La galera secondo Roveredo

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di Anna Calonico

Il nome di Pino Roveredo, nominato “Garante per le persone private della libertà personale” dal Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia nel 2014, viene sempre più conosciuto anche fuori Trieste e fuori dai confini della regione come quello di chi dal carcere ha fatto evadere i racconti, crudi e sinceri, di una vita ai margini, spesso volutamente dimenticata da chi, all’esterno delle sbarre, preferisce non sapere e non pensare a che cosa significa essere privati della libertà. Via, non immischiatevi con quel mondo di inutili, non cercate storie carcerarie, perché, se non si ha l’indole alla tragedia, potreste fermarvi alle prime battute […] Girando tra quella folla di inutili, capireste che, se la paura è una sensazione umana, è umana solo oltre le mura. La paura carceraria, invece, fa parte dell’istinto bestiale (p. 5) È la prima volta che questo titolo viene affidato ad un ex detenuto, ma basta leggere Ferro batte ferro, un breve, intensissimo testo stampato nell’estate scorsa, per comprendere senz’ombra di dubbio che mai scelta fu più azzeccata.

Il racconto comincia da una sera d’agosto del 1972 e dal bicchiere della staffa con un collega. L’ultimo bicchiere prima di diventare un detenuto, un figlio del carcere, quel luogo dove si sotterrano i vivi.

Le parole di Roveredo, spesso aspre, incutono nel lettore un colpevole senso di curiosità e di pena, e una serie di sentimenti contrastanti che vanno ad unirsi alle sensazioni sgradevoli e forti di cui parla ogni pagina: Ansia, paura, tensione, angoscia si mescolano e procurano lo smarrimento ubriaco della confusione (p. 43). Ecco, le parole esatte: lo smarrimento ubriaco della confusione, è questo che ispira il testo di Roveredo. Veniamo a conoscere ragazzi che hanno buttato la loro vita per frivole bravate, che anche una volta usciti non sono stati in grado di cambiare e sentiamo montare la rabbia, poi leggiamo di come il carcere riesca a fagocitare persone di ogni tipo: Tutto… qualsiasi razza, lingua, colore e religione e poi li mescola e, ingoiandoli, li fa abitare tutti assieme. Belli, brutti, sani, handicappati, fascisti, comunisti, cristiani, musulmani, sieropositivi, culattoni, ricchi, poveri, poveri, poveri… (p.18) e non credo sia un caso l’anafora dell’ultima parola. Ecco, ancora, la pietà del lettore che si sente inadeguato a giudicare qualcosa che non conosce. Perché il carcere è un marchio che non si cancella, né dalla pelle né dalla vita, è una malattia di cui la gente al di fuori impedisce la guarigione dell’ex detenuto non vedendolo, non parlandogli, non pensandolo. Isolandolo, quindi, come rinchiudendolo in un mondo a parte dentro il mondo dei normali. Un altro carcere. I ragazzi, dice Roveredo, soprattutto quelli entrati per colpa della droga, la bestia atroce, non vengono salvati in galera, non vengono curati e quindi non si redimono. Non capiscono la loro punizione, ed essa non porterà loro nulla se non ulteriore rabbia.

Per loro, soprattutto, il titolo di Garante ha dato all’autore l’idea di “salvarsi salvando”, di fare semplicemente e meravigliosamente un incontro di emozioni (p. 61) con la scrittura, scrittura da vivere, scrittura da leggere (p.61) come un modo per sopravvivere. Sono forti le parole che con questa esperienza ci riporta dal carcere di Trieste, di Gorizia, di Pordenone, di Udine, di Tolmezzo, e sono forti le parole con cui conclude il libro: Oggi lo posso dire: il ferro si può vincere e le sbarre si possono piegare, e oltre si può trovare il regalo della vita. Mi ricordo che da ragazzini, nei miei primi giri in tribunale, un’assistente sociale ipotizzò per me il ruolo futuro di persona irrecuperabile. Sono quarant’anni che, con tutti i muscoli che posso, riesco a smentirla ogni giorno, un giorno. (p.107)