IL “ROMÉO ET JULIETTE” DI GOUNOD AL VERDI
Il Ponte rosso n. 127 -maggio 2026 | Luigi Cataldi | MUSICA
di Luigi Cataldi

Teatro “Verdi”, Trieste. aprile 2026
foto di F. Parenzan
Si sono di recente concluse le recite di Roméo et Juliette di Charles Gounod (1818-1893), opera composta su libretto di Jules Barbier e Michel Carré, che è andata in scena, in insolita alternanza col dramma shakespeariano da cui è tratta, al teatro Verdi di Trieste (questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 22/5/2026), con la regia di Paolo Valerio per entrambi gli spettacoli.
Composta tra il 1865 e il 1867, l’opera andò in scena per la prima volta il 27 aprile 1867 al Théâtre Lyrique di Parigi e nello stesso anno ebbe anche il battesimo italiano alla Scala. A Trieste, sempre al Verdi, è stata rappresentata solo due volte prima di quella attuale: 1913 e 2010.
Gounod mette in ombra i contrasti sociali e generazionali del testo di Shakespeare (ma va detto che allo scontro fra le famiglie rivali alla fine del terzo atto è riservata una scena di rara intensità drammatica, «Ah ah, voici nos gens!», III.2, n. 13) per concentrarsi sul tema amoroso, che sviluppa con una serie di quattro duetti fra i due protagonisti che sono la vera struttura portante dell’intero melodramma: Ange adorable (I.7, n. 4), Ô nuit divine! (II.5, n. 9), Va! Je t’ai pardonné (IV.1, n. 14), Salut! tombeau sombre et silencieux! (V.1, n. 21). A questi pilastri si agganciano cori (a partire da quella sorta di commento alla vicenda costituito dal Prologo «Vérone vit jadis deux familles rivales»), danze, pezzi a solo di grande espressività. Gounod è capace di melodie fluide, aderenti al ritmo poetico francese, dinamiche ampie e spesso rarefatte nei pianissimi, orchestrazione cristallina.
Il direttore, Leonardo Sini, ha prestato estrema attenzione a questi aspetti; ha curato con ciascuna delle voci il fraseggio, l’espressività, la coerenza rispetto all’insieme, ha guidato con rigore e precisione sia l’orchestra (in particolare stato di grazia) che il coro, che con la cura di Paolo Longo, ha fornito un’eccellente prova. Bravi i cantanti, che hanno mostrato una buona intesa fra loro (scenica e vocale) e con l’orchestra, sia nelle dinamiche di gruppo, che fra i singoli. Galeano Salas, un Roméo appassionato, capace di vedere la felicità persino nella morte, ha mostrato eccellenti doti vocali e tecnica raffinata: potenza e sensibilità, fraseggio curato, capacità di ascolto. Nina Minasyan si è mostrata attenta nella resa delle raffinate melodie di Gounod ed ha saputo dare alla sua Juliette una passionalità tormentata e convincente. Di rilievo, sia per recitazione che per qualità vocali, lo Stéphano impersonato da Nina Van Esse en travesti. Bravi anche gli altri, fra i quali si segnala il Mercuzio di Christian Federici.
Paolo Valerio ha ambientato la vicenda a Trieste durante la prima guerra mondiale, coadiuvato da Francesca Tunno (scene), Stefano Nicolao (costumi), Claudio Schmid (luci), Alessandro Papa (videomaker), Daniela Schiavone (coreografie). Uno specchio elettronicamente costruito raddoppia la scena, riempita solo dall’illuminotecnica e dai corpi degli attori. Alcune soluzioni sono ammirevoli, come il ballo a casa Capuleti, con vivaci colori e attori ben disposti a formare il quadro complessivo, oppure l’apparizione del coro velato da una coltre di pioggia nel Prologo, o anche la suggestiva ricostruzione della chiesa per il matrimonio clandestino e persino quella della tomba. Altre assai meno, come il molo Audace come sfondo per la rissa o il castello di Miramare come ambientazione del matrimonio interrotto con Pâris. In apertura scorrono sul fondo della scena immagini di repertorio della guerra con strilli dai giornali dell’epoca, poi la vicenda dei due giovani percorre altre strade, senza che si comprendano le ragioni di una simile collocazione nello spazio e nel tempo, né ciò che il regista intendesse dire della guerra e del legame con Trieste.
Il pubblico, per l’eccellente resa della parte musicale, ha applaudito con calore.
