LA GRAMMATICA DEL CARSO A SANTA CROCE di Barbara Zippo

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Vivere in Carso e Trieste lontana

Una lingua fatta di roccia, di alberi e di vento

di Barbara Zippo

 

Santa Croce, sul costone dell’altopiano, è uno dei borghi più accoglienti del Carso anche grazie al suo impareggiabile microclima. Me ne sono resa conto molto dopo il mio arrivo, nel 2016. Da allora ho avuto la fortuna di viverci e di scoprire ciò che si svela piano, all’avvicendarsi delle stagioni, meteorologiche e interiori.

Adesso guardo il mare oltre il muretto del piccolo cimitero e mi sembra lieve il riposo di chi vi è sepolto. Camminando tra le lapidi leggo i cognomi delle famiglie storiche del luogo come Košuta, Tenze, Tretjak, Sedmak, Bogatec, Sulčič, Bežin, Sirk… In linea d’aria, il porticciolo e la spiaggia “i Filtri” appaiono vicini: in auto è questione di pochi minuti. A piedi, ci si arriva in mezz’ora scendendo innumerevoli scalini o attraverso i sentieri nella boscaglia, un tempo usati dai pescatori, che arrivano sulla strada Costiera.

Nella parte alta di Santa Croce, sotto la Casa di Cultura dedicata al pittore locale Albert Sirk, si trova il Ribiški Muzej, Museo della Pesca del Litorale Triestino: merita una visita per farsi un’idea dell’antica tradizione della pesca del tonno. Il Museo è stato voluto dall’Associazione Culturale di cui è presidente Franco Cossutta, ingegnere navale, originario e innamorato del luogo.

Prima che dal mare, sono stata affascinata dalla roccia carsica: distese aguzze, crivellate di fori, spazzolate dal vento, opere d’arte d’effetto lunare e dalla vegetazione tipica delle rupi costiere che si incontra tra i sentieri lungo il ciglione: campanule, euforbia, ginestre, salvia, mirto, ginepri, timo, santoreggia e l’immancabile scotano, a tutti noto come sommaco.

A chi ascolta, la natura su questi sentieri suggerisce silenziosi codici di comportamento.

Dal belvedere Frnače, al limitare del paese, lo sguardo spazia su tutto il Golfo. Una volta, per sedersi, c’era un tronco posato su due ceppi; ora, grazie alla locale Comunella, ci sono tre solide panche in pietra di Aurisina. Qui cielo e mare si fondono. Le chiome degli alberi sottostanti mutano nei mesi: dai verdi intensi ai viola autunnali. Spighe setose, miste a bocche di leone e iris, ricordano le tele di Van Gogh e di Monet. La landa carsica resiste, modellata dal pascolo sin dall’Età del Bronzo: un tappeto erboso punteggiato da chiazze di roccia e da piante rare: genziana triestina, potentilla, fiordaliso giallo, lino delle fate.

Camminando sul costone verso Aurisina, incontro distese di salvia cariche di fiori viola; riconosco il timo, la santoreggia e le artemisie. Mentre percorro il ghiaione in discesa, capita che l’azzurro del cielo si faccia abbacinante. Gli spuntoni di roccia, che vira dal grigio al biancastro, emergono a tratti come ossa antiche dalla terra: ne avverto il sacro resistere e adeguarsi alle intemperie e ai secoli.

Tornando nel paese, nei piccoli giardini del quartiere edificato negli anni ’60 per accogliere gli esuli istriani, spuntano già all’inizio di marzo i narcisi bianchi con le corone interne gialle e arancio che ergono il capo come tanti nobili cortigiani, i crochi gialli e viola e le violette e, secondo la stagione, rose canine, aquilegie, tulipani gialli e rosso corallo. Si espandono di anno in anno gli arbusti di rosmarino, le macchie di melissa, menta piperita e qua e là calendule arancioni.

A Santa Croce si continua a proteggere una dimensione di vita più semplice e umana, costellata di eventi culturali legati alla tradizione locale, specie durante la bella stagione. La Casa di Cultura, gestita dal Circolo culturale sloveno Vesna SKD (ogni borgo carsico è fiero di averne una) contiene un teatro con 160 posti. Ha un foyer appena rinnovato che si presta ad incontri culturali e a piccole mostre, e un grande cortile affacciato sul mare. Qui si svolgono corsi di sloveno, il coro locale tiene le sue prove, e si ritrovano le signore abilissime con il tombolo, il cucito e altre preziose arti manuali tra cui la composizione delle coroncine per San Giovanni. Qui anch’io ho avuto l’onore di realizzare laboratori di espressione e scrittura creativa dedicati ai bambini.

Nel borgo convivono sloveni e italiani, in un equilibrio mai scontato, ma coltivato con pazienza. I vicoli, le case in pietra, i cortili protetti dai muretti a secco costruiti a mano – dal 2018 Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità – e gli usci più vecchi, spesso ombreggiati da pergole di vite, glicini o fronde di fico, parlano di una quotidianità sobria. Santa Croce non è una cartolina: è viva, respira anche attraverso il vociare e i passi di chi arriva da fuori e sa godere la sua calma, i sentieri a piedi e in bicicletta.

Come la roccia, anche il bosco e la boscaglia, a ridosso dei quali si trovano alcune abitazioni, tra cui quella dove scrivo e penso, mi hanno infuso il loro spirito. Lo sento tra i rami delle acacie, dei carpini, dei cornioli e dei frassini, tra le lunghe e sottili braccia delle ginestre, le fronde delle querce e dei pini neri. La vita pulsa in fruscii, ronzii, voli e canti di uccelli diversi secondo le stagioni: la cinciallegra, il picchio nero, la ghiandaia, gli sparvieri, i frisoni, gli zigoli, i falchi, le poiane, i gufi e le civette. I cinghiali lasciano tracce ben visibili delle loro incursioni notturne; i caprioli si abbeverano volentieri alle vecchie pentolacce riempite con acqua pulita e fresca dai residenti, e brucano i cespi di ortaggi donati.

A volte in lontananza si sente il bramito di un cervo. Restano silenziosi i tassi, le volpi e gli sciacalli dorati – di recente tornati a riprodursi in queste zone – che non si lasciano facilmente vedere. Allo stesso tempo, brulicano processionarie e zecche, piaghe che purtroppo non conoscono quasi più stagioni.

Quando la bora viene a sferzare la terra e a purificare l’aria, spalancando finestre, cieli e pensieri, una parte della grammatica del luogo si rivela: come se il Carso avesse una lingua sua fatta di pietra, di alberi e di vento che non ci si stanca mai di ascoltare.

Le nevicate che ho visto i primi anni ora sono rare. Salvo qualche spruzzo di nevischio, già sul finire di febbraio i ciclamini sembrano fare a gara per tingersi dei rosa più accesi punteggiando il giardino della scuola materna ed elementare, che di fatto è un lembo di bosco recintato. Anche una piccola macchia basta a inebriare l’olfatto. Mentre si percorre un tratto del sentiero n.1, nella boscaglia capita, se si fa molta attenzione, di notare i capolini di piccole e rare orchidee che sembrano volti di esseri di altri mondi.

Dopo un passaggio a Trieste, a Santa Croce ritrovo sempre una dimensione intima e semplice. Qui i gatti possono aggirarsi liberi e così gli anziani con il loro passo fragile e incerto e i bambini che giocano ancora a rincorrersi e si radunano in bicicletta. Il pericolo viene dalla provinciale, dalla quale accedono automobilisti che non sempre si rendono conto che in questo paese sarebbe necessario procedere a passo d’uomo. Bene sarebbe vietare alle auto il centro di Santa Croce.

Qui alle nove di sera tutte le viuzze sono deserte. Eccetto il giorno di San Giovanni, il 24 giugno, quando si fanno i falò, le fiamme sembrano toccare il cielo, e le persone arrivano come insetti attratti dalla luce, sperando che, a lanciare nel fuoco le coroncine di fiori intrecciate l’anno prima bruceranno sfortune e dispiaceri.

Da Santa Croce, Trieste, con le sue memorie letterarie e l’anima mitteleuropea, mi appare amichevole eppure discosta, ambigua rispetto allo scontroso, selvatico e più sincero Carso. Mi si dice sia proprio così che lo descriveva Scipio Slataper ne Il mio Carso, che ancora non ho letto.

Santa Croce, discreta e intensa – come del resto a suo modo Trieste – non si offre interamente al primo sguardo. Qui nessuna bellezza è ostentata: la si scopre momento per momento. La si tiene cara, condividendola ma non troppo. Perché, in fondo, di ogni angolo si è gelosi.