LA NASCITA DI UNA CITTÀ MODERNA

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Ripubblicato un saggio di Elio Apih sul Settecento, che a Trieste segnò un turbinoso incremento demografico, dai 3.875 abitanti nel 1735 ai 21.900 nel 1808

di Gabriella Ziani

Misero Settecento triestino. E pure rancoroso, avido e tirchio. Un’epoca che la città, come una bella donna di bassi e oscuri natali e con un discutibile passato che abbia fatto carriera sociale grazie a fortunate circostanze, mantiene in ombra, mostrando con orgoglio solo il profilo florido, e censurando i primi capitoli della propria biografia, come se fosse “nata ricca” dal nulla, per la bacchetta magica dell’imperatrice Maria Teresa, da cui si fanno discendere porto, commerci, ricchezze, architetture, istituzioni, ospedali, teatri, acquedotti, scuole, treni e tutto il resto. Del torbido Settecento, che con disastrose fatiche metteva le basi di quel futuro più lieto, non c’è  coscienza collettiva, e dunque il ritorno sulle scene dello studio che Elio Apih pubblicò da Einaudi nel 1957, La società triestina nel secolo XVIII, ora riproposto da Laterza per iniziativa della figlia Gabriella in occasione dei vent’anni dalla scomparsa del grande storico, non è solo un omaggio editoriale. Per il sapore di inedito che porta con sé, per la brillantezza semplice della scrittura, per il taglio non politico ma sociologico, e soprattutto per la fotografia acuta di quel periodo turbolento (basata su documenti abbondantemente riprodotti in appendice), è una lettura appassionante quando non anche divertente per la mole di tante vicende di evidenza quasi cinematografica, e dove sfila ciò che di solito non si vede, cioè il popolo minuto coi suoi spaventi e travagli.

Elio Apih
La società triestina nel secolo XVIII
prefazione di Fulvio Salimbeni
Laterza, Bari 2025
pp. 225, euro 20,00

Per esempio. Un giorno i “furlani” arrivarono a Servola con gli alberi da gelso per impiantare la coltivazione dei bachi da seta, ma i villici indignati appesero ai rami capre morte, misero in fuga gli estranei e poi segarono le piante. Era la difesa del poco o niente. Quando i Gesuiti cercarono di scaricare vino in franchigia, il popolo corse a bucare le botti. Meglio buttar a mare che avvantaggiare qualcun altro. Nel 1728 venne in visita a Trieste l’imperatore d’Austria Carlo VI (che già aveva posto buone basi giuridiche per la futura trasformazione della città nel porto di Vienna, il porto franco è del 1719), e fu tutto un lavorar di scope per ripulire le strade da fango e letame. Restarono il puzzo delle saline rese mefitiche dalla mala gestione, e i fossati gonfi di immondizie. I materassi per l’Asburgo si dovettero noleggiare a Venezia. Sul Carso si viveva a stento con poca agricoltura e qualche vite, in case con tetti di paglia che spesso prendevano fuoco, i raccolti non bastavano neanche a mantenere i campi, il cappellano di Basovizza si vedeva prossimo a «morir d’inedia» e quello di Contovello lamentava una casa «come canile», la sottoscrizione avviata per mettere in piedi un istituto dei poveri che togliesse dalla vista dei ricchi le torme dei miseri «sempre in bilico fra lavoro e accattonaggio» non raggiunse neanche la metà della cifra necessaria.

Poi arrivò come un’onda il forte inurbamento indotto dalle riforme asburgiche, che vide dilagare per il derelitto borgo torme di lavoratori provenienti da ogni dove, e allora si scatenò anche la guerra fra poveri, in una rapsodia frenetica che – in basso fra la manodopera, e in alto fra gli intraprendenti commercianti – andava costruendo la cultura del «lucro» che lo storico acutamente individua come la cifra dominante. E dove più c’era ricchezza dei pochi, più crescevano – fra i molti tagliati fuori dalle prospettive di ascesa sociale – povertà, contrabbandi, delitti, prostituzione, tanto che le frange conservatrici, eredi del bislacco piccolo patriziato del Comune medioevale, definivano questa società già di stampo capitalista «sentina di immoralità». Fu lì, nota Apih, che nacque il detto «triestin mezo ladro e mezo asasin».

Elio Apih

Ciò che l’autore – in questo suo lavoro giovanile, come lo definisce Fulvio Salimbeni nella nota biografica introduttiva – mette plasticamente in luce è la dinamica del tutto unica di cui Trieste fu investita, cambiando pelle fino a introdursi nella modernità nell’arco di un secolo, ma sottolinea che non fu una crescita «catastrofica» come la storiografia più tradizionale ha fatto intendere, bensì «la formazione travagliata di una società nuova», «l’espansione di uno spirito attivo, intraprendente, concreto», che nel tempo avrebbe contagiato anche l’improduttivo tessuto sociale di base. Una crescita tuttavia «inorganica», controllata tenacemente dai più forti, dominata da due commi molto terragni: “pro domo sua” e “do ut des”.

La situazione di partenza era pessima. Agli inizi del Settecento Trieste aveva meno di 4000 abitanti (contro i 6000 tra ‘300 e ‘500) e zero iniziative, per non dire cultura. Non appena Carlo VI liberalizzò la navigazione in Adriatico si fiondarono «scafi pugliesi, veneti, papalini», ma anche da Napoli, da Ancona, da Venezia, mentre qui si arrancava: di pescherecci nel 1773 ne arrivarono 197 e ne partirono solo 9. Le varie categorie difendevano a denti stretti il magro profitto (c’era il panettiere che in ampollose lettere lamentava la presenza di chi vendeva pagnotte in cesta sotto il municipio, a scapito di chi aveva bensì pagato l’affitto di un «casotto»), chiedevano privilegi (uno spazzacamino inoltrò domanda di essere promosso «maestro»), supplicavano numeri chiusi per le attività che invece venivano progressivamente liberalizzate. Il piccolo mondo si stava dissolvendo a favore delle forze «venute da fuori» in cerca di fortuna, che imposero presto un’economia a netta impronta commerciale: i negozianti, dice Apih, divennero un potente gruppo capitalista che dal 1755 ebbe anche la sua Borsa. La crescita urbana attirò artigiani da mezza Italia e dall’estero, arrivarono ebrei che Venezia aveva cacciato «perché poveri», e che a Trieste si reinventarono parrucchieri, calzolai, osti, caffettieri, bottegai, tutte attività che si moltiplicarono in modo tentacolare, ma appunto infuocando la lotta per la sopravvivenza, anche con mezzi illeciti (prezzi gonfiati, vendita di roba fradicia…). Danarosi e affamati avevano in comune il fatto di essere profondamente incolti, le prime simil-scuole erano in mano ai preti, mancavano maestri, soldi, penne e quaderni, e soprattutto l’interesse dei ragazzini distratti e rissosi, e delle famiglie. I primi cenni di cultura nacquero a scopo edonistico per il ristoro dei ricchi: il Carnevale, la costruzione del teatro, il Gabinetto di Minerva…

Jacob van Schuppen
Carlo VI d’Asburgo
olio su tela 95×75 cm.

La Chiesa stessa, conservatrice oltre che «instrumentum regni», se doveva aiutare i poveri faceva loro giurare che non avrebbero mai rivolto un dito contro i loro benefattori, e pure le riforme laicizzanti di Giuseppe II non si incardinarono in profondità, perché sempre mancavano soldi, per cui si inventavano nuove tasse che andavano poi a incenerire fino in fondo gli introiti degli indigenti. Anche la Pia casa-ospedale era in deficit per sovrabbondanza di malati, neonati “esposti”, pazzi, poveri, orfani, benché si razionassero cibi e lenzuola pulite (uno ogni due mesi…). L’Istituto dei poveri, che pure c’era, faceva la cernita: per essere accolto un facchino doveva avere almeno tre figli, le donne non erano ammesse. Per legge un uomo non poteva sposarsi se non dimostrava di poter mantenere la moglie: «Tutta questa attività della borghesia, attuata in chiave di conservatorismo – scrive Apih –, trovava sempre nelle riforme e nella legislazione allora vigente strumenti coi quali reprimere lo slancio di ascesa dei ceti popolari, quello slancio che essa stessa sollecitava, ovunque entrava in contrasto con i suoi interessi». Dunque ai disagiati non bisognava dare tanto che arrivassero a mettersi in concorrenza con chi aveva fatto la semplice elemosina, nel pregiudizio – di moraleggiante stampo medioevale – che il povero è causa del suo male, per pigrizia e cattivo portamento.

Ma anche le fondamentali norme che favorirono l’accesso di tante genti operose furono redatte dagli Asburgo con precisi paletti, per attirare il segmento «economicamente potente» e «tecnicamente capace», in cambio questi immigrati sarebbero stati considerati «ospiti», avrebbero goduto di tutte le «libertà utili», di terreni a buon prezzo per costruire case «a prezzi onesti», sarebbero stati esentati dall’obbligo militare e avrebbero goduto di «immunità per crimini e fallimenti commessi altrove». La cittadinanza, però, sarebbe arrivata solo coi soldi: occorreva possedere famiglia, beni immobili per almeno 1000 fiorini, pagare di tasse almeno 100-200 fiorini (la paga annuale di un basso ceto arrivava sì e no a 125 all’anno…). Tutti gli altri erano lasciati liberi di inurbarsi, ma restavano facchini, carradori, bassa servitù, con periodi di disoccupazione che li trasformavano in accattoni, e gli accattoni venivano multati se non arrestati…

Eppure anche questi spiragli facevano gola: entrarono nei ranghi veneti, slavi, friulani, e i villici del Carso scesero in città, e il loro posto fu occupato dai villici sloveni: prese forma allora lo «slavismo suburbano di Trieste», come lo definisce Apih.

Una stampa di Trieste nel ’700

Il prosieguo è noto. Saline bonificate, creazione dei borghi Teresiano e Giuseppino, la popolazione passa dai 3875 abitanti del 1735 ai 20.900 del 1808, anno in cui, secondo le fonti dello storico, la città consisteva di beni immobili per 50 milioni di fiorini (mezzo milione aveva speso Demetrio Carciotti per il suo famoso palazzo). E in tutto questo enorme, disagiato trambusto s’era anche verificata un’altra specialissima cosa: Trieste, riempita di genti d’ogni parte, e così insignificante di per se stessa, era riuscita sotto una “proprietà” estera (l’Austria tollerante) a conservare la propria italianità. Scrive Apih: «Non si tratta (…) del fatto miracoloso di un comunello di tremila abitanti che italianizza una massa di stranieri sette od otto volte superiori per virtù della sua tradizione umanistica di cui era depositario. Siamo semplicemente in presenza del processo di costituzione di una nuova grande città italiana che nasce sì dalla fusione di elementi diversi e talora contrastanti ma che da essi si sdebita, amalgamandoli e rinnovandoli, siano essi sloveni o greci o nobili del moccolo (come scherzosamente erano detti i patrizi…)». Il cosmopolitismo assimila, ma come ogni processo contiene in sé i germi di un andamento inverso e fagocitante, e questa sarà la durissima storia del ’900.