IL PORTUS FLUVIAE MARITIMAE AQUILEIESE
Il Ponte rosso n. 130 settembre Speciale Grado Aquileia 2026 | Lavinia De Pino | storia
Alba e tramonto di uno snodo economico e culturale tra Adriatico e Balcani
di Lavinia De Pino

Società Alpina delle Giulie, Fondo Timeus
«O felice Aquileia, lambita dal sacro Timavo
se un giorno potrò disporre della vita mia,
possa tu divenire il porto e l’asilo della mia vecchiaia»
Con queste parole il poeta latino Valerio Marziale (I sec d.C.), rievoca un lontano soggiorno aquileiense, offrendoci un dolce assaggio di una delle più floride e popolose metropoli della Roma di prima età imperiale.
La potenza, così come il prestigio politico e commerciale, illuminarono Aquileia per otto secoli (dal II a.C. al VI d.C.), nel corso dei quali la città assurse al rango di metropoli adriatica dell’Antichità. In questi secoli, Aquileia, capitale della Venetia e dell’Histria, collegata attraverso un’efficiente rete stradale sia alle regioni danubiane che illiriche, nodo cruciale delle principali vie marittime del Mediterraneo, divenne un emporio attivissimo di scambi commerciali ed un’importante base militare terreste e navale. Posta su un fiume navigabile (l’antico corso del Natisone), ottenuta l’autonomia amministrativa all’inizio del I sec a.C., seppe sfruttare pienamente una felice congiuntura storica, restando prudentemente estranea ai conflitti civili e sociali che affliggevano il resto della penisola italica. Grazie a questa sapiente strategia, Aquileia si affermò, tra il I sec a.C. e il I d.C., quale centro propulsivo dell’intera regione, configurandosi quale fulcro delle rotte commerciali verso le regioni balcaniche, danubiane e transalpine.
I traffici gravitavano attorno a due porti, quello marittimo e quello fluviale: muniti di grandiosi scali e banchine (ancora parzialmente visibili), di magazzini e di ferventi mercati. Tuttavia, ad essere complessa non era solamente la realtà infrastrutturale del porto di Aquileia, con il suo articolato sistema di attracchi marittimi e fluviali. Altrettanto articolato era il sistema di rapporti sociali e commerciali che esisteva tra la città adriatica e i centri situati lungo il limes orientale, esteso dal fiume Isonzo fino alle Alpi Giulie e al Quarnaro (l’attuale Croazia). Aquileia divenne anche uno snodo commerciale cruciale per le merci di provenienza africana, che affiancarono quelle orientali, a partire dal II sec. a.C., come testimoniato dalla ricca documentazione relativa a prodotti dalla Cilicia, Cirenaica, dall’area siro-palestinese e dall’Egitto.
La portualità della città adriatica aveva una sua precisa dimensione fiscale, con due stationes dell’emporium adriatico (una marittima e una terreste), posti di blocco doganali strategici lungo le vie di comunicazione terresti e marittime dell’Impero, predisposti alla riscossione della tassa del 2% sulle merci in entrata e in uscita (quinquagesima). La presenza dell’amministrazione centrale e del prelievo fiscale sul volume degli scambi della città portuale era una realtà ben nota fin dall’età repubblicana con l’Aquileiense portorium, un importante e redditizio dazio doganale sui traffici tra l’Italia nord-orientale e l’area illirica-danubiana, riscosso nel territorio aquileiese da parte di società di appaltatori privati (publicani), di cui parlò anche Cicerone nella sua orazione Pro Fonteio.

Società Alpina delle Giulie, Fondo Timeus, Trieste
Un ruolo significativo in questa fitta rete commerciale era svolto dai negatiatores aquileiesi, mercanti e uomini d’affari che quali gestivano attività anche sulla lunga distanza. Questa realtà trova rispondenza nell’organizzazione del mercato italico dell’epoca, organizzato su due livelli: un sistema di scambio locale e una rete all’ingrosso interregionale, controllata dall’élite produttiva e dai grandi commercianti con attività su ampia scala.
Tuttavia, la vasta collezione di oggetti di uso quotidiano, legati al commercio e all’artigianato, ritrovati nell’area dell’antica colonia romana, raccontano un’Aquileia imperiale non solo come luogo di consumo e di scambio, ma anche come luogo di produzione artigianale. La città era infatti nota nell’Impero anche per le proprie industrie e per l’artigianato locale: da annoverare, le officine per la lavorazione del vetro, del ferro, dell’acciaio, delle ambre e le rinomate botteghe del mosaico.
Il porto rivestiva anche un’importanza religiosa, configurandosi quale approdo per nuove culture e tradizioni e teatro di numerosi rituali che richiedevano la vicinanza del mare. Tuttavia, per gli stessi motivi, il porto poteva essere anche percepito come una minaccia per la stabilità cittadina: un luogo in cui transitavano stranieri, trafficanti e potenziali spie, con culti di provenienza estera.
La posizione strategica di Aquileia, provvista di uno sbocco sul mare e lontana dai monti, tanto da costringere il nemico a scendere in campo aperto, costituiva una base militare ideale, divenendo il punto di passaggio prediletto dagli imperatori, sin dai tempi di Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto, per iniziare le campagne di conquista verso i territori dell’Italia settentrionale e le zone danubiane. Ai flussi mercantili civili, dunque, si affiancarono anche quelli militari, con la nascita di un sistema organizzato e centralizzato di gestione delle imposte finalizzato al vettovagliamento militare. In questa fase, la città di Aquileia assurse al ruolo di capitale della regione X d’Italia, acquisendo una crescente centralità politica, dove avevano residenza i governatori della nuova provincia e spesso gli stessi imperatori. Augusto pose particolare cura, nel quadro della nuova politica imperiale, a consolidare il sistema dei confini nordorientali, centrato nella zona aquileiese, mediante lo sviluppo stradale e il prolungamento delle vie strategiche, attraverso i valichi alpini, fino ai centri danubiani.
La floridezza commerciale e politica di Aquileia era tuttavia legata alla stabilità politica e militare dell’Impero e questa fu la causa principale del suo declino. Dall’essere punto nevralgico dell’espansione romana verso Oriente, Aquileia divenne uno dei primi ostacoli da abbattere per ribelli e barbari che miravano a destabilizzare la potenza romana. La crisi generale che stava compromettendo l’equilibro politico dell’Impero a partire dal III sec. si abbatté con particolare veemenza su Aquileia, portando al disfacimento dell’economia agricola, alla compromissione dei traffici con il Norico e la Pannonia e al progressivo declino dell’attività portuale. Tuttavia, il benessere in città continuò a perdurare per tutto il IV e V sec., favorito dalla presenza delle milizie e dai frequenti soggiorni degli imperatori e della loro corte, tanto che la città, a quel tempo, veniva ancora annoverata dal poeta latino Decimo Magno Ausonio al nono posto fra le maggiori città dell’Impero e definita “celeberrima per le sue mura e per il suo porto” nel poemetto Ordo Urbium Nobilium (L’elenco delle città famose).
Al tramontare del prestigio politico, economico e militare, Aquileia divenne l’epicentro di una nuova e più nobile espansione, spirituale e culturale, con l’affermarsi del cristianesimo. In seguito allo scisma religioso e all’elezione di due patriarchi (607 d.C.), Aquileia subì ulteriormente le conseguenze del decentramento politico, causato dal progressivo assorbimento della sua amministrazione cittadina dagli invasori longobardi e dall’isolamento dal mondo bizantino, attestatosi sull’arco lagunare. Malgrado le sue alterne e tragiche vicende, agli albori del Medioevo, il Patriarcato seppe raccogliere l’eredità spirituale dell’Aquileia antica, pagana e cristiana, costruendo una nuova e diversa realtà sociale e politica, fiera del glorioso passato.
