LA GUERRA DI EMILIO

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L’Irsrec Friuli Venezia Giulia pubblica i ricordi del triestino Emilio Stanta, soldato dell’imperial-regio esercito

La dura esperienza del fronte in Galizia e poi la prigionia, capace sempre di gettare attorno a sé uno sguardo lucidamente critico sulla guerra

di Marina Silvestri

Emilio Stanta Ricordi infausti (1928) introduzione e note di Franco Todero
postfazione di Giorgio Coslovich
Irsmi Friuli Venezia Giulia, Trieste 2024
pp. 304, euro 22,00

Poche volte capita di leggere un libro così diretto, onesto, privo totalmente di retorica e tanto pieno di umanità: Ricordi infausti (1928), autore Emilio Stanta (Trieste 1897 – 1986), diario di un triestino soldato imperial-regio sul fronte russo, con un’ampia introduzione di Fabio Todero, edito dall’Irsrec, Istituto Regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel FVG. Il diario è stato conservato dal nipote dell’autore, il giornalista e compositore Giorgio Coslovich, che nella postfazione sottolinea l’«inquietante attualità» del testo che ha come «drammatico scenario di una buona parte degli eventi bellici i territori e le città dell’Ucraina: un’area nuovamente al centro, da oltre due anni a questa parte, di lutti, distruzioni, rivendicazioni geo-politiche che rischiano di far ripiombare l’Europa, oggi come allora, in un incubo di proporzioni se possibile ancora maggiori e conseguenze inimmaginabili».

Nato a Trieste il 12 gennaio 1897, figlio di una famiglia triestina da cinque generazioni Emilio Stanta scrive queste pagine nel 1928, anno in cui il regime celebrava dieci anni dalla Vittoria in un clima fortemente trionfalistico, e le dedica al padre socialista che vide partire per la guerra uno per volta i quattro figli maschi, e i cui ideali, annota, andarono in frantumi «quando i socialisti tedeschi bruciarono il rosso vessillo e i Boemi rinnegarono l’Internazionale per diventare nazionalisti». Nel dopoguerra, ritornato dal campo di prigionia, Emilio divenne capostazione delle Ferrovie dello Stato, prima a Merna vicino a Gorizia, poi a Opicina.

Emilio Stanta

Di grande valore documentario, redatto con una prosa solida e chiara, il libro descrive caratteri, ambienti, contesti, paesaggi, situazioni politiche; l’autore ha una grande padronanza della scrittura, cuore e cervello vigili, partecipi e mai disorientati dalle burrasche della storia. La sua è una vicenda che la gran parte delle famiglie di queste terre ha nel proprio passato e ne condivide i silenzi e gli amari destini.

Il diario inizia con la mobilitazione del maggio del 1915 quando venne estesa la leva anche agli uomini fra i 18 e i 52 anni (in precedenza le classi avevano riguardato gli abili dai 21 ai 42), in previsione dell’apertura del fronte con l’Italia. Il reggimento n.97 fanteria, in cui c’erano triestini, istriani e friulani era stato decimato in Galizia nei primi scontri di agosto-settembre del ’14 e più volte ricostituito con battaglioni di nuova formazione. Tanti, troppi in città erano già i lutti, «l’Austria mandava il suo sangue alla frontiera avvolto in un cappotto grigio», annota Stanta con realismo: Trieste era «dissanguata e per di più sconvolta e addolorata. Una sola speranza dominava nel cuore di ognuno, era che l’Italia facesse presto onde liberare la città dalle angosce e dalle miserie che questa terribile guerra andava procurando a tutta l’Europa». In questo clima la partenza verso il fronte è mesta: alla Caserma Grande, «non uno che avesse avuto un po’ d’allegria addosso. In altri tempi i coscritti si presentavano cantando le canzonette più in voga, dopo aver gironzolato per la città dentro un aperto calesse, nel quale non mancava il tradizionale suonatore di fisarmonica con la gamba distesa sul predellino della carrozza. Oggi no. Oggi andavano a piedi con la testa bassa e pensierosi ben sapendo che se non fossero andati da soli sarebbero andati ugualmente scortati da quattro militari con la baionetta in canna». L’autore descrive l’ultimo sguardo alla casa natia, lo strazio degli addii, le tappe di avvicinamento al fronte e l’addestramento: Pola, sede del Landwehr Infanterie Regiment Nr. 5, poi Maribor via Pinguente, Erpelle-Cosina, Divaccia, Postumia, Lubiana. Incrociano convogli di soldati che sono spostati dal fronte orientale verso il Carso. «Ci dissero che i russi erano ben fortificati […] Ci raccontarono delle sofferenze patite sui Carpazi per il freddo e per le difficoltà del vettovagliamento causa la neve […] Dissero che durante la campagna dello scorso inverno ne morirono molti per il freddo. Ci fecero un brutto quadro per la disciplina che regnava nell’esercito e delle atrocità commesse dai cosacchi, sia sui feriti che sui prigionieri. Per il desiderio di rivedere le loro terre, la loro gente, non certo per l’ardore combattivo, del quale erano assolutamente privi, dimostravano di essere contenti del loro viaggio sul nuovo fronte, sperando forse di poter più facilmente passare le linee e darsi prigionieri degli italiani». Pagina dopo pagina compare il tema dell’inutilità della guerra di cui si avvantaggia solo la classe dirigente, proprio del pensiero del socialismo internazionalista: «Perché andavamo a farci ammazzare e ammazzare a loro volta altri uomini che non domandavano di meglio che lavorare nelle proprie terre, nelle proprie officine? Con quale senso di umanità mandavano tutti questi uomini uno contro l’altro, a sgozzarsi vicendevolmente? […] per salvare l’onore, gli interessi delle rispettive patrie? Gli interessi che una guerra vinta può portare al suo stato, non sono andati mai a favore del povero diavolo, ma ad aumentare il benessere di pochi». A Marburg (Maribor) Emilio incontra Marina che lavora come altre sarte triestine in una fabbrica dove vengono confezionate le divise. Qui gli italiani sono mal tollerati, insultati se non odiati, considerati infidi, appartengono ad uno stato che ha “tradito”. Salutando la madre, che è venuta da Trieste, le promette che alla prima occasione si darà prigioniero. Ne avrà l’opportunità dopo pochi mesi, non prima però di vedere morire negli scontri tanti compagni e amici e avere rischiato la sua propria vita.

Emilio Stanta capostazione Archivio G. Coslovich

Scene di straziante crudezza mai disgiunta dalla pietà si alternano nel racconto alla constatazione di come la guerra capovolga la percezione delle giornate e dei sentimenti: così l’alba, «che in altri posti portava la vita e l’allegrezza della luce» è il momento dell’assalto alla trincea nemica, durante il quale mentre fischiano i proiettili «passano per la mente tutti i ricordi lieti passati nella tranquillità domestica» che mettono «in cuore la volontà di vivere di combattere contro la morte che aveva cominciato a stendere la sua rete infame».

Tra le erbe che mandavano l’odore dell’assenzio o gli steli del frumento, corpi senza gambe e braccia, e gambe e braccia recise intrise di sangue ancora caldo seminate sul terreno sconvolto dalle granate. Il pensiero di Stanta non è solo sopravvivere, ma è lucida consapevolezza delle dinamiche aggressive che si scatenano «Se io non t’uccido tu mi uccidi». Come la guerra di Piero nella canzone di Fabrizio de André. Riflette: «Questo è il punto sul quale si basano i generali che pensano: quando i nostri saranno a contatto, dovranno per forza ammazzarsi l’un l’altro e finiranno per infilzarsi sempre più man mano che l’odio aumenterà; se vuoi vivere devi uccidere. Questa è la massima della guerra! Ma quando i popoli sono stanchi di questa massima rivoltano i fucili contro i propri padroni, come sempre successo in passato e succederà in avvenire se altre guerre subentreranno!».

Non manca un richiamo alla fede che la madre gli ha trasmesso: «nella vita vengono delle cose delle quali non ci si può spiegare come possono venire». Dai racconti di un’amica di famiglia, è venuto a sapere di una supplica all’immagine della Madonna nella chiesa di San Giacomo, rivolta “con fervore” da sua madre nello stesso momento in cui era stato certo di morire. Il giorno dopo si consegnò a tre soldati russi “buoni”: «mi levai in ginocchio, senza dare sospetto di aggressività, e congiunsi le mani in segno di preghiera indi le alzai in segno di resa». Finì così l’esperienza sul fronte in Galizia e Bucovina, con lunghe marce, scontri in campo aperto e guerra di posizione, e iniziò la prigionia nei campi di lavoro in quella che oggi è Ucraina e nella regione del Don, e lungo il fiume Dnieper. Nomi di località oggi martoriate. Prosskurov, Kiev, Darnitza, Donez, Charkiv, Mariupol, Rostov. Constatò la «benevolenza spontanea della gente che soffre e che dovrebbe essere spinta alla fraternità», ma di cui seppe dare anche una lettura sociologica: spiega che nella fabbrica di granate di Novy Zavod lavoravano parecchie meccanici triestini, nella costruzione delle baracche falegnami friulani e finlandesi, nei lavori di terrazziere e nelle fabbriche di mattonelle istriani e friulani mentre per altri impieghi «prigionieri di altre nazionalità, perché la maggior parte di essi erano contadini senza mestiere». Nel febbraio del 1916 viene offerta loro la possibilità di combattere sul fronte italiano con gli irredenti: l’offerta arriva da “un certo Zanella” (che è Riccardo Zanella, leader dell’indipendentismo fiumano), «un signore coperto da una bella pelliccia nera con berretto d’astrakan e stivali lucidi che ci venne a fare un discorso in baracca, in italiano misto a parole dialettali […] così ben vestito e ben rasato da sembrare un ministro», che non convinse né Stanta, né il gruppo, «più che le sue parole indispettì […] la diversità di vita di questi faccendieri politici e la nostra quanto mai grama».

Nel 1917 la rivoluzione di febbraio aveva portato solo a comizi e cortei e l’inizio di sabotaggi alla produzione di guerra, con la Rivoluzione d’Ottobre gli alloggi degli operai vennero incendiati e ai prigionieri fu proposto di arruolarsi con l’Armata bianca. Qui severo è il giudizio di Stanta le cui simpatie vanno all’Armata rossa: «Male fecero i Cecoslovacchi e gli Italiani a mettersi volontariamente contro questo primo movimento di riscossa di un popolo povero e maltrattato. Bisognava vedere con quale entusiasmo il popolo accolse la caduta del regime zarista. L’accolse come una liberazione di guai secolari e con un auspicio di giorni migliori».

A guerra finita, l’incontro con il mare, prima è il mar d’Azov, poi il Mar Nero, è promessa di rinascita, ma l’epilogo sarà amaro, colpito nel corpo dell’epidemia di spagnola, ingannato da un gruppo di soldati del Regno sul treno le che lo porta a casa, toscani che parlano un buon italiano e gli sottraggono lo zaino che era stato il suo compagno per tre e più lunghi anni.

«La vicenda personale di Emilio Stanta – scrive nell’introduzione Fabio Todero – è la stessa di decine di migliaia di austro-italiani, e la sua storia va collocata nel contesto della Duplice monarchia degli Asburgo, nel quale la sua città natale, Trieste, aveva raggiunto lo status di quarta città dell’Impero. […] Non è da escludersi che l’autore abbia voluto fissare per iscritto i propri ricordi proprio nel momento in cui si affermava una memoria ufficiale a senso unico, in cui l’esperienza provata da lui e da migliaia di suoi conterranei non aveva posto, mentre la guerra e i suoi falsi miti venivano esaltati a valore assoluto». La pubblicazione integrale del diario restituisce un tassello alla memoria alla storia della Grande guerra, una pagina di verità alla città.