LA CONTRADA PROPONE CHI È IO?

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di Luigi Cataldi

Francesco Pannofino in Chi è io?
foto di Salvatore Pastore

Un mare in tempesta. Un bagnante in costume, accappatoio e cappello di paglia, che urla a qualcun altro fuori campo di non esporsi al rischio di un bagno. Lo vede che sta per annegare e si getta per soccorrerlo. È la prima scena di Chi è io?, spettacolo scritto e diretto da Angelo Longoni (scrittore, sceneggiatore e regista, di cui si ricorda il Caravaggio televisivo del 2007), che abbiamo visto al teatro “Orazio Bobbio” di Trieste il 7 novembre scorso. Lo ha messo in scena una sorta di bottega teatrale di due famiglie: una composta dal regista e dalla moglie, Eleonora Ivone, attrice e regista anche lei (suo il film TV Ostaggi, 2021); l’altra, proveniente dal mondo del doppiaggio, composta dal protagonista, Francesco Pannofino (ha dato la voce, fra gli altri, a George Clooney, Kurt Russell, Jean-Claude Van Damme, è divenuto celebre nei panni del regista Ferretti del fortunatissimo Boris televisivo ed ha una lunghissima carriera sul piccolo e sul grande schermo), da sua moglie Emanuela Rossi (fu, fra le altre, la voce di Pippi Calzelunghe e di Michelle Pfeiffer ed è attiva come attrice cinematografica e televisiva) e dal loro figlio Andrea Pannofino, anche lui doppiatore e attore (Poker generation, 2012, fra l’altro).

Il bagnante della prima scena è in verità uno psicologo, Leo Mayer (Francesco Pannofino), che in seguito si incontra come ospite di uno sguaiato show televisivo e come psicoterapeuta nel suo studio. Lo show si intitola Chi è io?. Un giovane presentatore (Andrea Pannofino) e due conduttrici, Psiche (Emanuela Rossi) e Anima (Eleonora Ivone), lo sottopongono a domande imbarazzanti. Lui teorizza la segregazione dal mondo e invita a amare, della vita, la conclusione, cioè la morte, e a non ignorarla per santificare il corpo, come tutti fanno. Di fronte a espressioni particolarmente trite e abusate Mayer si sente male e si accascia a terra. È così che ci si ritrova nel suo ambulatorio. Segue tre pazienti: una donna che teme per il marito in fin di vita; un giovane in procinto di farsi prete, che ha una relazione con un uomo sposato ed è combattuto fra la fede e le tentazioni gay; una donna in carriera, aggressiva, abituata a comandare e ad avere ciò che vuole, con la quale intreccia una relazione. Lui è in crisi, fatica a mantenere la sua correttezza professionale, tanto che, anche durante le sedute, deve aiutarsi bevendo quelle che spaccia per tisane, ma sono tazze di rum. Per capire come si integrano i tre piani si deve tornare alla prima scena. Mayer sta per essere tirato a fondo dall’incosciente bagnante e in quegli istanti di sospensione, fra la vita e la morte, fra il tener salda la presa per il salvataggio dello sprovveduto e il mollarla per salvar se stesso, ripercorre la propria esistenza. La immagina spiattellata in uno show volgare, attraverso il quale cerca un senso anche per la sua vita quotidiana, che, come lo sconosciuto e come i suoi pazienti, rischia di tirarlo a fondo. E forse il senso, la giustificazione della vita è nella vita stessa, conclusione di certo condivisibile.

Gli attori sono esperti e reggono bene la scena. Grazie a loro lo spettacolo tiene sveglio l’interesse del pubblico senza cadute. Il testo, che solo a tratti si concede sprazzi di comicità, intende affrontare argomenti gravi con leggerezza: il senso dell’esistenza, la famiglia, il rapporto padre-figlio, il culto del corpo e le aspirazioni spirituali, il tradimento, l’amore, la morte. Troppi temi, troppo grandi. Così il tono diviene sentenzioso e gli argomenti paiono trattati in superficie più che con leggerezza. Nonostante ciò il pubblico, che ha riempito quasi per intero il teatro, ha apprezzato e applaudito con calore e convinzione.