IL PREZZO DEL TEMPO
Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | Luciana Amato | narrativa
Il romanzo di esordio di Catrin Simeth tra Storia, memoria e narrazione
di Luciana Amato
Quanto costa il tempo
postfazione di Giulio Mozzi
Vita Activa Nuova, Trieste 2025
pp. 120, euro 15,00
Che cosa significa ricordare? Qual è il prezzo del tempo che passa e che, con sé, porta via volti, voci, dettagli concreti? Con Quanto costa il tempo, Catrin Simeth firma un esordio che si colloca nel solco della narrativa mitteleuropea attenta alla memoria storica e familiare, capace di unire ricerca personale e respiro universale. Pubblicato da Vita Activa Nuova, su lungimirante segnalazione di Valerio Fiandra, che ne ha curato le prime presentazioni, il romanzo conferma la vocazione della casa editrice a dare voce a narrazioni di confine, attente alla storia e alle identità plurali. Un libro che, uscito soltanto il 10 settembre 2025, promette di suscitare dibattito e di trovare spazio tanto tra gli appassionati di letteratura di memoria quanto tra i lettori più giovani, sempre più interessati a storie che sanno intrecciare privato e collettivo.
Il libro nasce da un recente viaggio, compiuto dall’autrice insieme alla sorella, verso il paesino bavarese di origine, Neukirchen. Da quel ritorno scaturisce una saga che intreccia ricordi domestici, testimonianze tramandate e leggende popolari. Il risultato è un mosaico narrativo dove la Storia con la S maiuscola – il nazismo, il Programma T4, la denazificazione alleata – si intreccia alle storie minute, quelle custodite dentro le case e nelle parole dei nonni.
Il romanzo si apre con la figura della nonna, che «aveva una fantasia incredibile che, assieme alla sua patologica pulsione a dire bugie, ne faceva una narratrice straordinaria». Un’affabulatrice perfetta, dunque, capace di trasformare dicerie in verità, di fare dei racconti uno strumento di sopravvivenza. Già nel Prologo, Simeth apparecchia la tavola per il lettore e lo avverte: si tratterà di un viaggio dentro il tempo e dentro le storie, non per restituire una cronaca esatta, ma per accettare la forza inesatta – e quindi in qualche modo autentica – della memoria orale.
A emergere con forza è il legame tra storia familiare e geografia: la Krausenhaus, la casa d’infanzia come è per tutti, diventa un sacello che custodisce la memoria di chi eravamo e la constatazione di chi siamo; il fiume Freibach scorre come una genealogia liquida, che dalle colline arriva al Mar Nero e si fa simbolo di una memoria che non conosce confini. Anche gli oggetti – i penati domestici come l’orso con la botte e la volpe armata – parlano una lingua che attraversa generazioni: piccoli amuleti che trattengono brandelli di passato. I luoghi, gli oggetti, ma anche la lingua usata di volta in volta rappresentano dei veri e propri archivi emotivi che l’autrice decide di riaprire e sfogliare, riportando così in superficie memoria e dolore, nostalgia e ruggini. Riesce in questo intento grazie alla ricostruzione orale delle vicende familiari che passa attraverso la linea femminile, questo scalda l’atmosfera e collega con un fil rouge tutta la genealogia .– prevalentemente in linea femminile – saldandola a una miriade di personaggi che di continuo arricchiscono la narrazione.
Dentro questo intreccio di memorie e leggende, l’autrice fa rivivere episodi grandi e piccoli: dalla figura di Jan Hus, il teologo boemo arso sul rogo a Costanza nel 1415, alla leggenda della Muttergottes, statua devozionale di fattura contadina che resistette a ogni tentativo iconoclasta di distruzione da parte degli hussiti. Sono miti di resistenza, storie di sangue e ostinazione che Simeth mescola alle vicende concrete della sua famiglia.
La scrittura si fa allora polifonica: l’autrice alterna lingue, inflessioni, modi di dire, ricavandoli dal suo materno tedesco all’italiano, lingua di adozione dopo che l’autrice lasciò la natia Baviera ancora bambina, nel 1976. Ogni sfumatura lessicale diventa un segnale di appartenenza, un indizio di come la memoria sia inevitabilmente plurale. Così, accanto al ricordo di una madre, Elvira, capace di immaginare il padre lontano riflesso nelle acque, emergono lampi di un padre segnato dalla guerra, tornato a casa dopo tre anni al fronte tra i sedici e i diciannove anni a chiedersi: «Was hohne schäd de Leit do?» (“Cosa ho fatto a quella gente?”). La memoria prende corpo nei gesti minimi: un pennello da barba intravisto tra le immondizie diventa prova concreta di una partenza definitiva, traccia tangibile di un’assenza che pesa più di una presenza.
La forza del romanzo sta proprio in questa oscillazione continua: tra racconto leggendario e testimonianza storica, tra memoria infantile e riflessione adulta, tra amore e dolore. Quanto costa il tempo non cerca una verità assoluta, ma mostra come la memoria sia sempre “costruzione”: esatta e inesatta insieme, soggettiva e collettiva, fragile e resistente. Il ponte letterario, immediato, che si intravede con Sebald nasce dal modo in cui entrambi gli autori intrecciano memoria, documento e invenzione. Come Sebald, anche Simeth costruisce un racconto che è al tempo stesso biografia, riflessione storica e meditazione sulla perdita, muovendosi tra la grande Storia e un pulviscolo di frammenti privati altrettanto e più significativi. Le genealogie familiari diventano mappe della memoria. Simeth scrive con un passo narrativo denso, stratificato, eppure scorrevole. Non indulge in sentimentalismi, ma restituisce con lucidità la durezza dell’eredità nazista e l’impatto che essa ha avuto sulle generazioni successive a quelle che avevano vissuto il nazismo e la faticosa ricostruzione di una civiltà più degna dal punto di vista etico e civile. Ogni pagina interroga la possibilità stessa di raccontare: quanto possiamo davvero conoscere ciò che abbiamo vissuto? E quanto dipende, invece, dalle parole degli altri che hanno custodito la nostra storia?
Quanto costa il tempo è un esordio che non si limita ad abbozzare la ricostruzione di una genealogia, ma invita a riflettere sul potere della narrazione: senza memoria non esistiamo, ma senza racconti condivisi la memoria stessa rischia di disperdersi. Nel romanzo di Catrin Simeth, il tempo costa esattamente questo: il coraggio di guardare indietro, pur sapendo che ogni ricordo è già interpretazione, ogni testimonianza una verità parziale. Il racconto è sempre segnato dalla voce che lo riporta e quella voce, inevitabilmente, forgia chi lo ascolta.
E poi il sangue, il legame padre-figlia, riaffiora dalle nebbie del tempo e dall’oblio che talvolta sa curare più del ricordo stesso. Sono assenze che pesano più delle presenze, ombre che restano incise con più forza della luce, e che trovano voce nei frammenti di memorie infantili: uno sguardo, un gesto, il suono dei passi sulle scale. È in questo spazio fragile e insieme potentissimo che il romanzo di Katrin Simeth si compie: nel tentativo di ridare forma a ciò che non c’è più, di rendere tangibile la sostanza evanescente della nostalgia. In fondo, ricordare significa sempre reinventare, e raccontare equivale a ridare vita a chi pensavamo perduto.
Catrin Simeth è nata a Neukirchen, in Baviera, il 19 giugno 1967. Dopo la morte prematura del padre si è trasferita bambina a Trieste con la famiglia, città in cui ha compiuto gli studi presso il Liceo scientifico “G. Oberdan” e poi laureandosi in Medicina all’Università di Trieste. Specializzata in gastroenterologia, esercita la professione di medico chirurgo. Sposata, quattro figli, è autrice di numerose pubblicazioni di carattere scientifico. Sportiva, amante dei viaggi, della natura e degli animali, dedica il tempo libero all’azienda vinicola “Tenuta Valdomini” sui colli orientali del Friuli assieme al marito. Quanto costa il tempo è il romanzo in cui esordisce come narratrice.
