UN PARCO CHE ERA UN MANICOMIO di Francesca Tosoni
Francesca Tosoni | Franco Basaglia | Il Ponte rosso | n. 117 | Parco San Giovanni | settembre 2025
Il Parco di San Giovanni da manicomio a campus universitario
Un esempio di buona politica
di Francesca Tosoni
Trieste, Parco di San Giovanni. Dal capolinea dell’autobus 17 studenti e studentesse scendono velocemente il sentiero delle rose respirando profumi a ogni ora diversi. Percepiscono che questo è un luogo curato, accudito da giardinieri e volontari esperti che potano le rose e tagliano l’erba; vedono alberi sani e folti, arnie per le api e vasche per le rane. Ogni rosa ha il suo cartellino con il nome scritto a mano: mani amorevoli. Sentono che il Parco merita rispetto e che ha una sua sacralità e un respiro pulsante, vivo. Si soffermano ad annusare le rose, sorridono, si guardano intorno e probabilmente non conoscono la storia di questo luogo. Il Parco avrebbe molto da raccontare: quante vite sono finite qui senza voce, senza appello e senza speranze quando era sede dell’ospedale psichiatrico? E di quanto coraggio, determinazione e collaborazione politici, psichiatri, infermieri, pazienti, famiglie e comunità hanno dato prova, negli anni Settanta, per aprire le porte del manicomio, far uscire chi era dentro ed entrare chi era fuori? Erano anni in cui tutto veniva discusso animatamente e collettivamente: ogni decisione era frutto di ragionamenti, contradditori, assemblee…
Il Parco di San Giovanni oggi ha molte anime: è campus universitario, sede di servizi sanitari e sociali, cooperative sociali e associazioni culturali. Molte persone vengono qui a lavorare, molte altre vi portano i bambini a giocare e i cani a scorrazzare. Signore anziane con le amiche commentano le rose, ammirano le peonie e le ortensie, si fermano per un caffè. Coppie di ogni età si tengono per mano o si abbracciano tra i fiori. Ornitologi, botanici ed entomologi sanno cosa cercare. Gruppi di giovani studiano all’aperto o fanno un picnic sui prati nelle sere d’estate, quando in città l’afa non dà tregua. Ma qui arrivano anche studiosi da ogni parte del mondo, per capire com’è stato possibile che un ospedale psichiatrico diventasse un parco meraviglioso, sempre aperto e sempre visitabile, per sapere quali sono state le tappe, le procedure, le leggi che hanno permesso di arrivare a tutto questo. Proprio qui? Benessere, convivialità, rassegne culturali, cinema all’aperto, musei scientifici, attività di ricerca, spettacoli teatrali e concerti proprio qui: dove per tanto tempo si sono concentrate sofferenze, paure, terapie che oggi ci sembrano aberranti. Per rabbrividire basta guardare da vicino uno dei letti di contenzione – brande con sopra una gabbia – che venivano usati per i pazienti più agitati.
Franco Basaglia arrivò a Trieste nel 1971, dopo aver diretto l’Ospedale Psichiatrico di Gorizia nel quale aveva già iniziato ad applicare la sua concezione rivoluzionaria della psichiatria, fatta di ascolto, attenzione alle parole, ai gesti, alle storie dei pazienti. Attenzione vera: niente di superficiale o pro-forma. A Gorizia il nuovo direttore venne informato di dover firmare il registro delle contenzioni, quello che si usava per registrare i nomi di chi la notte prima era stato legato al letto. La prassi voleva che il direttore lo firmasse: si era sempre fatto così. Gli porsero la stilografica, lui ci pensò un attimo e poi disse «E mì no firmo». Una frase in cui c’è tutto Basaglia. Da quel gesto rifiutato con fermezza tutto inizia a cambiare. Cambia con l’ascolto e la cura dei pazienti, con l’assunzione di giovani psichiatri e infermieri e anche riconoscendo uno stipendio ai pazienti che avevano sempre lavorato gratuitamente. Era invece necessario per la loro autonomia che avessero un vero lavoro e per questo furono create le cooperative deputate a gestione e manutenzione del verde e degli spazi, pulizie, ristorazione.
I laboratori artistici e creativi costituirono una forma importante di terapia. Sempre collettivamente internati, psichiatri e artisti crearono nel 1973 quel Marco Cavallo grande e azzurro che conteneva i desideri nella pancia. Marco era il cavallo che lavorava nel manicomio trainando su e giù il carretto della lavanderia e dei rifiuti. Ormai vecchio e destinato al macello, si salvò grazie a una lettera scritta dai ricoverati alla Provincia e visse serenamente i suoi ultimi anni. Per far uscire il Marco Cavallo di legno e cartapesta, alto più di 4 metri, fu necessario sfondare un muro: niente di più concreto e di più simbolico per aprire le porte del manicomio e abbattere il confine tra dentro e fuori. Ancor oggi una copia di Marco Cavallo gira l’Italia per richiamare l’attenzione sui problemi della salute mentale, dello smantellamento delle strutture territoriali di assistenza, dei carcerati con problemi psichiatrici.
Presidente della Provincia negli anni dal 1970 al 1977 era Michele Zanetti, esempio luminoso di quello che la politica riesce a fare quando condivide ideali e visione del cambiamento. Zanetti sostenne e accompagnò la rivoluzione del sistema di assistenza psichiatrica che fu varata con la legge 180 del 1978, la cosiddetta “legge Basaglia”, che chiuse i manicomi prevedendo un sistema capillare di assistenza territoriale, con i Centri di Salute Mentale e con i trattamenti sanitari volontari e obbligatori. Solo due anni dopo Basaglia morì, senza poter accompagnare l’esito della legge che porta il suo nome.
Negli anni Ottanta il Parco visse quella che Ceronetti ha definito «l’aria di spossatezza e smarrimento che succede nell’attimo di trionfo di una rivoluzione: il nuovo Potere deve costringersi, per durare, a non godere soltanto della demolizione compiuta, cosa non facile, presa la rincorsa; si dà a occupare posti più che può ma deve scoprire, con sgomento, che il vuoto fatto è più esteso di quanto immaginasse, e che il nulla non è maneggevole».
Ma negli anni Novanta si verificò nuovamente quella congiunzione illuminata di politici e psichiatri capaci di gestire le istituzioni trasformandole, per il benessere dei cittadini. Franco Rotelli, psichiatra con Basaglia, poi direttore dell’Ospedale Psichiatrico e dell’Azienda Sanitaria, ebbe un ruolo chiave nella trasformazione del Parco. Quattro istituzioni (Azienda sanitaria, Università, Provincia e Comune di Trieste) si presero la responsabilità di amministrarlo, acquistare e restaurare gli edifici, ripristinare sentieri e aree verdi, ristrutturare la chiesa, creare collezioni botaniche – come il meraviglioso roseto – insediare laboratori scientifici e aule universitarie, realizzare spazi dedicati al gioco e all’attività sportiva, ospitare studi radiofonici, centri estivi, orti civici e giardini, mostre multimediali e archivi digitali.
Dal 2011, grazie al Regolamento per la gestione delle aree di uso ed interesse comune del Parco di San Giovanni, esso viene gestito come un condominio, in base alle quote millesimali di proprietà delle quattro istituzioni (alla Provincia di Trieste è subentrata la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia) che si impegnano a tutelarlo, valorizzarlo e farlo conoscere alla cittadinanza.
A Trieste il Parco di San Giovanni spesso viene chiamato ancora “ex OPP”. È curioso come questa città, che davvero dimostra un notevole talento nel dare nuova vita a luoghi ed edifici storici, fatichi a usare i nuovi nomi e conservi gli “ex” a memoria di ciò che furono: “ex Ospedale Militare” oggi residenza universitaria e sede del Collegio Fonda, “ex Sanatorio” ora SISSA, “ex Pescheria” diventata Salone degli Incanti (in realtà il nome più bello usato dai triestini è “Santa Maria del Guato”). Ex significa letteralmente “fuori da”, quindi “ex OPP” starebbe per “fuori dall’Ospedale Psichiatrico Provinciale”: tutti fuori e tutti dentro, così come voleva Basaglia.
