IO, UN POETA SLOVENO DI TRIESTE
di Miroslav Košuta
Avevamo chiesto alla cortesia dell’Autore di poter pubblicare, sul numero di luglio/agosto del 2012 del mensile Trieste ArteCultura, un breve brano, da lui scritto in italiano per il libro di Wolftraud de Concini, Gli Altri delle Alpi, Pergine Valsugana 1997. Vista la limitata diffusione del volume, offrirne il contenuto al pubblico di lingua italiana ci era sembrato che costituisse quasi la pubblicazione di un inedito, della quale ringraziammo Miroslav Košuta.
Sono nato in un paese dell’altipiano, alle porte di Trieste, in un tempo lontano, molto lontano, in cui gli unici italiani del luogo erano i carabinieri (mandati per controllarci) e le maestre (per italianizzarci). Forse ci sarà stata pure qualche famiglia che parlava un dialetto diverso dal nostro, ma evidentemente erano dei poveri diavoli come noi e non stavano sull’altra sponda.
Perciò le immagini di quei giorni e di quella gente sono velate da qualcosa di incomprensibile a me stesso e non di rado mi chiedo: Sono cose realmente vissute o puro frutto di una troppo fervida fantasia? È questa una domanda che mi si pone ogniqualvolta cerco di capire, senza risentimento e rancore, le dure leggi della natura che riguardano la nostra comunità. Ciò che è successo e succede ancora di giorno in giorno è difficile capire, impossibile accettare.
Io sono nato sloveno, ma non è per questo che appartengo alla minoranza. Sono nato qui dove sono nati i miei genitori ed i genitori dei miei nonni e faccio parte di quella comunità di sloveni in Italia che da troppo tempo lotta per la sopravvivenza. Ma la vera minoranza è un’altra.
La topografia è cambiata, è cambiata la vita, non cambia la città, chiusa in falsi miti. Perciò si vive in difficoltà, si vive in tristezza, profondamente feriti nell’onore e nell’amore. Poiché io amo questa città, ho amato da sempre e continuo ad amarla malgrado tutto e tutti. E non so se mi offende di più il suo rapporto con la nostra comunità, questo continuo ignorarci e d’improvviso ricordarsi della nostra eterna presenza in momenti di difficoltà come causa di tutti i suoi mali, o questo degrado, costante ed inarrestabile, questa sua completa mancanza di voglia di vivere, di rivivere, questo suo arroccarsi in difesa di cose che non esistono (ma sono mai esistite?) e che comunque non hanno un futuro. Ogni tanto c’è qualche spiraglio di luce, qualche leggera brezza che sa di aria pura, ma ben presto tutto ripiomba nell’oscura immobilità ed il golfo diventa nuovamente uno stagno.
La vorrei bella e sfrontata, senza falsi pudori (in fondo è una signora di una certa età), aperta ai vicini e ospitale con i passanti. La vorrei solamente così com’era una volta, un interminabile cantiere, una piazza piena di genti di costumi e tradizioni diverse, un cinguettio di voci, di parlate dolci o rudi, un intrecciarsi di canzoni, di preghiere, di imprecazioni che sanno di nord e sud, di oriente e di occidente incontratisi per costruire, per mercanteggiare, per conoscersi. Un porto, un faro.
E la minoranza? Ah, già. Ma la vera minoranza in questa città non è la comunità slovena, ma siamo quelli (anche sloveni, questo si) che guardiamo al futuro.
È un abitudine di pescatori e marinai la mattina alzare gli occhi al cielo e poi volgere lo sguardo all’orizzonte per scrutarlo profondamente. Così anch’io pensando a questa mia città guardo il cielo e l’orizzonte: il cielo è incolore, slavato, ma l’orizzonte è cupo.
