“QUADERNO BLU” E ALTRE STORIE
Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | poesia | Walter Chieeghin
Uno sguardo su settant’anni di poesia di Claudio Grisancich, in un’effervescente produzione che non conosce soste. Anzi…
di Walter Chiereghin
Lo scorso 9 dicembre s’è festeggiato il compleanno di Claudio Grisancich presso la Libreria Minerva, con la presentazione di un libro a cura dell’amico Fulvio Senardi, riassunta nel “pezzo” che segue questo che state leggendo, seguito a sua volta da un’affettuosa lettera – una mail, ad essere precisi – di Anna Modena, già docente all’Università di Pavia, profonda conoscitrice dell’impegno poetico e letterario del festeggiato. Il libro, Il fiore nel bicchiere. Virgilio Giotti quasi una biografia (Fuorilinea, 2025), uscito lo scorso settembre, è il secondo di tre, recentissimi, del Nostro, seguito in ottobre da Nous viendrons (Triestiana, Paris 2025), traduzione francese, con testo triestino a fronte, di Noi vegnaremo – opera prima del 1966 edita a cura di Anita Pittoni – e preceduto da questo Quaderno blu. Geografia sentimentale (coedizione del Circolo della Stampa e dell’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione), del quale intendiamo dire qualcosa qui di seguito.

è da premettere che l’impegno poetico e intellettuale di Grisancich, che dura ormai da oltre settant’anni, non è mai stato così intenso in termini di pubblicazioni come nel più recente periodo. Scorrendo la sua bibliografia si può rilevare che nei 45 anni che vanno da Noi vegnaremo (1966) a Conchiglie (2011) risultano 16 pubblicazioni (incluse le antologie e le traduzioni, esclusa di certo qualche plaquette), mentre dal 2012 ad oggi – solo 13 anni dunque – sono stati 17 i volumi pubblicati. è dunque lecito chiedersi se tra le cause di tale vistosa accelerazione non ve ne sia qualcuna che riguardi una variazione sostanziale della poetica, dei temi e del linguaggio, anche limitandoci a considerare solo il dialetto, magna pars quantitativa e qualitativa dell’agire poetico di Grisancich. Personalmente, ritengo che sia così.
La pubblicazione di Conchiglie (Lint, 2011) aveva costituito una sorta di riepilogo, in pratica un’edizione dell’opera omnia della poesia in dialetto edita fino a quella data da Grisancich e all’epoca non reperibile se non nel mercato antiquario, alla quale veniva aggiunta soltanto un’ulteriore sezione di dodici testi inediti. Dopo quell’importante volume, che vantava negli apparati anche un’antologia della critica, Grisancich ha iniziato a scrivere qualcosa di diverso da quello che aveva prodotto fino ad allora. Evidentemente alla ricerca di un rinnovamento radicale, aveva pubblicato l’anno successivo 99 Haiku metropolitani (Fuorilinea, 2012), in italiano, cercando nella metrica esotica e nello stesso lessico – la raccolta è in italiano – un itinerario creativo sperimentale, radicalmente diverso da quello percorso in precedenza.
Dopo quell’estemporanea esperienza, è stata la volta di Album (Hammerle 2013), raccolta in dialetto con la quale pare inaugurarsi una stagione del tutto diversa nella poetica dell’autore. Con essa Grisanch si immerge nella rievocazione di ambienti, fatti e personaggi che hanno animato e talvolta preceduto la sua infanzia, in gran parte collocata in via San Michele. La vocazione lirica, a partire da Album, lascia un po’ di posto alla narrazione, che accompagna l’autore nella sua ricerca di un tempo perduto e di personaggi scomparsi da molti anni e riesumati da sapienti, rapidi e sapidi ritratti. Quanto ne uscì ricorda da vicino l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, della quale posi alcuni versi in esergo alla mia prefazione al volume. Immergersi in quella regione ormai remota della sua infanzia e nella coralità di un microcosmo popolare richiese a Grisancich di modificare lo stesso strumento linguistico di un dialetto piegato alle esigenze di rappresentazione di storie, personaggi e dell’ambiente sociale e culturale che stava loro attorno. «Ambiente, allora», osserva Fulvio Senardi nell’analitica prefazione a Quaderno blu «dai bagliori caldi, anche nelle più fredde giornate di inverno. E stato lì, per altro, che la poesia di Grisancich ha conquistato quella stabile vocazione popolare». Un ambiente sociologicamente diverso da quello in cui il poeta aveva vissuto gli anni della sua formazione, realizzatasi – assai più che nelle aule scolastiche – nella frequentazione dei “martedì di Anita”, nella casa-laboratorio della Pittoni, a contatto con un ambiente intellettualmente stimolante, che ruotava attorno alle presenze fisse di Giani Stuparich e di Virgilio Giotti, associate ad alcune più occasionali dei principali intellettuali triestini dell’epoca, oltre a quelle di personalità della cultura nazionale, ospiti del Circolo della Cultura e delle Arti, fondato nel 1946 per iniziativa dello stesso Stuparich. Da una formazione vissuta in un ambiente così privilegiato è inevitabile che il giovanissimo Grisancich venisse sospinto in direzione di un ambito diverso da quello della sua esperienza biografica, che fatalmente lo avviò a una produzione neodialettale, facendolo agire all’interno di un perimetro culturale “alto”, nell’uso consapevole del dialetto come lingua della poesia, che offre un più articolato ventaglio di espressività. Un poetare dunque nettamente distinto da una abbondante produzione vernacolare di carattere più popolare, spesso affidata ad autori avvezzi ad utilizzare il dialetto come unica o prevalente risorsa linguistica a loro disposizione, generata da una tradizione orale e corale, interessata alla contemplazione del paesaggio, alla rappresentazione bozzettistica e incline alla farsa di ambienti e personaggi, programmaticamente votata alla celebrazione del territorio e della comunità che lo anima.

Quaderno blu.
Geografia sentimentale
Coedizione 2025 Circolo della Stampa Trieste e Istituto Giuliano di Storia
Cultura e Documentazione
pp. 122, non in commercio
Album costituisce un punto di svolta nella poetica di Grisancich, che da allora, fino a questo Quaderno blu incluso, riesce a fondere in un rinnovato linguaggio poetico, più spontaneo ed immediato, più libero e disinibito, la prima lunga fase della sua esperienza creativa, accostandola e miscelandola nel crogiolo di un rinnovato e diverso impegno – tanto formale che di contenuti – con forme e stilemi di un versificare più “popolare”. A partire da Album, tutta la successiva produzione in dialetto dell’autore triestino prende corpo all’interno di tale area, disegnata attorno all’ibridazione di tali due ambiti (di consapevole esercizio del dialetto come portato di una lucida operazione intellettuale, associato a una volontà di renderlo più agibile e pianamente discorsivo).
Come bene ha osservato in una sua recensione Mary Barbara Tolusso nell’accostare l’opera del triestino a quella di Giovanni Giudici, si rivela tra i due «una forte connessione stilistica, oltre che tematica, perché appunto Grisancich in quest’ultima raccolta non privilegia neppure i nomi propri di una maiuscola, proprio come Giudici scriveva “beatrice” in minuscolo. Il motivo? Entrambi vogliono abbassare la lirica, d’accordo, ma benché uno scriva in lingua e l’altro in dialetto, il fine è lo stesso: allargare il pubblico della poesia, smorzare i toni, non identificare più il poeta come faro baudelairiano, guardare la poesia che abita il quotidiano. Grisancich lo fa a tal punto da elevare (con intelligente ironia) “tre viuzze” triestine sconosciute, un controcanto sabiano che la dice lunga sull’inclusività di quella poesia onesta, quasi da superarne il maestro. E poi è vero, potremmo citare anche Giorgio Caproni, come aveva osservato il più grande critico dialettale Franco Brevini».
Assai più che queste due pagine il lettore apprezzerà la lettura dei testi che in Quaderno blu si possono gustare come arilli di una melagrana, secondo un’indovinata metafora del Senardi della prefazione: «Si, melagrana, per la particolare consistenza del frutto. Grani di polpa tenuti insieme da una buccia resistente, ma ciascuno ben sagomato e separato dagli altri. Ciascuno un piccolo mondo a sé e tutti insieme a formare il frutto fragrante che conosciamo».
