LA PAURA FA SETTANTA

| |

Il decennio delle stragi e del terrorismo nel monumentale “diario” di Deaglio e l’ex giudice Turone offre rivelazioni su Berlinguer, Moro e il ruolo della P2

di Roberto Curci

Enrico Deaglio
in collaborazione con Ivan Carozzi
C’era una volta in Italia.
Gli anni Settanta

Feltrinelli, Milano 2024
pp. 784, euro 35

«Il mostro è un ballerino comunista di Canzonissima». Ricordo ancora questo titolo, sparato su un quotidiano della sera il giorno in cui il tassista milanese Cornelio Rolandi disse di riconoscere in Pietro Valpreda («l’è lü!») colui che aveva portato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana il giorno della madre di tutte le stragi italiane: 12 dicembre 1969, 17 morti, l’inizio della fine delle illusioni dei “fantastici” Sessanta.

è da qui, con qualche giorno di anticipo, che prende avvio il secondo, monumentale volume della serie C’era una volta in Italia dedicato agli anni Settanta da quel caparbio giornalista d’inchiesta che è sempre stato Enrico Deaglio (Gli Anni Settanta, in collaborazione con Ivan Carozzi, Feltrinelli 2024). E con un anno di anticipo, nel 1978, si chiude la sua capillare ricognizione di un decennio copiosamente insanguinato dallo stragismo neofascista e dal terrorismo brigatista: 1978, anno del rapimento e assassinio di Aldo Moro che segnò una conversione a U nel quadro degli squilibrati equilibri politici italiani.

è appunto il pauroso crescendo della violenza estremista, eterodiretta dai complottisti interni ed esterni, a costituire il filo rosso (e nero) della ricostruzione, anno dopo anno, di Deaglio e Carozzi. Ci si chiede ancor oggi come sopravvisse il Paese a quegli choc pressoché quotidiani, senza che, ad esempio, si verificasse ciò che tanti dei manovratori occulti della “strategia della tensione” (la P2, i servizi segreti deviati, italiani e americani) auspicavano: un’involuzione autoritaria in chiave anticomunista, se non un golpe alla cilena (1973, uccisione di Allende) o all’argentina (1976, trentamila desaparecidos), con la connivenza abbastanza esplicita e quasi ufficiale, in questi ultimi casi, dei vertici di Washington.

La strage alla Banca dell’Agricoltura 12 dicembre 1969

è un «conteggio lugubre», in effetti, quello di cui Deaglio sembra scusarsi nella Presentazione: «Quante stragi? Quanti attentati? Quanti morti ammazzati, dalla polizia, dai fascisti, dalle Brigate rosse, dalla mafia?», un rendiconto al quale, avverte l’autore, sono da aggiungere le centinaia di sequestri di persona avvenuti nell’arco del decennio, che avrebbero fruttato ai sequestratori – azzarda – circa 500 miliardi di lire, «facendo dell’Anonima sequestri il più grande motore economico-finanziario italiano».

Forte di una bibliografia già assai nutrita e dedicata prevalentemente proprio agli “anni di piombo” e ai troppi misteri italiani, destinati a rimanere tali, Deaglio prende avvio dalla Milano del dopo-bomba e dalla conseguente “perdita dell’innocenza”, dalla pista anarchica che si sarebbe assai presto rivelata un solenne depistaggio, dalla morte di Giuseppe Pinelli (suicidio? Omicidio? Malore fatale? Chissà) e dalla sequenza di episodi più o meno cruenti legati all’imperversare degli opposti estremismi extraparlamentari.

A futura memoria vengono riesumate «stranezze linguistiche» che caratterizzano quegli anni: assalto al palazzo, gambizzazione, ostaggio, pentiti e dissociati, oltre a formule acrobatiche quali le “convergenze parallele” e quel “compromesso storico” uscito faticosamente dalla mente di Aldo Moro e che, a ben vedere, fu all’origine della sua morte. Va ricordato che nel 1976 (anno, tra parentesi, del catastrofico terremoto in Friuli) alle elezioni politiche anticipate non si verificò il paventato/auspicato sorpasso del Partito comunista di Berlinguer sulla Dc, ma il primo giunse a quattro punti percentuali dalla seconda (34 contro 38 per cento).

Il ’76, tra l’altro, fu l’anno del feroce colpo di stato in Argentina, in cui alla giunta militare diede una mano (come poi accertato e ammesso) la massonica Propaganda Due, alias P2, di Licio Gelli. Per «ristabilire l’ordine e combattere il marxismo» nell’arco di sei anni fu commesso – scrive Deaglio – «il più spaventoso genocidio organizzato in un Paese occidentale dopo l’Olocausto».

S’intende che però non manca, in questo viaggio a ritroso di mezzo secolo, quanto attiene alla sfera della società, dei costumi e dei consumi. Tra bombe e lacrimogeni la vita va avanti facendo finta che, e bastano a farcelo rammentare le paginette di schematici “Annali” che Deaglio premette ai vari capitoletti. Di anno in anno si ha così un riassunto globale, che consente di orientarsi non solo sul piano politico-istituzionale, ma anche su quello sportivo, culturale, musicale, cinematografico. Significativo di questa visione a 360 gradi è il fatto che il primo spazio riservato al 1970 riguardi «una storia d’amore. O meglio: un  giallo amoroso». Ovvero: «Le nozze che non ci furono: Pasolini e Maria Callas».

Giuliano Turone
Crimini inconfessabili
Il ventennio dell’Antistato che ha voluto e coperto le stragi (1973-1993)
Fuori Scena, Milano 2024
pp. 304, euro 19,50

E tuttavia è il filo rosso-nero, con tutti i suoi nodi ancora non sciolti, a marchiare davvero quel decennio. A chi voglia saperne ancora di più, e scoprire dati di fatto più che inquietanti ma rimasti sotto traccia (in specie su Berlinguer, Moro e la strage alla stazione di Bologna), è consigliabile il libro non di un giornalista, ma di un giudice che con la P2, la mafia, il caso Sindona ha avuto parecchio a che fare. Giuseppe Turone, dopo Italia occulta, ritorna su argomenti delicatissimi con Crimini inconfessabili. Il ventennio dell’Antistato che ha voluto e coperto le stragi (1973-1993), Fuori Scena, 2024). Dal quale chi non lo sapesse può apprendere, ad esempio, che nella capitale bulgara si tentò nel 1973 di uccidere Enrico Berlinguer (a meno di non aver già letto il Berlinguer deve morire di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti) e che nei 55 giorni del sequestro Moro fu un emissario di Henry Kissinger, tale Pieczenik, paracadutato a Roma, a sabotare ogni ipotesi di trattativa, anche quelle del Vaticano. Contro ogni velleità eurocomunista, anche Moro – come Berlinguer – “doveva morire”.

Il rinvenimento del cadavere di Aldo Moro
Roma, Via Caetani
9 maggio 1978