione d’arte, purtroppo e comunque postuma.
Fatto sta che quella storia, intitolata Est Nord Est, vide infine la luce, non nella certosina versione nativa ma in una riscrittura al computer. Fu difatti alla computer graphic che Chendi risolse a un certo punto (malvolentieri, pensiamo) di convertirsi, e fu appunto quella la chiave che gli consentì di farsi notare da Comic Art, e quindi dalle edizioni Lizard, pesce-pilota nel mondo del fumetto italiano. Fioccarono allora, e finalmente, le pubblicazioni: tre libri dedicati alla rivisitazione grafica delle Maldobrie di Carpinteri&Faraguna; i tre racconti riuniti in Mont Uant; appunto Est Nord Est, in formato – peccato! – tascabile; la visualizzazione (autorizzata e assai gustosa) del Vedrò Singapore? di Piero Chiara; infine quel La porta di Sion dedicata alla Trieste “ponte” salvifico per gli ebrei perseguitati dal nazifascismo e diretti in Palestina (edizioni BD) che nel 2010 fruttò finalmente a Chendi il primo, prestigioso riconoscimento: il Gran Guinigi a Lucca Comics.

Con un gusto sempre più amarognolo della narrazione, un uso sempre più personalizzato del computer e una ricerca sempre più puntigliosa della fedeltà nei documentatissimi dettagli di ogni location d’ambientazione, a Chendi sarebbero serviti sei anni per dare alle stampe la sua opera successiva, un altro salto di qualità che gli fruttò l’attenzione dell’editoria francese, da sempre fumettisticamente all’avanguardia. E nel 2016 uscì, dapprima per le edizioni italiane di Tunué, poi nella versione francese dei tipi di Mosquito Maledetta balena (Maudite baleine): storia toccante e drammatica di Giovannino, giovanissimo marinaio cuoco spedito a bordo della “Kosbőrg”, “lussuosa e immensa”, mai entrata in servizio a causa della guerra e destinata a fungere da bersaglio dei bombardieri alleati dopo l’armistizio. Una vicenda forse ispirata a quella, travagliatissima, della svedese “Stockholm”, varata nel ’38, mai entrata in servizio, e bombardata a morte nel ’44.

Che forte sia rimasto per Chendi il richiamo del mare e di chi per mare si avventura sarebbe stato poi confermato, nel 2022, dalla suggestiva esperienza creativa vissuta assieme a un animatore cultural-editoriale quale Valerio Fiandra, con la creazione del romanzo grafico El diario de Dario, vicenda di un mozzo diciassettenne che negli anni e nelle continue traversate su navi diverse salirà fino al grado di nostromo, ma continuerà a tenere dozzine e dozzine di diari, puntigliosamente annotati e infine – nelle ultime tre copie illustrate – lasciati in eredità per l’appunto a Walter Chendi. Da cui un elegante volume per pochi intimi: copertina cartonata, 300 copie numerate più 25 fuori commercio (v. recensione sul Ponte rosso n. 87 dicembre 2022).
è datata giugno 2024 la sua ultima opera, uscita ancora (e soltanto) in Francia per i tipi di Mosquito, Dans le contes, il ne pleut jamais: vicenda straniante e spiazzante, del tutto anti-realistica, anzi fantasmatica e popolata di spettri. Ne è protagonista il barone Erasmo Deer, che vive solitario e recluso in un castello nella roccia in cui chi abiti da queste parti non avrà difficoltà a riconoscere l’inconfondibile Castel Lueghi (Predjama), presso Postumia. Ed è attraverso le grotte che Erasmo esce all’aria aperta, in boschi ora deserti ora popolati da bizzarri personaggi, e in cui si aggira una tigre, alquanto incongrua ma in apparenza innocua.

Perfino Vittorio Giardino, nell’introduzione, resta perplesso dinanzi a questo libro del suo “pupillo”, «un libro – scrive – popolato di simboli misteriosi e ambigui». «Indecifrabile e intrigante» lo definisce. Certamente è un Chendi che poco a che fare con quanto fatto fino a quel momento, salvo la sponda fantastica e surreale del vecchio “Est Nord Est”. Pare che qui, in quello che sarebbe diventato il suo canto del cigno, Walter Chendi si sia voluto concedere ogni possibile licenza d’ispirazione, mandando all’aria congruenze e nessi logici, con scenari e situazioni continuamente cangianti e contradditori. «Un esempio tra gli altri – scrive Giardino -: che cosa rappresenta la tigre? La ferocia istintiva dell’uomo? E tuttavia non attacca nessuno. Il simbolo della potenza della Natura? […] O, infine, un presagio di morte?».
Visto quanto è dolorosamente avvenuto, l’ultima ipotesi è forse la più calzante. Lo conferma l’amico e coautore Fiandra, in una testimonianza scritta su Walter Chendi: «Era riservato, discreto. Amava raccontare storie e ricomporle assieme. In questi ultimi tempi aveva comunque disseminato segnali di un ulteriore distacco. Sui social network aveva immaginato che i personaggi cui aveva dato vita si congedassero da lui e piangessero la sua scomparsa». Anche per Fiandra la tigre che appare e scompare «simboleggia molto probabilmente la morte.
«Penso sia giusto ricordare – aggiunge – la sua identità di triestino fuori dell’ordinario, la sua dimensione artistica, che non si esprimeva solo nel fumetto d’autore, ma anche su altri fronti, per esempio la pittura su tela, dove a volte donava risultati sorprendenti, da ritratti molto personali a copie minuziose e ironiche di grandi capolavori».
Lo sa bene chi scrive queste righe, custode geloso di un doppio ritratto “bifronte” che Walter Chendi gli dedicò una trentina d’anni fa…

