Il salone d’autunno

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La temperatura dell’arte a Trieste

La quarta edizione Young Art Selection presso la Sala Fittke del Comune dedicata al giovani

La Sala del Giubileo, nella libertà tematica usuale, mobilita più di cinquanta personalità

di Enzo Santese

 

Agli inizi del 2000 Dante Pisani aveva pensato al Salone d’Autunno come una sorta di ripresa della tradizionale mostra sindacale interrotta da molti anni, anche per dare nuovo slancio ai rapporti tra gli artisti, ai loro incontri, alla possibilità di scambi con le regioni contermini, soprattutto Austria, Croazia, Slovenia, e in genere con quegli operatori dell’arte che hanno avuto con la città giuliana rapporti di lavoro, occasioni di soggiorno, presenze in situazioni espositive. Il progetto è diventato realtà effettuale nei programmi dell’Associazione Z04 di Trieste che Franco Rosso ha portato fino all’attuale rassegna. I due tempi dell’evento giuliano – da una parte la quarta edizione Young Art Selection presso la Sala Fittke del Comune dedicata al giovani, dal 31 ottobre al 27 novembre, dall’altra parte la decima edizione del Salone d’Autunno nella Sala del Giubileo di Riva III Novembre, dal 9 dicembre al 3 gennaio 2017 – scandiscono i ritmi della contemporaneità nella ricerca figurativa in spazi che si aprono alla verifica dello stato dell’arte nell’area con epicentro Trieste, la cui vivacità sembra andare in controtendenza rispetto al panorama generale, dove si registrano battute d’arresto, difficoltà creative legate soprattutto al persistere di una crisi economica, che da tempo illude una ripresa senza tuttavia convalidare lo slancio con risultati probanti. Il duplice evento comincia dai giovani, che alla Sala Fittke allineano una serie di opere improntate alla regola del multiplo ternario: dodici personalità si lasciano leggere in trenta lavori, le cui misure sono 30 x 30. Il tema è quanto mai sollecitante perché nel “sacro” illumina gli approdi di pensiero, le risultanze “speculative” che escono dal recinto del sensibile e rimandano ad “altro”, a un universo “separato” ma pur sempre collegato intimamente con il soggetto creante, impegnato a sospingere lo “sguardo” al di là di tutto ciò che è immediatamente sensibile e a cogliere invece quanto si installa nella mente e nell’anima, combinandosi con tutta una serie di motivi inerenti alla sua interiorità. Il filosofo Umberto Galimberti ben inquadra il perimetro significante della parola “sacro”, nella quale risuonano diverse suggestioni che vanno da quanto sfugge a un’immediata riconoscibilità attraverso i sensi fino alle sfumature della sfera del divino. In questa gamma di opzioni si situano comportamenti, impressioni, credenze, prospettive, linee progettuali di varia natura sulle quali gli artisti sono stati chiamati a sviluppare una riflessione; questa mostra ha una variegazione di stili corrispondenti alle possibilità interpretative dei singoli, mossi a declinare le rispettive poetiche nella linea “policromatica e cangiante” del sacro. La sezione illumina presenze che contengono il presagio di prossimi interessanti sviluppi della ricerca, a cominciare da Leone Kervischer che immerge le fisionomie dei suoi ritratti in un’atmosfera sospesa e allusiva.

Su un versante diverso si colloca il Salone d’Autunno presso la Sala del Giubileo e nella libertà tematica usuale mobilita più di cinquanta personalità “implicate” con Trieste in una consuetudine di rapporti in termini di origine, residenza, lavoro e contatti culturali. È per questo che la rassegna si allarga emblematicamente a Croazia e Slovenia, rimarcando così come il capoluogo giuliano sia crogiuolo di incontri, forieri di confronti, talora anche aspri, ma portati ad approfondire il senso del fare-arte nell’attuale momento storico, sottoposto ai sussulti di una fibrillazione che è morale e spirituale prima ancora che economica: Bruno Paladin di Fiume si misura con materiali diversi per ottenere sulla superficie o nello spazio tridimensionale suggestive sintesi di trame dinamiche; Fulvia Zudic di Pirano trasferisce sul piano pittorico il suo affetto per l’Istria, tracciando nelle sintetiche architetture dei suoi quadri il senso di un’appartenenza non di maniera. La manifestazione da un’edizione all’altra rivela il grado di vitalità artistica, culturale e produttiva del territorio, facendo conoscere – in qualche caso per la prima volta – esperienze e consentendo di sentire “voci” tra le più significative di questo scenario; ciò dà vita a un’ampia mappa di tensioni intellettuali, di modalità d’approccio all’esigenza narrativa e poetica della realtà, interna ed esterna.

La “vetrina”, senza dubbio vasta e illuminata dal dovuto supporto di opere, annovera la maggior parte di coloro che nella ricerca artistica si segnalano per la qualità delle singole proposte. Evidentemente non può essere esaustiva, ma il suo muoversi puntando ogni anno l’obiettivo su nuove realtà le assegna il ruolo essenziale di ricognizione documentale della creatività nell’area triestina. Il suo pregio deriva anche dalla capacità di avvistamento di nuove energie creative, destinate a maturare in belle individualità soprattutto nell’ambito della pittura e della scultura e, negli ultimi anni, nell’installazione.

Gli artisti hanno costruito un ideale mosaico dove le diverse tessere rivelano che, a parte alcune evidenze mutuate dalla realtà telematica, le modalità espressive insistono con bella messe di esiti sul versante di una figurazione allusiva (Raffaella Busdon), a volte ai margini dell’astrazione (Franca Batich, Gabriella Benci), in altri casi sospinta nei territori dell’elaborazione lirica (Enea Chersicola, Aldo Famà); la celebrazione di uno spazio fisico che diviene mentale si attua di volta in volta mediante calcolate scansioni di segno e materia cromatica (Tullio Sila), qualche altra attraverso la spontaneità del gesto che prelude a una sintesi di linee tracciate nell’impasto oppure fatte emergere da superfici scabre e appena accarezzate dalla pellicola di colore. La scultura ha i suoi punti di forza nelle proposte di Pino Corradini e di Mauro Martoriati.

L’opera di Cosimo Fusco si colloca sul crinale dove pittura, scultura (e talora l’installazione) giocano un ruolo convergente verso sintesi che raccontano nell’accensione piena di colori luminosi il viaggio attraverso fantastici agglomerati urbani dove le architetture appaiono misteriosi meccanismi cosmici. Francesco Demundo impegna la cifra primaria della sua poetica, l’ironia, con cui dà corpo e spirito un po’ beffardo alla sua opera. La figurazione di Claudio Palčič resta sulla soglia del percettibile, ma allude a dilatazioni del reale dentro un quadro fortemente intonato a un dinamismo interno; nella scultura, la stessa forza che anima le tele si sostanzia della sintesi tra staticità plastica e dinamismo delle forme: l’elemento del mito-simbolo prende corpo nelle rilevanze in bronzo con slanci verso l’affermazione del movimento in uno spazio, che è parte integrante dell’intervento tridimensionale. Claudio Sivini traduce la leggerezza del pensiero nell’acciaio inox tagliato al laser, dove si bilanciano perfettamente rigore costruttivo e sostanza concettuale. Un cenno particolare merita Caroll Rosso Cicogna, impegnata da tempo ad approfondire lo studio del valore devozionale delle icone legato al loro potenziale espressivo riconducibile all’attualità: in quest’ambito conferma l’eccellenza del suo lavoro e l’autenticità della vocazione artistica.

Il tasso tecnico e poetico della rassegna, fondato su una compagine ricca sul piano compositivo e concettuale, è mediamente accattivante, esibendo una gamma dilatata di proposte, tra le quali il fruitore non ha difficoltà a convergere verso quella più affine al proprio gusto e alla propria sensibilità.