INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CINEMA di Emanuele Sichenze
Cartoon | cinema | Emanuele Sichenze | Il Ponte rosso n. 126 | INTELLIGENZA ARTIFICIALE | Maurizio NIchetti
DA RATATAPLAN AL CINEMA SECONDO L’AI

INTERVISTA A MAURIZIO NICHETTI
Di Emanuele Sichenze
Esattamente cinquant’anni fa la Bruno Bozzetto Film usciva nelle sale con la risposta italiana a Fantasia (1940), cult del cinema d’animazione prodotto dall’impero a stelle e strisce della Disney. Tra i numerosi meriti che vanno riconosciuti all’avveniristico Allegro non troppo (1976), c’è senza dubbio l’aver presentato al pubblico il travolgente estro creativo di Maurizio Nichetti. Non è un caso che Ratataplan (1979), primo lungometraggio diretto dal disegnatore e attore milanese, ottiene presto un successo internazionale. Inizia così una carriera che, partendo dagli analogici anni Settanta, attraversa le numerose rivoluzioni tecnologiche dei decenni successivi, fino a doversi confrontare con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale. Oggi Maurizio Nichetti è docente presso l’Università IULM, direttore della sede lombarda del Centro Sperimentale di Cinematografia, nonché del festival internazionale del documentario “Visioni dal Mondo”. Dopo un periodo di pausa, è tornato alla regia con AmicheMai (2024).
Signor Nichetti, parlando del suo lavoro, l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale si è già fatto sentire?
Sì, il primo luogo in cui si è inserita è stato sicuramente il Centro Sperimentale. I ragazzi, in anticipo su tutti i programmi didattici, hanno iniziato per primi ad utilizzarla. All’inizio in modo più ingenuo, per scrivere. Ce ne siamo accorti perché arrivavano lettere motivazionali tutte uguali (una volta si sono dimenticati perfino di eliminare l’intestazione con la risposta dell’“Intelligenza”). Ultimamente, invece, gli studenti hanno iniziato a proporci esercitazioni e filmati che fanno uso di IA. Per la scenografia, ad esempio: la si usa per creare ambienti credibili. È entrata ormai nell’uso comune, penso che sia diventata un’arma in più da poter utilizzare.
La sua esperienza, invece, parte da un cinema artigianale, che le nuove tecnologie e la digitalizzazione hanno trasformato, spesso alzando di molto i costi di produzione
Diciamo che le tecnologie hanno proceduto in entrambi i sensi: da una parte i costi di produzione per certi effetti speciali si sono sicuramente alzati, allo stesso tempo però, oggi è molto più facile per una persona realizzare autonomamente ciò per cui, un tempo, servivano professionisti, oltre ad una disponibilità economica maggiore. Oggi chiunque con un buon computer a disposizione può realizzare color grading e piccoli effetti una volta molto costosi…
E la rivoluzione dell’IA è uguale alle precedenti, oppure ha qualcosa di diverso?
L’IA sembra essere più invasiva. Da una parte facilita il lavoro di ricerca, allo stesso tempo però nasconde un grave problema occupazionale. Le nuove tecnologie, nel mondo dello spettacolo, hanno sempre modificato professioni e work flow e l’Intelligenza Artificiale sembra esasperare questa dinamica. Prendiamo il doppiaggio, ad esempio. In alcuni convegni hanno mostrato che l’IA è già in grado di doppiare in una lingua straniera un attore, utilizzando la sua stessa voce e modificandone di conseguenza il labiale. Certo, c’è chi ha obiettato che la macchina non sa riconoscere le sfumature di interpretazione, ma è solo una questione di tempo. A queste grandi opportunità va anche aggiunto, però, un possibile utilizzo fraudolento: riprodurre la voce di qualcuno, facendole dire ciò che si vuole, può essere un risvolto preoccupante. In questo senso l’Intelligenza Artificiale fa paura, soprattutto perché manca ancora una legislazione mirata. Questo vale anche per il cinema: quando vado a vedere un film mi piacerebbe sapere se ciò che mi stanno mostrando sia reale oppure finto, i film che creano con l’IA elementi fittizi, non solo per film di fantascienza, lo dovrebbero segnalare allo spettatore.
Rischia quindi di sfumare la differenza tra cinema del reale e cinema fantastico?
Ripeto, il punto è che manca una regolamentazione. L’invenzione, di per sé, non mi spaventa. È l’utilizzo in malafede che diventa una vera e propria truffa. Alla mancanza di legislazione, poi, va aggiunta la distrazione alla quale siamo indotti dal mondo dei “social” e l’estrema verosimiglianza che queste tecnologie riescono ormai ad ottenere. Comunque, per ora stiamo vivendo un periodo intermedio e di conseguenza viviamo anche i danni che sempre caratterizzano i periodi intermedi: quando l’avvento di una nuova tecnologia, non essendo ancora regolamentato, può porgere il fianco ad un utilizzo fraudolento da parte dei “pochi”. L’IA non deve diventare una fabbrica di fake. La vera battaglia che si dovrà combattere in futuro sarà per difendere l’onestà intellettuale: ad un certo punto bisognerà porsi anche delle domande di ordine morale, etico. Per adesso ancora nessuno ne parla, sono tutti troppo occupati a parlarne tecnicamente, a dimostrare quanto siano preparati sull’argomento. Nessuno si chiede ancora il “perché”. Perché dovremmo sostituire degli attori umani con attori finti? Ho sentito qualcuno entusiasta della possibilità di far “rivivere” attori del passato, come Marilyn Monroe, con l’Intelligenza Artificiale. Ma questo è un utilizzo da pazzi! Finché la truffa è palese, come lo sarebbe nel caso della Monroe, è un conto, ma se si producono attori puramente finti senza dichiararlo, diventa una truffa vera e propria ai danni dello spettatore!
Eticamente, è una bella responsabilità…
Vede, da sempre, ogni cinquant’anni, nel mondo dello spettacolo ci si è abituati a cambiare: prima c’erano i circhi, poi i teatri, ora forse anche il cinema scomparirà. Ma sostituire gli esseri umani con degli “avatar” è un problema che va ben oltre il cinema. Alla fine, deciderà il pubblico. Andrà bene un film completamente finto? Forse per una commedia leggera, commerciale. Ma se qualcuno vuole trasmettere un messaggio, fare un cinema impegnato nel sociale, il problema dell’onestà diventa cruciale. Se fossi oggi ventenne, il cinema probabilmente non mi attirerebbe. I film sono in mano a programmatori ed ingegneri, ma a me di star tutta la vita dietro il computer, non va.
L’IA forse può spronare i “creativi” a spingersi al di là del minimo indispensabile?
Negli anni Settanta, quando ho iniziato, l’assenza della tecnologia ci costringeva a fare i salti mortali per inventare le cose. Da quando il digitale si è impadronito dell’audiovisivo, con intere industrie dedicate agli effetti speciali (come la Industrial Light & Magic di George Lucas per il primo Star Wars), i padroni dei film sono diventati gli ingegneri ed i programmatori. Da ormai dieci anni, da prima ancora dell’arrivo dell’IA, i film d’animazione fanno a meno del disegno di una mano umana. Un tempo erano i colori ed i disegni a suscitare l’emozione del pubblico, oggi i cartoni animati puntano tutto su un’azione sempre più frenetica. Dopo un po’ però ci si rompe le scatole di tutta questa frenesia, anche perché così i film diventano tutti uguali. L’Intelligenza Artificiale forse velocizzerà ancor di più quella standardizzazione che la tecnologia ha sempre teso a creare. Sicuramente avremo film sempre più fantastici creati da abili professionisti tecnici mentre un’idea originale sarà sempre più difficile da realizzare.
In questo quadro, però, un’alternativa “creativa” potrebbe tornare ad attirare gli spettatori
Oggi il pubblico va a vedere ciò che solo in pochi decidono. La standardizzazione del gusto passa proprio attraverso la standardizzazione della tecnologia. Una volta, sin dai tempi del Neorealismo, ma pensiamo anche a cinematografie di paesi poveri più vicini a noi, cercavamo storie “vere”, magari lontane dal nostro quotidiano, ma vere. Oggi questo gusto si è un po’ perso. Il problema è che la volontà di uniformare tutto crea prodotti che dopo due mesi vengono dimenticati. Un film di oggi difficilmente emozionerà ancora tra venti o trent’anni. Mentre oggi apprezziamo ancora i film di sessant’anni fa. “A qualcuno piace caldo”, per esempio, è una commedia con delle battute scritte magistralmente e per questo ci fa ancora ridere. Quale sarà un film di oggi che ci sopravviverà tra sessant’anni?
Forse proprio quello non fatto con l’IA?
Ammesso che te lo facciano fare. Al giorno d’oggi abbiamo film che, da soli, fanno più del doppio degli incassi rispetto a tutti gli altri usciti lo stesso anno. Qualcosa non torna. Non può essere semplicemente un fatto di bravura individuale di chi il film lo scrive, o lo recita. È un meccanismo intero che è organizzato per lavorare così. Per esempio, quest’anno a Natale è uscita una sola commedia: Buen Camino. Contemporaneamente in sala c’erano solo Norimberga e Primavera, che un tempo non sarebbero mai usciti a Natale… ma queste sono scelte distributive che non credo si avvalgano ancora dell’Intelligenza Artificiale.
Quindi l’IA si inserisce in un processo culturale più complesso, già in atto?
L’Intelligenza Artificiale è uno strumento: l’euforia che la circonda per certi versi mi ricorda l’euforia che ci fu per l’avvento della tecnologia 3D. L’uscita di “Avatar” in 3D, una quindicina di anni fa, è coincisa con il periodo in cui si passava dalla pellicola al digitale: c’era bisogno perciò di costringere tutte le sale cinematografiche a dotarsi di proiettori digitali e per questo motivo si fece scoppiare “Avatar”, e di conseguenza il 3D. Ottenuto questo, si è ben presto ritornati a fare film in 2D, che sono più economici e non fanno venire il mal di testa.
Ci sono degli aspetti dell’Intelligenza Artificiale che la colpiscono particolarmente?
Ultimamente sono rimasto molto colpito dall’acquisto di xAI da parte di SpaceX, entrambe di Elon Musk. Vogliono spostare le banche dati che l’Intelligenza Artificiale utilizza, e che sulla terra consumano talmente tanta energia da mandare in crisi interi territori, sui satelliti. Vuol dire che ormai siamo oltre a come avrei mai potuto immaginare io il futuro. Diciamo che mi sarei anche fermato volentieri a 2001: Odissea nello spazio.
Si può sperare che l’avvento dell’IA crei un mercato diverso? Forse la creatività si ritaglierà uno spazio a sé stante.
In cinquant’anni ho visto tantissime rivoluzioni tecnologiche ed ogni volta c’è stato chi sperava che questa o quella tecnologia avrebbe favorito un cinema “per tutti”. Quando siamo passati dalla pellicola al digitale, c’era chi diceva che così ognuno si sarebbe potuto aprire la propria sala cinematografica, proiettando ciò che preferiva, visto che non bisognava più sostenere enormi spese per stampare le copie di un film. Poi, con internet si pensava che tutti avrebbero potuto decidere in autonomia quali film guardare e promuovere. Fatto sta che oggi parliamo della crisi del cinema e della morte del cinematografo. La realtà è che nessuno ha interesse ad allargare la visibilità dei piccoli prodotti indipendenti. Al contrario, la pubblicità e la distribuzione sono sempre più globali e tutti, come greggi silenziose, guardano ciò che si vuole far veder loro. È la morte del cinema “prototipo”, del film sperimentale, della scoperta a sorpresa di un outsider. Non emerge più nessuna cultura particolare, locale, nessun fenomeno che non sia già stato globalizzato nel gusto e nella progettazione… È come con i viaggi: trent’anni fa viaggiare era bello perché si potevano assaggiare prodotti locali, vedere architetture che esistevano solo in quella parte del mondo. Oggi succede come in Play Time di Tati, in cui un uomo entra in un’agenzia di viaggi e le locandine, che mostrano tutte le città del mondo, hanno in primo piano lo stesso grattacielo, lo stesso grande albergo, costruito uguale ovunque.
