LA LOCOMOTIVA
Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | Luigi Cataldi | MUSICA
di Luigi Cataldi
Francesco Guccini è morto il 6 agosto a Pàvana, «ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore / mentre fa correr via la macchina a vapore», cioè con la sua voce giovane e bella (come quella degli eroi) e la sua chitarra «lanciata a bomba contro l’ingiustizia». Una moltitudine lo piange: alcuni coetanei sopravvissuti e non so quante generazioni a seguire, fino agli adolescenti di oggi. Persone lontane per età, indole, ideologia e inclinazioni, hanno trovato nelle sue canzoni qualcosa di sé e, comprendendo o fraintendendo, hanno fatto proprie le sue fantasie e le sue speranze. Pochi oggi credono, non solo possibile, ma anche solo desiderabile che gli uomini siano tutti uguali, eppure questa moltitudine di seguaci, sebbene dispersa nell’egoismo dei consumi, canta (o rimugina fra sé) le sue canzoni, anche le più “rivoluzionarie” e dunque reca in sé, nascosta da qualche parte, una simile speranza di uguaglianza o anche solo di fratellanza. Guccini l’ha portata alla luce e, chissà, forse potrebbe riaffiorare ancora da qualche altra parte.
Che poi lui fosse un cantautore politico è discutibile, visto che anche la Locomotiva, non è nata – lo ha detto lui stesso – da un proposito di lotta, ma di canto. Frequentava amici anarchici. Insieme a loro cantava canti di rivolta, fra cui «la nonna della Locomotiva» (parole sue), cioè Nel fosco fin del secolo morente di Luigi Molinari, canto che risuonò durante i moti insurrezionali del gennaio 1894 a Carrara contro il governo Crispi. Si parla di «schianto redentore della dinamite», si dice «insorgeremo … cadrem in un fulgor di gloria / schiudendo all’avvenir novella via: / dal sangue spunterà la nuova istoria / de l’Anarchia».
C’è poi l’attentato del ferroviere Pietro Rigosi, che nel pomeriggio del 20 luglio 1893 si impadronì di una locomotiva, si lanciò contro un treno di lusso nella stazione di Bologna, ma fu deviato verso un binario cieco, e lì, solo, si schiantò. Guccini ne aveva letto, poi un vicino di casa (il Pensionato di un’altra sua canzone) gli aveva raccontato il fatto nei dettagli.
Con queste cose in testa, in meno di mezz’ora la canzone era scritta. Era nata per cantare e non per «far rivoluzioni», era prodotto d’autore e non popolare, sebbene ancora oggi, dopo 54 anni, fra le sue, è popolare come nessun’altra.
Ascoltiamo allora, ricordandola, la locomotiva che va, sospinta da una chitarra ben ritmata in un semplice “giro” di Re maggiore. Sopra quel «mostro strano» c’è uno degli «eroi giovani e belli» della «fantasia», che vive nei «tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti». Corre dietro alla «fiaccola dell’anarchia», pensa ai «velluti, agli ori» di «un treno pieno di signori», «al magro giorno della sua gente», sente dentro sé «generazioni … che urlavano vendetta». La velocità della canzone aumenta salendo di un tono (strofa 7) ed ecco l’eroe «sul mostro» che «divorava la pianura». L’allarme però viene subito dato alla stazione di Bologna. La velocità aumenta ancora (un altro mezzo tono sopra, strofa 10) mentre «il fischio che si spande in aria» «sembra dire ai contadini curvi … trionfi la giustizia proletaria». Poi si rallenta un po’ (un semitono sotto, strofa 11) in attesa dell’irrevocabile schianto e ancora di più subito dopo (scendendo alla tonalità iniziale di Re, strofa 12), quando «la macchina, deviata lungo una linea morta», si schianta eruttando «lapilli e lava».
Ma c’è ancora lo slancio di speranza dell’ultima strofa, che sale di un tono (Mi maggiore, strofa 13). La canzone, iniziata come una fantasia in prima persona («non so»), ha poi acquistato il tono epico ma impersonale della lotta di classe. Ora finalmente ecco il plurale di una speranza collettiva. Forse è la moltitudine di cui s’è detto sopra a parlare («ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore») e a sperare «che ci giunga un giorno ancora la notizia / di una locomotiva, come una cosa viva, / lanciata a bomba contro l’ingiustizia».
