IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA

| |

Al Politeama Rossetti il capolavoro di Eugene O’Neill che si rifà a Eschilo, aggiungendo una dimensione psicanalitica e patologica ai personaggi

di Sabrina Di Monte

Eugene O’Neill

Il lutto si addice ad Elettra è la traduzione letterale di Mourning becomes Electra. O forse no, non del tutto. Questo perché il titolo della tragedia del drammaturgo americano di origini irlandesi Eugene O’Neill (1888-1953) si presta a diverse traduzioni. Innanzitutto mourning (lutto)  si pronuncia nello stesso modo di morning (il mattino). Poi c’è quel becomes che qui significa “sta bene, si confà”, come nella divertente commedia  del 1992 Death becomes her (La morte ti fa bella). Ma il primo significato di become, quello più conosciuto, è “diventare”. E allora: il lutto si addice a Elettra, ma anche il lutto “diventa” Elettra.

Nella mitologia greca, Elettra era figlia del re Agamennone e di Clitennestra. Nella trilogia tragica di Eschilo, Orestea, Clitennestra fa uccidere dall’amante Egisto il marito Agamennone reduce dalla guerra di Troia, e viene per questo uccisa insieme ad Egisto dal figlio Oreste, spinto dalla sorella Elettra. Il testo teatrale di O’Neill si rifà a Eschilo, aggiungendo una dimensione psicanalitica e patologica ai personaggi.

Il lutto si addice ad Elettra è andato in scena al Politeama Rossetti di Trieste dal 5 all’8 febbraio con la regia di Davide Livermore e conta, fra gli interpreti, Elisabetta Pozzi. La Pozzi torna così a Elettra a distanza di quasi trent’anni dal celebre allestimento di Luca Ronconi che la vide nel ruolo di Lavinia Mannon (l’Elettra del titolo) accanto a Mariangela Melato nella parte della madre Christine (Clitennestra). In questo adattamento, Elisabetta Pozzi recita il ruolo di Christine Mannon con carisma naturale di grande attrice presentandoci una donna elegante, sensuale ed estremamente ambivalente: appassionata e calcolatrice, volitiva ma psicologicamente fragile. Come nella tragedia di Eschilo, Christine uccide il marito ma non gli sopravvive. Anche il figlio Orin, che cospira con la sorella Lavinia per uccidere l’amante della madre Adam Brent, non sopravviverà al crimine commesso. La vera protagonista della tragedia è Lavinia, l’unica della famiglia a sopravvivere, senza però riuscire a svincolarsi dal proprio passato tragico e a rifarsi una vita, perseguitata com’è dai fantasmi del passato.

Il lutto si addice ad Elettra: Elisabetta Pozzi ed Aldo Ottobrino, foto di Federico Pitto

Il dramma racconta la fine della famiglia Mannon: Ezra Mannon, marito di Christine e padre di Lavinia, è un uomo di successo, ricco, ambizioso e coraggioso, che si arruola nella Guerra Civile con i nordisti. Alla fine della guerra torna a casa, sperando di riuscire a recuperare un rapporto coniugale compromesso. Lo accolgono una moglie che lo sperava morto, perché nel frattempo si è innamorata di un altro, e una figlia che adora il padre ma detesta la madre, che con lei è sempre stata fredda e anaffettiva. Il “complesso di Elettra” fu definito da Jung come l’equivalente femminile del complesso di Edipo, qui fortemente presente nella relazione tra Catherine e il figlio Orin.

Mourning becomes Elettra fu scritta tra il 1929 e il 1931; fu rappresentata per la prima volta nel 1931 ma è ambientata nel New England alla fine della Guerra Civile americana (1865). O’Neill attinge non solo alla tradizione classica ma anche al dramma borghese di Strindberg e Ibsen e alla psicanalisi freudiana. O’Neill è stato un drammaturgo di immenso successo, l’unico ad aver vinto quattro premi Pulitzer (l’ultimo postumo nel 1957 con Lungo viaggio verso la notte – Long Day’s Journey into Night, il più autobiografico dei suoi drammi), e il Nobel per la letteratura nel 1936.

Impossibilitato a presenziare alla cerimonia di consegna del premio, nel discorso di ringraziamento che fece leggere a Stoccolma, rese omaggio al drammaturgo svedese Arthur Strindberg, definendolo il suo «leader» e un vero pioniere della drammaturgia moderna. Prima di O’Neill, nel teatro americano dominava il vaudeville, la farsa e il melodramma. Fu O’Neill a traghettare il teatro americano verso la complessità e la modernità, aprendo la strada a Tennessee William e Arthur Miller.

Nella sua opera, attinge al dramma della propria  famiglia gravemente disfunzionale: il padre era alcolista e la madre aveva sviluppato, dopo aver dato alla luce a Eugene con un parto difficile, una dipendenza da morfina. Un fratello morì in tenerissima età e l’altro suicida. Come suo padre, anche O’Neill pare non fosse presente ed empatico con la propria prole: dei tre figli avuti dalle due prime mogli (si sposò tre volte), due maschi e una femmina, i due maschi si suicidarono, mentre solo la femmina, Oona O’Neill, interruppe la tragicità della sua costellazione familiare sposando un uomo più grande di lei di trentasei anni, con il quale ebbe otto figli e un lungo matrimonio felice: Charlie Chaplin.

In questa produzione, i costumi  evocano gli anni Cinquanta in una palette cromatica in cui prevalgono il viola e il nero. La scena è costituita da una serie di “cornici dentro  cornici” in bianco e nero e semovibili, in elegante contrasto con i pochi oggetti di arredo della casa dei Mannon. Le luci sono usate come parte integrante della narrazione: zone d’ombra si alternano a momenti di illuminazione più intensa, esemplificando la dualità tra l’apparenza pubblica e i segreti inconfessabili della famiglia Mannon. La tensione psicologica tra i personaggi viene sottolineata anche  dalle efficacissime musiche originali di Daniele D’Angelo.

Il cast è affiatato, la recitazione, secca e tagliente, è caratterizzata da un dal ritmo incalzante. Linda Gennari (Lavinia Mannon) offre una prova di grande intensità espressiva, mettendo in scena, man mano che la tragedia si svolge, una vera e propria trasfigurazione, dimostrandosi all’altezza di attori di esperienza come Paolo Pierobon (Ezra Mannon) e Elisabetta Pozzi. Lavinia infatti assume gradualmente i modi e le sembianze della madre Christine, realizzando anche visivamente il passaggio dalla giovinezza spigolosa e conflittuale all’assunzione su di sé della colpa di tutta la famiglia.

Nell’incontro con gli interpreti, il critico teatrale Paolo Quazzolo ha chiesto a Elisabetta Pozzi perché secondo lei i drammi di O’Neill siano oggi così poco rappresentati a teatro. La Pozzi ha risposto che il gusto del pubblico è certamente cambiato dai tempi in cui lei recitava il ruolo di Lavinia nella versione integrale diretta da Luca Ronconi del 1997 che durava 5 ore e un quarto. L’opera originale di O’Neill è una trilogia composta da tre parti e 13 atti. In questo adattamento, Margherita Rubino ha condensato  la narrazione per renderla fruibile in una rappresentazione di tre ore e trenta (compreso l’intervallo) pur mantenendo la divisione in tre parti intitolate: Il ritorno; L’agguato e L’incubo (nell’originale:Homecoming; The Hunted; The Haunted),

La terza parte, L’incubo, vede Lavinia Mannon ossessionata dai fantasmi della sua famiglia dopo il suicidio del fratello Orin. “Why can’t the dead die?” (“Perché i morti non possono morire?”), è l’ultima battuta del dramma. Incapace di sfuggire al destino tragico dei Mannon, Lavinia si chiude così in un lutto solitario nella casa di famiglia, rinunciando ad una possibile felicità. A differenza di Elettra nella tragedia di Eschilo, che agisce insieme al fratello Oreste in nome della giustizia divina e dell’onore familiare, Lavinia convince il fratello a vendicare l’assassinio del padre spinta da impulsi di tipo psicoanalitico. La tragedia di Eschilo termina con l’intervento divino di Atena, che spezza la catena di sangue attraverso un processo legale, portando alla purificazione del fratello di Elettra, Oreste, al ripristino dell’ordine sociale e alla catarsi. Per Lavinia invece non esiste assoluzione. Dopo il suicidio del fratello Orin, capisce che “il lutto le si addice” (becomes) e sceglie di chiudersi nella casa di famiglia per autopunirsi, diventando lei stessa la sola custode dei fantasmi dei Mannon. Il lutto diventa (becomes) Elettra.