ITALO SVEVO SAGGI IN GALLERIA

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ITALO SVEVO IN GALLERIA

Presentato a Milano grazie alla Società Dante Alighieri il volume A tu per tu con Svevo, in occasione di Gorizia-Nova Gorica 25, capitale europea della Cultura

La manifestazione ospitata presso la prestigiosa Libreria Bocca

di Walter Chiereghin

A tu per tu con Svevo. Le opere, la critica
a cura di Fulvio Senardi
Libreria del Ponte rosso
Trieste, 2023
pp. 184, euro 16,00

Il viaggio di A tu per tu con Svevo (Libreria del Ponte Rosso editore, Trieste 2023, pp. 184, euro 16, acquistabile rivolgendosi all’editore), la miscellanea di saggi sveviani curata da Fulvio Senardi e pubblicata dalla Libreria del Ponte rosso (emanazione dell’omonima rivista diretta da Walter Chiereghin) in virtù di un finanziamento della Dante Alighieri, comitato di Gorizia, ha fatto tappa, sabato 22 febbraio, alla Libreria Bocca di Milano, la libreria più antica d’Italia, con i suoi 250 dalla fondazione, prestigioso luogo di cultura nella altrettanto prestigiosa Galleria Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo.

A fare gli onori di casa Giorgio Lodetti, che dirige con verve spumeggiante la Libreria, Massimiliano Finazzer Flory che ha curato l’intero cartellone di incontri in cui si raccontano, si spiegano e si commentano, con numerosi ospiti e in collaborazione con Pordenonelegge, gli eventi di Gorizia – Nova Gorica capitale della Cultura del 2025 e Daniele Bassi, lo scrittore-musicologo che presiede la Dante Alighieri meneghina.

Il pubblico attento e generoso di applausi che ha gremito la piccola ma elegantissima sala della Libreria è stato condotto con competente regia da Finazzer Flory, milanese di adozione ma giuliano di nascita, alla riscoperta di uno scrittore dai mille doppi fondi, sul quale sembra che l’ultima parola non possa mai essere detta. Ha spiegato le ragioni dell’incontro, nel quadro delle iniziative goriziane, Antonia Blasina Miseri, presidente del Comitato di Gorizia della Dante, ha raccontato della casa editrice e delle rivista che ne è la sorgente il direttore del Ponte rosso Walter Chiereghin, mentre a Fulvio Senardi, l’italianista che ha messo insieme la squadra di studiosi che, a tema libero, hanno di nuovo passato Svevo al vaglio della critica, è toccato il compito, in duetto con Finazzer Flory, instancabile nel proporre spunti di riflessione, di chiarire il senso e il valore della pubblicazione.

Libreria Bocca. Ingresso

Il titolo del volume, apparentemente fuori schema rispetto alle consuetudini di linguaggio tecnico o paludato della critica letteraria, basta già – lo hanno sottolineato Finazzer Flory e Senardi – a qualificare nel modo più esplicito le ambizioni del volume: rivolgersi con un linguaggio chiaro e accattivante a un pubblico colto ma non specialistico per richiamare l’attenzione su qualche particolarità dell’universo sveviano, vuoi l’opera, vuoi l’uomo, vuoi la critica che se ne è occupata, ma senza salire in cattedra; collocarsi a “tu per tu”, dunque, tanto con l’autore che con i suoi lettori. Le indiscutibili competenze di coloro che hanno preso la parola nel libro triestino bastano a garantire la serietà dell’operazione (firmano i saggi intellettuali della statura di Anselmi, Capecchi, Leoncini, Luzi, Roda, ecc.) in un’epoca in cui la post-verità e la pseudo-competenza sono spesso briscole spregiudicatamente giocate anche da chi pratica il mestiere delle Lettere. In questo caso la finalità esplicita non è stato né il lucro né la narcisistica ambizione di far parlare di sé nel circo mediatico, ma quello, più modesto ed onesto, di illuminare qualche aspetto dell’opera e dell’uomo.

Scorrere i saggi uno per uno, tutti volutamente concisi e particolarmente asciutti quanto al paratesto (note, rimandi, ecc.), sarebbe operazione impossibile. Finirebbe per diventare un libro sul libro. Nell’incontro milanese – che si è concluso con la lettura da parte di Finazzer Flory, con accompagnamento al piano di Daniele Bassi, del passo forse più noto della Coscienza, la profezia dell’apocalisse cosmica (smentita, parrebbe, ma diamo tempo alla Storia) – sono stati evocati alcuni dei percorsi di lettura che rendono interessante il volume, capace di aggiungere qualcosa di nuovo in un universo interpretativo in rapida espansione oltre i confini della vecchia Europa, correndo il pericolo che l’estensione vada a spese della profondità.È forse il caso di riprenderne qualcuno, se non altro per dare un assaggio di come studiosi preparati possono ancora “spremere” testi letterari della cui importanza è proprio l’inesauribilità interpretativa a dare la più indiscutibile conferma e offrire, con un minimo “carotaggio” un’idea dell’impostazione complessiva.

Antonia Blasina Miseri, Massimiliano Finazzer Flory, Walter Chiereghin,
Daniele Bassi, Fulvio Senardi e Alberto Brambilla

Per restare sul registro più sapido, ecco allora Alberto Brambilla parlarci di Svevo e della bicicletta, a partire da un volume della ricomposta biblioteca di Svevo (nei limiti di ciò che è stato possibile ipotizzare e scovare) il Vademecum offerto ai ciclisti triestini del 1898 – Schmitz stava per essere cooptato nell’azienda Veneziani e abbandonare, con grida di giubilo immagino, l’impiego in banca – che mostra in alcune pagine dei segni d’attenzione. Non che lo scrittore triestino fosse un accanito ciclista, nemmeno sappiamo in realtà se avesse la capacità di reggersi in equilibrio sulle due ruote; certo è però che lo muove una vivissima attenzione per il risvolto sociale dello sport, che fa gruppo, comunità, società. Le osservazioni, tra invidia e meraviglia, che si possono leggere nelle pagine del Soggiorno londinese (scritto dalla genesi complessa ma sicuramente assegnabile agli ultimi anni di vita dello scrittore) sulla particolare funzione dello sport nel mondo inglese danno testimonianza di una consapevolezza che doveva avere radici antiche, se pensiamo ai 35 anni di iscrizione dello scrittore all’associazione sportiva (e patriottica, in senso irredentista) della Ginnastica Triestina, più volte sciolta dalle autorità austriache e più volte rifondata con un nuovo nome dagli associati. Ammettiamolo, solo una mezza paginetta in quella congerie di osservazioni banali e geniali che compongono lo scritto (è qui l’affermazione che gli scrittori “falsificano” le grandi filosofie, ma così facendo le umanizzano) che però ci aiuta a cogliere un’altra sfaccettatura della personalità di Schmitz-Svevo, colpito soprattutto dal fatto che i “footballer” (calciatore è un conio posteriore) scendessero in campo per “promuovere la salute e l’appetito”, e non per la gloria. Riflessione forse amara per chi aveva sognato la gloria (ma letterario nel suo caso) dalla più tenera adolescenza.

Ancora un solo prelievo dal libro dedicato a Svevo. E si tratta in questo caso di un tema forse meno divertente ma certo più cruciale; e riguarda i medici e la medicina (su cui qualche anno or sono, nel 2008 per la precisione, Riccardo Cepach, anch’egli presente nella miscellanea, aveva curato un volume delizioso fin dal titolo: Guarire dalla cura) che in genere vengono descritti nella narrativa sveviana piuttosto negativamente, già a partire dal dottor Frontini di Una vita, che «si credeva uno spostato e non amava i suoi clienti» (“spostato”, cioè frustrato per una posizione sociale ritenuta inferiore al dovuto e “clienti” per pazienti… si comincia male, come si vede). Da qui una serie lunghissima di praticoni, ciarlatani, improvvisatori, furbastri che, a caro prezzo, vendono illusioni (anche gli psicoanalisti, verrebbe da aggiungere, pensando al dottor S.). Uno Svevo new-age, dunque, sedotto dai rimedi naturali? Macché, la letteratura non è la vita e nella vita, come ha mostrato Rino Rega del cui saggio stiamo parlando, Ettore Schmitz faceva affidamento alla medicina tradizionale come ciascuno di noi. Si tratta in questo caso dell’incontro con il dottor Edoardo Porro, un luminare dell’ostetricia, la cui presenza nella vita della famiglia Schmitz è quasi del tutto sfuggita alla critica. I coniugi Schmitz si erano rivolti a lui sperando in un aiuto per dare un fratellino a Letizia («noi due avevamo già deciso di tentare di avere un maschietto», scrive Svevo nel 1899 sul tasto di quel maschilismo d’epoca cui anch’egli inevitabilmente partecipava). La cura termale che il dottore propose non ebbe però successo, Letizia rimase figlia unica, e Ettore fu alleggerito della piccola spina della gelosia che la frequentazione del dottor Porro da parte di Livia gli aveva infitto nel cuore di marito possessivo.

Due piccoli lampi di luce, dunque, per presentare un libro che merita di essere centellinato in ogni sua pagina.