INSEGNARE LEOPARDI IN PALESTINA

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Roberto Cirelli propone in un libro la sua esperienza umana e professionale nel martoriato territorio prima del più recente ed efferato martirio

di Roberto Dedenaro

Roberto Cirelli
Cronache da un paese interrotto
Diario di un prof. In Palestina

Gemma Edizioni, Ceccano (FR) 2025
pp. 472, euro 20,00

Forse non tutti gli attenti lettori del Ponte rosso sanno che, oltre a tante cose più o meno utili a questo mondo, esistono anche gli insegnanti italiani all’estero. Selezionati con un curioso concorso che divide il mondo in diverse aree linguistiche (inglese, francese, tedesco e spagnolo), attraverso una prova linguistica nella lingua di riferimento dell’area, questi insegnanti vengono, in pratica, “prestati” dal Miur al Ministero degli esteri per un incarico che li vede in una sede estera ad insegnare la lingua italiana, per la durata solitamente di sei anni.

è un incarico molto ambito perché il tipo di lavoro, lettori all’università o insegnanti di italiano in scuole solitamente d’élite comporta un salto di qualità retributivo piuttosto cospicuo e il raggiungimento di sedi a volte prestigiose. Per fare un esempio insegnare l’italiano a Parigi può essere diverso che farlo in una periferia milanese, con uno stipendio inferiore della metà almeno. Va da sé che i favoriti nelle selezioni siano gli insegnanti di lingua, oppure i madrelingua, come gli insegnati altoatesini nelle prove di tedesco anche se, come dicevo può essere discutibile che per insegnare italiano uno debba fare una prova d’inglese o di spagnolo, ma poi si dice che siano, questi insegnanti di lingue, i più bravi a relazionarsi con dei discenti della lingua italiana. Tutto questo per spiegare come il mio amico e collega per molti anni al Liceo Artistico Nordio, Roberto Cirelli, sia finito a fare il lettore d’italiano per sei anni nell’università palestinese di Birzeit. Concluso l’incarico nell’estate del 2023, poco prima della tragedia del 7 ottobre, il buon Roberto non solo è ritornato in patria ma ha anche smesso di fare l’insegnante d’inglese, meritandosi il paradiso dei pensionati INPS. Da quei sei anni, segnati anche dal periodo Covid, che ha visto tutti gli insegnanti d’Italia e non solo, doversi confrontare con il trauma delle lezioni a distanza, è nato ora un libro: Cronache da un paese interrotto. Diario di un prof. In Palestina. Edito da Gemma Edizioni, volume di quasi cinquecento pagine, anche grazie al formato tascabile ma paffuto che l’editore ha voluto conferirgli. Va chiarito subito che la Palestina e la vita dei suoi abitanti descritta nel libro non esiste più, siamo infatti, come ricordato, nella Palestina prima del sette ottobre del 2023 e quindi la difficile condizione di vita del popolo palestinese testimoniata nel volume, si è ulteriormente enormemente aggravata.  Va ricordato ancora che i proventi dei diritti d’autore del libro sono destinati ad Assopace Palestina, un’associazione di volontari che dal 2009 sostiene la Palestina con azioni non violente.

Il libro si apre con un dialogo fra l’autore e Luisa Morgantini, ex europarlamentare, ex vicepresidente del Parlamento Europeo e presidente di Assopace Palestina e si chiude con un utilissimo glossario dei termini arabi e delle persone di cui si parla nel libro, persone ben conosciute in Palestina, perché, come è ovvio, i tanti nomi delle persone comuni incontrate da Roberto nei suoi sei anni sono stati per ragioni di privacy e sicurezza mutati in altri di comodo. Sono questi due strumenti, l’intervista iniziale e il glossario finale, piuttosto utili soprattutto a chi ne sa poco di Palestina e volesse avere un approccio più informato alle vicende descritte in queste pagine. Diciamo anche che il libro, nonostante il suo aspetto da piccolo mattoncino, si legge piuttosto agevolmente, questo per merito della scrittura di Cirelli, chiara e lineare, ma non solo: l’autore non è un esperto di politica internazionale o un antropologo sul terreno, e quindi, in ciò sta forse il maggior pregio dello scritto, ci dice semplicemente quello che gli è accaduto di vedere con i propri occhi, di vivere in prima persona. In più, aggiungo io, a Roberto la cosa che interessa di più è incontrare persone, stare in mezzo alla gente, non che non sia capace di star da solo, ma questa solitudine rassomiglia ad un intermezzo fra chiacchiere e incontri, la sua frase più tipica, quando gli domandi cosa farà è: vado a trovare degli amici, in qualche parte d’Italia o all’estero.

Ma torniamo a noi, cosa trova il lettore dentro a queste pagine? Trova una serie di episodi di diversa lunghezza, cinquanta in tutto se ho contato bene, ognuno dei quali racconta un evento, un incontro, fra i tanti accaduti in sei anni ad un insegnante catapultato quasi per grazia ricevuta in un mondo sconosciuto e per tante ragioni piuttosto diverso dal proprio. Qui  il lettore antropologo potrà trovare pane per i suoi denti, perché il nostro eroico professore ha un bel da fare per capire esattamente dove si trova e come comportarsi in un mondo complesso e molto variegato anche se unificato e contraddistinto da una sopraffazione violenta sempre presente con evidenza o dietro le righe.

 Ci sono incontri con personaggi straordinari, tanti femminili, se non mi sbaglio, che hanno maturato una complessa strategia di sopravvivenza in questo clima, che cercano di far valere le loro ragioni appellandosi ad uno stato di diritto, dove il diritto è ogni giorno calpestato nella polvere. Perché questa era, ripeto era, la Palestina di prima del l’ottobre 2023, cosa sia adesso mi viene difficile pensarlo.

Non manca, nel libro una sezione dedicata al periodo che Cirelli ha trascorso facendo lezione d’Italiano a degli allievi ebrei iscritti alla Dante Alighieri di Gerusalemme, anzi per me questa è risultata una delle sezioni più istruttive: ho imparato quanto anche la società israeliana sia composita e attraversata da problematiche ed orientamenti diversi e complessi, anche se il disprezzo o l’odio verso i palestinesi sembra mettere tutti o quasi d’accordo.

La soluzione dei due Stati sembra, peraltro, allo stato attuale, irrealizzabile, insediamenti dei coloni ed altro hanno reso la continuità territoriale degli insediamenti palestinesi praticamente impossibile e allora ci vorrebbe uno stato con eguali diritti, ma l’orientamento israeliano sembra essere quello di una mirata, in barba ad ogni diritto internazionale, pulizia etnica.

Ma il libro con i suoi momenti di tristezza e anche di rabbia non è certo un monologo funereo, c’è la soddisfazione per le cose realizzate e per la straordinaria umanità già richiamata. C’è un universo che si incontra in queste pagine, quello degli expat, gli espatriati, quelli che lavorano all’estero, soprattutto giovani che hanno voglia di girare e vedere il mondo, che sono impegnati in progetti di solidarietà e assistenza, animati da un forte senso di giustizia e eguaglianza, sono i cittadini del mondo globale di domani, forse già di quello di oggi, se non si vuole far prevalere la guerra e la sopraffazione dei forti sui deboli. Questo è la speranza che ho voluto leggere in queste righe, in cui forse, se una critica vorremmo farla, si parla poco d’istruzione e di didattica, anche se quale didattica mai è possibile se le sicurezze basilari, una casa, un’assistenza sanitaria, i diritti di cittadinanza sono negati? E se celebriamo lo straordinario spirito di resistenza e di adattamento nella tragedia dei palestinesi, certamente non per questo condividiamo le posizioni estremistiche che hanno portato al sette ottobre 2023: molte volte mi sono trovato a chiedermi cosa farei io se qualcuno mi portasse via la casa, il mio lavoro, mi incarcerasse senza un’accusa o un processo giusto, facendomi precipitare nella condizione di rifugiato. E molte volte mi sono chiesto quali sogni fa Netanyahu la notte, se, Darwin permettendo, forse non apparteniamo a specie diverse, abbiamo cicli evolutivi diversi. Ma forse va ancora una volta sottolineato come questo libro non sia un saggio di geopolitica, ma piuttosto una testimonianza lineare, quasi fosse una videocamera che ci porta fra le strade e gli studenti che come noi sognano un futuro migliore per loro e per le loro famiglie, in un paese che è stato interrotto e, diversamente dalle ragazze del famoso film a cui il titolo del libro si ispira, non sa se mai avrà la possibilità di ritornare ad essere se stesso.