KAFKA SECONDO MAURO COVACICH

di Fabia Trotta

Nel centenario della morte di Franz Kafka, avvenuta il 3 giugno 1924, proliferano i testi sulla sua vita e sulla sua opera; fra questi è apparso recentemente nelle librerie il testo di Mauro Covacich, Kafka (La nave di Teseo 2024).

Il saggio sorprende piacevolmente con la sua prosa scorrevole, facilmente fruibile anche dai “non addetti ai lavori”. Tuttavia ci si aspetterebbe maggior umiltà da parte di chi si avvicina ad un mostro sacro della letteratura come Kafka.

La dilettevole lettura infatti rivela un’assenza di investigazione critica ed un appiattimento delle complesse tematiche kafkiane.

Mauro Covacich
foto di Simone Ramella

Certo vi sono felici intuizioni, persino trovate originali, quando sappiamo quanto sia difficile dire qualcosa di originale su un autore come Kafka, sulla cui opera, già nel 1970 si contavano oltre cinquemila testi critici fra saggi, articoli e libri.

Sorprende ad esempio che l’autore, pur avendo citato nella sua bibliografia il libro di Giuliano Baioni, Kafka. Romanzo e parabola (Feltrinelli, Milano 1976), non faccia cenno alla “casa” come “corpo” e quindi per estensione anche alla Tana (Der Bau 1923-1924), celebre racconto, in cui un animale non ben identificato, immaginiamo una specie di talpa, si costruisce una tana, estremamente sofisticata, per proteggersi da un nemico. Già lo stesso Baioni nel suo libro riferisce che l’amico di Kafka, Max Brod, aveva rivelato che Kafka, in quell’ultimo inverno della sua vita, chiamasse la sua tosse “l’animale”, che in quanto espressione della tisi consumava da anni il suo corpo, la sua tana: «l’animale, non era per lo scrittore che “il germe della morte”, l’espressione fisica, oseremmo dire la metafora di quel suo male che né la medicina, né la psicanalisi avrebbero potuto guarire» (Baioni, p.289). Pertanto, quando Covacich afferma, partendo dall’esperienza personale di aver compreso, in una sorta di estasi mistica, che Il Castello è il corpo (p. 34), così come La tana è il corpo visto dall’interno (p. 37) è sicuramente suggestivo, ma suona come un déjà vu.

Più sorprendente, e forse più grave, è l’amena ricostruzione da parte dell’autore, del preteso periodo trascorso da Kafka a Trieste e precisamente nel breve lasso di tempo (1907-1908), in cui Kafka lavorò per le Assicurazioni Generali. L’autore ipotizza che in quei «mesi» (p.67) Kafka abbia potuto incontrare Joyce e forse anche Saba. Certo, sarebbe stato bello sapere che cosa i tre si sarebbero detti seduti al tavolo di un caffè e già solo l’immaginarlo ci procura un brivido di piacere. Ma un saggio anche puramente divulgativo dovrebbe tener conto della realtà dei fatti, di cui ci parla con dovizia di particolari un accreditato critico letterario di Kafka come Reiner Stach.

Nella sua opera monumentale dedicata alla biografia e all’opera di Kafka, di cui la prima parte – ne seguono altre due – si intitolata Kafka-Die frühen Jahre (Kafka. I primi anni, Il Saggiatore, Milano 2024) lo studioso ci informa che, sebbene Kafka fosse effettivamente assunto come dipendente delle Generali a partire dal 1 ottobre 1907, egli continuò a lavorare presso la filiale di Praga sulla piazza San Venceslao, in modo da ricevere «una formazione specifica nel ramo delle assicurazioni sulla vita» per essere poi utilizzato «anche nel servizio all’estero». Ed infatti Kafka iniziò a studiare l’italiano, sognando un futuro all’estero in cui forse dal suo ufficio avrebbe visto «distese di canne da zucchero e cimiteri maomettani» (v. lettera a Hedwig Weiler).

Peccato che Kafka non sia mai stato a Trieste se non di passaggio per una sola notte, nel settembre del 1913, in viaggio per Riva del Garda (v. cartolina del 15.9.1913 in Briefe an Felice, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1976, p.465). Pertanto anche i supposti rapporti intrattenuti da Kafka con i suoi colleghi di Trieste che «parlano un tedesco più corretto del suo. Si spacciano per austriaci ma hanno comportamenti bizantini» (p.67) appartengono al mondo della fantasia, sicuramente più allettante della realtà soprattutto se si è triestini. Una storia magari avvincente, che nutre però solo la nostra fantasia.

Mauro Covacich
Kafka
La Nave di Teseo, Milano 2024
pp. 144, euro 16,00