LA MACCHINA CHE CONSERVA IL SUONO

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L’invenzione del grammofono determinò una forte impennata dei redditi di cantanti e musicisti, ma anche un decisivo aumento della diffusione della musica

di Gabriella Ziani

 

Enrico Caruso registra
per la prima volta
disegno realizzato
a cura della Gramophone

È il 1902, Enrico Caruso ha 28 anni, solo da due è un promettente tenore. Una sera è atteso alla Scala. L’emissario italiano della Victor Company americana, una costola della Gramophone che è agli esordi con la straordinaria avventura della registrazione su disco, è a Milano per catturarne i gorgheggi. L’agente cerca di procurarsi un posto a sedere ma tutti sono appaltati al notabilato milanese. Si installa allora abusivamente in un palco. Di lì a poco arriva il legittimo abbonato e inscena una zuffa, con seguente sfida a duello. Non si spargerà sangue, i “cacciatori di voci” si piazzeranno in platea, il giorno dopo. E convinceranno Caruso a registrare dieci arie d’opera. Per concedersi all’ancora rudimentale macchinario, il cantante chiederà la somma strabiliante di 100 sterline (un mercanteggio al rialzo che sarà poi di tutte le star). Ma che affare. Con quel disco la ditta ne guadagnò in poco tempo 15 mila. Caruso fu ascoltato su disco al Metropolitan di New York, e ingaggiato. Fu ascoltato al Covent Garden di Londra, e ingaggiato. Con quella magica replica meccanica il tenore divenne planetariamente celebre e si mise in tasca 5 milioni di dollari. E noi possiamo ascoltare i suoi esordi.

Bella storia. Ma è solo una: le memorie di Frederick William Gaisberg (1873-1951) uscite negli Usa nel 1942 e ora ripubblicate – una prima edizione la fece Bocca nel lontano 1949 – sono un giacimento di notizie e aneddoti sulla nascita e lo sviluppo del grammofono e su tutti i musicisti, compositori, direttori d’orchestra, cantanti, che questo pioniere della registrazione, giustamente definito leggendario, frequentò in cinquant’anni di incessanti viaggi per tutto l’orbe terrestre a caccia di voci e di suoni. Una storia sorprendente e gustosa.

A partire proprio dalla pura invenzione della “macchina”, bell’esempio di come la genialità operosa scintilli anche in garage e cantine (non è forse in una cantina che il giovane Steve Jobs, intrecciando microchip, gettò le basi della futura Apple?): una storia tipica dell’America di un tempo, in vertiginosa espansione ai primi del ‘900, e carica – come gli Usa amano propagandare – di opportunità per tutti. Oggi va assai peggio, ma la narrazione è ancora robusta. Gaisberg a 16 anni si guadagnava una paghetta facendo il pianista accompagnatore per le prime registrazioni, ancora su cilindro, tecnica ideata da Thomas Edison e adottata dalla Columbia. Gli capitò di incontrare Emile Berliner, un ventisettenne emigrato da Hannover, che si dilettava di problemi elettrici legati a telefoni e fonografi. Nella stanza della sua pensioncina il ragazzo, servendosi di una scatola di saponi e di qualche corda, creò un trasmettitore, antesignano di tutti i microfoni telefonici e radiofonici. Il brevetto gli fu acquistato dalla Bell Telephone Company per 75 mila dollari in contanti più 5000 annuali – ci racconta Gaisberg –, e con quei soldi il ragazzo si dedicherà a studiare il “fonografo” fino a inventare il disco piatto, via via sempre più riproducibile in un numero sempre più alto di copie. Una rivoluzionaria impresa industriale, una montagna di soldi per tutti, dai produttori agli esecutori.

Fred William Gaisberg

All’inizio questo aggeggio sperimentale era una buffa congerie di tubi, collegati a una sorta di organetto, che conteneva un disco di zinco, che poi andava immerso in un bagno di acidi, quindi fatto girare con una sorta di macinacaffè: ed ecco che usciva la voce per pochissimi minuti. Ma bisognava migliorare la qualità. A chi chiedere aiuto? Gaisberg e Berliner interpellano una ditta di bottoni.  Ne verrà fuori un supporto in ceralacca e pirite. E poi serve che il disco giri da solo, senza manovelle. A chi rivolgersi? A un orologiaio. La soluzione dell’orologiaio viene messa in mano a un inventore di macchine per cucire, che la realizza, e in seguito si mette in proprio e crea un’azienda. Nel 1927 la venderà per 30 milioni di dollari. Non finisce qui, perché entra in scena un altro ragazzo che gioca all’inventore, si chiama Joe Jones, ha 17 anni, e trova il modo di incidere in modo più uniforme il solco sul disco. Ottiene il brevetto. La Columbia glielo compra per 25 mila dollari. Poi arriveranno altre innovazioni tecniche a catena, battaglie per i nuovi brevetti, spietate azioni di concorrenza, fusioni aziendali, fino ai i nostri “vinili” ora tornati di gran moda dopo tanto cd e tantissimo “on line”.

All’inizio si registravano canzoni popolari, bande, musiche folcloristiche, ed era già un passo avanti rispetto al riprodurre solo la voce umana, la cosa più facile visti i mezzi. Ma dopo i primi e buffi esperimenti musicali, e trovati finalmente dei finanziatori, Berliner e Gaisberg partirono alla grande, aprendo un ufficio a Londra. Sarà Gaisberg a girare da allora in poi il mondo intero con le ingombranti attrezzature al seguito: le capitali  europee, poi la Russia, più tardi il Caucaso, la Georgia, e di seguito la grande avventura di sei mesi in Oriente (Calcutta, Singapore, Hong Kong, Shangai, Birmania, India), con esaltanti esperienze fra tante culture esotiche, feste, cerimonie, abiti sgargianti, geishe, artiste “della sala da tè” portate nelle stanzette da registrazione in braccio a facchini perché incapaci di camminare a causa dei piedi fasciati stretti fin dall’infanzia. Tra 1900 e 1910 la Gramophone realizza così oltre 14 mila incisioni. Quando Gaisberg scrive queste sue memorie ne ha in cassaforte 250 mila. Quel pioniere se le era guadagnate facendo il globetrotter, registrando al volo in stanze d’albergo e fumosi caffè, cercando contatti, appoggi, approcci, amici senza mai sentire il limite. L’intraprendente agente londinese aveva intanto messo a segno un’altra bizzarra idea vincente: quando il pittore Francis Barraud chiese di far posare il proprio cagnolino Nipper accanto a un grammofono, gli comprò il quadro, che divenne l’intramontabile logo della ditta, «His master’s voice», La voce del padrone, che da allora e per sempre campeggerà come un’icona sui dischi.

Fred William Gaisberg
La musica che gira
Memorie dell’età d’oro discografica
a cura di Dino Mignogna
Libreria musicale italiana, Lucca, 2024
pp. 287, euro 25,00

Il salto di qualità era avvenuto con la lirica (“avevo trovato il diamante”). E il cacciatore di talenti non si ferma nemmeno con la prima guerra mondiale, ingaggia il giovane Beniamino Gigli che si presenta in uniforme, ed è pronto subito dopo a sfruttare il boom degli anni Venti, e qui comincia anche a tener nota degli strepitosi guadagni di tutti gli artisti con cui viene in contatto, e che fanno pagare cara la loro prestazione. Il tenore Jan Kiepura, per esempio, alza la posta fino a ottenere 750 mila dollari nell’arco di cinque anni, «il più grande compenso mai pagato». Gli aneddoti – un po’ di gossip non guasta per uno che ne ha viste e udite d’ogni colore – sono innumerevoli: Adelina Patti incontrata nel suo castello inglese, Titta Ruffo così ricco da comprarsi un palazzo al centro di Roma, l’usignolo Luisa Tetrazzini che ebbe una tale popolarità a Buenos Aires da guadagnare, a soli 18 anni, 17 mila dollari al mese, levitati a oltre 27 mila al quarto anno d’ingaggio, Richard Strauss – con cui Gaisberg dice di aver giocato a poker sulla nave Adriatic che li portava negli Usa – che dopo il primo conflitto mondiale chiedeva alla Bbc di essere pagato in oro, tale era la povertà che gravava sulla musicalissima Vienna. E poi le drammatiche vicissitudini del basso russo Feodor Chaliapin, il quale dopo il 1917 – guerra, ma soprattutto rivoluzione bolscevica – voleva al contrario essere pagato in farina, patate, pancetta e burro, tale era la miseria in cui era ridotto con la sua famiglia. Riuscirà faticosamente a emigrare, anche grazie all’autore di questo libro e allo scrittore H.G.Wells, arriverà negli Usa malaticcio e stanco, e subirà umiliazioni a causa del penoso crollo della voce, ma una volta approdato a Parigi tornerà, rigoglioso e  ricchissimo, a vivere «una vita da favola».

Nelle sue peregrinazioni Gaisberg racconta di essere passato anche per Trieste, dove era andato a trovare Toti Dal Monte diventata da poco mamma, dopo il matrimonio celebrato a Melbourne con il tenore Enzo de Muro Lomanto conosciuto proprio durante la tourné australiana. Ma ciò che più affascina di questo minuzioso diario sono i ritratti intimi dei più grandi protagonisti della musica, da Arturo Toscanini a Bruno Walter (con il quale riuscì a registrare al Musikverein di Vienna la Nona Sinfonia di Mahler tre mesi prima dell’Anschluss, l’annessione nazista dell’Austria), dal giovanissimo Yehudi Menhuin, guidato nella carriera dal padre-agente, al prodigioso Arthur Rubinstein messo al pianoforte per registrare, tutte di fila, le 32 mazurche di Chopin, alle vicende di Sergej Rachmaninov, che pur avendo – come tutti – tanto tirato sul prezzo da ottenere un contratto col Bolshoj per l’equivalente di 10 mila dollari, al momento della firma rifiutò. Voleva dedicarsi, così disse, alla composizione. Ma poi in America avrà «guadagni colossali».

In questo enorme business che ha reso la musica una compagna per tutti c’era stato spazio per una iniziativa che rivela tutto il fervido ingegno e impegno dei pionieri: Gaisberg riferisce anche della creazione dei «Library of talking records», e cioè in parole povere di “audiolibri” per non vedenti. Riproposti oggi come gran novità, sono invece invenzioni dell’altroieri, ma tornano utili e, gira gira, anche di moda, proprio come i “vinili”, così carichi di storia e storie.

Ottima operazione dunque da parte della casa editrice, la Libreria musicale italiana specializzata in studi musicali, e del curatore e traduttore Dino Mignogna, però stupisce che dell’edizione originale – consultabile in Internet Archive a libero accesso – siano sparite tutte le preziose fotografie originali, mentre nel testo sono rimasti riferimenti proprio alle immagini, ed è stata anteposta la classica avvertenza: «Esperite tutte le pratiche relative alla verifica dei diritti di pubblicazione delle immagini, la casa editrice rimane a disposizione…». Ma che bella svista, e che peccato.