IL PICCOLO MUSEO DEL DIARIO
Faabia Trotta | Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | musei
A Pieve Santo Stefano si raccolgono i diari di chi intende conferirle a un autentico archivio autobiografico della memoria individuale
di Fabia Trotta
La sala del Consiglio Comunale
Grazie ad una geniale intuizione di Saverio Tutino, per molti anni giornalista di Repubblica, Pieve Santo Stefano è divenuto un luogo della memoria. In questo borgo toscano in provincia di Arezzo si trova infatti il “Piccolo Museo del Diario”. È stato chiamato ‘piccolo’ per scelta. Tale aggettivo infatti racchiude una componente intima, affettiva che ben si presta a descrivere sia il genere del diario ma anche e soprattutto lo spirito di questo archivio della memoria che ospita quasi diecimila diari.
Nell’opuscolo illustrativo Piccolo museo di infinite memorie (Progetto editoriale Promemoria, testi di Loretta Veri, p.18) si legge: «Questa di Tutino non è una trovata esterna. Risponde proprio a un bisogno storico, colma un vuoto, compensa una distorsione individualistica da cui questi nostri anni sono afflitti. Perché il diario non è affatto un chiudersi in sé. È un guardarsi allo specchio […] che riflette, con noi, il paesaggio storico e umano che ci contiene». Le singole storie di gente comune compongono così la storia dell’intero Paese, dell’Italia, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Ma il lavoro di raccolta continua ancor oggi, grazie anche a volontari anonimi, offrendo ai ricercatori una preziosa fonte di informazioni. Iniziato da Tutino il 22 novembre 1984, quando sul quotidiano la Repubblica scriveva «Avete un diario nel cassetto? Non lasciate che vada in pasto ai topi del Duemila», il museo raccoglie le autobiografie della gente comune. Così nei singoli cassetti coloratissimi, uno diverso dall’altro, che rivestono le pareti dell’Archivio, convivono «contesse con ladri di borgata, viaggiatori per diletto con migranti per necessità, intellettuali con semianalfabeti, voci del passato con voci del presente» (p.3). Micro storie dunque, che raccontano la macro storia.
foto di Luigi Burroni
Piano piano, addentrandosi nelle sale del museo, il visitatore si rende conto che il luogo racconta la storia di tutti, di un intero Paese e quindi anche la propria. Il felice connubio con la tecnologia consente poi al visitatore di estrarre un cassetto e di ascoltare da una voce narrante alcuni passi del diario ivi custodito. Un’esperienza immersiva resa ancor più coinvolgente da una guida in carne ed ossa che accompagna il visitatore lungo il percorso museale ad incominciare dalla sala del Municipio dove campeggia un ritratto di Amintore Fanfani, illustre nativo di Pieve Santo Stefano.
Ma è nella saletta attigua che il visitatore comincia a capire che cosa significhi prendersi cura della memoria e trasmetterla esattamente così come è stata consegnata. In una teca di vetro che occupa l’intera parete è custodito un lenzuolo a due piazze scritto fisso fisso.
Il lenzuolo-libro, con le righe pazientemente numerate una ad una per non perdere il filo leggendo, diventa l’emblema dell’Archivio dei diari. È opera di Clelia Marchi (Poggio Rusco, Mantova 1912-2006), una contadina del mantovano che, di notte, decide di scrivere con un pennarello la propria vita, una vita caratterizzata da privazioni e sofferenze ma soprattutto dall’amore per il suo Anteo, marito deceduto da poco. A spiegazione della scelta bizzarra di usare un lenzuolo per scrivere le proprie memorie si legge: «Una notte non avevo più carta. La mia maestra Angiolina Martini mi aveva spiegato che i Truschi avevano avvolto un morto in un pezzo di stoffa scritto. Ho pensato se l’hanno fatto loro lo posso fare anch’io. Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere».
Piccolo Museo del Diario
Alla sua storia Clelia dà il titolo Gnanca na busia, in alto fra due immagini, a sinistra quella del marito defunto, a destra la propria. Accanto a ciascuna dei versi: al lato della foto del marito «Ho scritto/il tuo nome/sulla neve il vento/ là cancellato», accanto alla propria foto «Ò scritto il tuo nome/ sul mio cuore/ e lì si è fermato».
E la sua storia inevitabilmente si è fermata anche sul nostro cuore.
foto di Luigi Burroni
