IL POZZO DI SANTA CROCE

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Un romanzo di Fabia Trotta, ambientato e scritto sul confine

di Walter Chiereghin

Fabia Trotta

Per tacere di numerosi altri, l’antecedente narrativo sicuramente più illustre di questo Il pozzo di Santa Croce (Tresogni, Ferrara 2024), di Fabia Trotta, è il romanzo di Alessandro Manzoni, una storia che l’autore vorrebbe far credere desunta da un antico manoscritto coevo alla vicenda di Renzo e Lucia, citato nella Introduzione all’opera; ricorderete, vero? «L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia». Com’è noto, Don Lisander, come dichiara egli stesso poche righe dopo quel suo incipit, ha un trasalimento («Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?»), si pone il problema del pubblico, che lo condurrà a riscrivere la storia narrata nel preteso manoscritto secentesco, utilizzando la lingua contemporanea a lui e ai suoi lettori.

Naturalmente, un manoscritto sono le prime parole che compaiono, a mo’ di titolo, sulla prima pagina de Il nome della rosa di Umberto Eco, un’introduzione che rimanda anch’essa a un testo ottocentesco che a sua volta rimanda a un manoscritto, stavolta del XIV secolo. Ma anche qui lo scrittore, subito dopo l’introduzione, prende decisamente tra le proprie mani la narrazione e quel che ne vien fuori è il fortunato romanzo del XX secolo che conosciamo.

Fabia Trotta
Il pozzo di Santa Croce
Tresogni editore, Ferrara 2024
pp. 210, euro 16,00

Con la citazione delle stesse parole di Eco potrebbe aprirsi pure il romanzo di Fabia Trotta, il primo capitolo del quale esibisce tuttavia direttamente il testo del manoscritto fortuitamente ritrovato, che verrà ripreso più volte nelle pagine che seguono. L’uso di questo espediente letterario del manoscritto, per come viene realizzato dalla scrittrice triestina, è però del tutto diverso da quello dei due grandi classici citati: il testo scritto a mano «con un’elegante grafia dei tempi andati» si rivela già a prima vista ottocentesco, «quello di un romanzo di appendice, di un romanzo alla Colette», anche agli occhi di un profano come l’ispettore Amir Francesco Colautti, che narra tuttavia una storia ambientata due secoli prima della stesura, con qualche pretesa di raccontare episodi realmente accaduti. Il pozzo di Santa Croce salda quindi assieme, a secoli di distanza uno dall’altro, elementi di una trama fortemente interconnessa, che nel presente di un’indagine poliziesca ambientata tra Trieste e il borgo carsico di Santa Croce trovano, o almeno cercano di trovare, un’intersecazione e un consequenziale sviluppo tra i tre piani temporali nei quali viene progressivamente edificandosi il plot.

Nell’organizzazione interna della struttura narrativa il ricorso al “manoscritto” si intervalla allo svolgimento dell’indagine di polizia, costituendo quindi analessi (vulgo: flashback) ricorrenti per otto volte, espediente che dilata non solo la lettura che del testo s’ingegna a fare il funzionario di polizia che conduce l’indagine, ma anche l’estensione del perimetro delle vicende narrate che si estende a richiudere una superficie temporale di oltre quattro secoli, mettendo assieme personaggi e ambientazioni che, partendo da una galea veneziana del Seicento, attraverso un’aristocratica mitteleuropea scrittrice dilettante del tardo Ottocento, si congiungono nelle stanze di una canonica di un borgo carsico dove un prete sloveno conversa con il poliziotto, agnostico figlio di una donna musulmana.

Il lettore scopre così in media res, cioè a partire appena da pagina 15, di avere tra le mani un romanzo che con molta approssimazione definiremo poliziesco, relativo a un probabile omicidio avvenuto oltre cent’anni prima dell’avvio di un’indagine conseguente al rinvenimento in un pozzo di Santa Croce dei resti di un cadavere a prima vista di donna, come indicano i resti degli abiti indossati, che stringe a sé, fin dagli ultimi spasimi di un’agonia presumibilmente breve, il manoscritto ancora fortunatamente leggibile.

Con la riservatezza che è imposta al recensore dal genere del romanzo per non svelare l’esito finale dell’indagine, bisogna almeno dire che si tratta di un poliziesco sui generis. Lo si evince da quanto finora detto in merito all’articolazione temporale della narrazione, ma anche da alcune sue connotazioni stilistiche che rendono quasi incidentale, seppure necessaria, la sua appartenenza a un genere narrativo in questi nostri anni assiduamente – forse troppo assiduamente – frequentato da autori spesso (ma non sempre) esordienti, alla ricerca di un equilibrio tra la complessità a volte ridondante e cervellotica della trama, e una semplificazione che sovente mortifica la qualità del testo.

Non è sicuramente il caso del lavoro di Trotta, in primo luogo perché vi si legge come in filigrana un’attenzione puntigliosa allo stile e al linguaggio, che si destreggia abilmente nelle differenze che balzano subito all’occhio tra il testo ottocentesco, elaborato per di più da una mano occasionale, e quello relativo alla narrazione ambientata nel nostro tempo, più direttamente ascrivibile all’autrice triestina.

Un ulteriore elemento di arricchimento della capacità espressiva del testo è dato dall’uso del dialetto veneziano, mutuato da quello goldoniano, il registro linguistico col quale si esprime nei dialoghi Cosima, il primo dei personaggi nei quali ci si imbatte, dama di compagnia di Licinia, la protagonista del romanzo riportato dal manoscritto. Può sembrare un dettaglio inessenziale, ma è invece rivelatore delle caratteristiche psicologiche e culturali del personaggio, legato a Licinia da un rapporto nominalmente ancillare, ma stemperato invece da una complicità sororale, quella tra due giovani donne di diversa e distante estrazione sociale, ma cresciute assieme e reciprocamente interdipendenti l’una dall’altra dal punto di vista affettivo e confidenziale.

Ecco allora che questa ricercatezza del linguaggio da utilizzare, in questo come in altri casi, diviene tutt’uno con la cura che Trotta ripone nella rappresentazione dei suoi personaggi, scolpendo anche mediante questi e simili accorgimenti la personalità dei singoli attori che, nel passaggio tra i vari piani temporali sui quali si articola la narrazione, attesta un acuto interesse per la psicologia di ciascuno di coloro che finiscono per comporre una messa in scena corale e fortemente dinamica delle intere complesse vicende. Una coralità, che grazie alla finezza delle connotazioni psicologiche di tutti i numerosi personaggi che affollano il proscenio della narrazione si salda a un polilinguismo continuamente affiorante (la prima laurea di Fabia Trotta a Ca’Foscari è stata di Lingue straniere), di termini dialettali, di veneziano e sloveno, persino del latino che consente di individuare il nascondiglio dov’era celato l’obiettivo di una caccia al tesoro che non poteva mancare.

Ci perdonerà il lettore di non aver che vagamente sfiorato un riassunto delle complesse vicende scaturite dalla caleidoscopica fantasia dell’autrice, ma quanto ci è sembrato più utile era accendere un riflettore su alcune delle particolarità di questo romanzo in qualche modo originale e persino sperimentale, oltre che di consentire al nostro narcisismo di cronisti di concludere, dopo aver iniziato con le prime, con le ultime parole del romanzo di Manzoni: «Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta».