LA SCOMPARSA DI GUIDO BOTTERI

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di Marina Silvestri

 

Riferendosi all’Archeografo Triestino su cui scriveva, Guido Botteri, scomparso lo scorso gennaio, racconta nella sua autobiografia, 80 e ½ la resa dei conti (Comunicarte, Trieste, 2007) che “la scelta di una rivista così ‘paludata’, è legata a due motivi: uno nobile, l’altro meno. Il primo è l’orgoglio di entrare a far parte dei collaboratori della più longeva rivista italiana, fondata nell’asburgica Trieste da Domenico Rossetti nel 1829[…] Il secondo: la convinzione che la pubblicazione dei saggi annuali non comporta la richiesta all’autore da parte dell’editore, di nessuna delle tradizionali iniziative promozionali.[…] L’Archeografo Triestino è inoltre consultabile, e consultato per “saecula seculorum”. Specchio della personalità di un uomo che ha attraversato i più drammatici e poi costruttivi anni della Trieste del dopoguerra. Nato di fronte all’Istituto dei poveri, il 2 maggio del 1927, giornalista professionista, Guido Botteri, legato al mondo cattolico e alla DC di cui fu dirigente, e anche segretario provinciale, sarà ricordato per essere stato fra i fondatori e presidente del Teatro Stabile di Prosa, nella grande stagione con la direzione artistica di Sergio d’Osmo, che ebbe particolare attenzione al dialetto triestino, con le Maldobrie, a Svevo, alla drammaturgia slovena; una passione, il teatro, che non lo abbandonerà mai, e sarà motivo fino all’ultimo giorno per passare qualche serata a Trieste. Per un decennio direttore della sede Rai Friuli Venezia Giulia, e a lungo anche caporedattore dei servizi giornalistici, dal 1981, dopo il pensionamento, si era ritirato a vivere sul Carso, a Precenico, località in comune di Duino Aurisina, nella casa in dolina.

Una biografia strettamente legata alla storia della città a partire dai nonni materni e paterni le cui vicende Botteri ricostruisce riscoprendo le radici e riallacciando i rapporti con il paese d’origine, di cui curerà negli ultimi anni la rivista da lui ideata Strembo oggi ieri, domani. Da Strembo, in val Rendena, Trentino la famiglia era emigrata a metà dell’Ottocento. Masè da parte di madre, due nuclei famigliari arrivati in piazza della Legna (piazza Goldoni) con i loro banchi di salumeria. A Strembo ora è sepolto.

Scrittore, uomo di cultura, autore di numerosi volumi di ricerche storico culturali e di studi storico-politici su Trieste, è stato un uomo di potere che nella seconda parte della vita si è messo al servizio della storia, illuminando con ciò retrospettivamente gli anni della militanza.

Giornalista già a vent’anni, lavora nel 1947 per Ultimissime, foglio legato alla DC, critico cinematografico per il settimanale La Prora organo della DC di Trieste e dell’Istria, poi redattore e direttore del Giornale del Lunedì (con le caratteristiche di settimo numero di un quotidiano, che successivamente ospiterà La cittadella di Carpinteri e Faraguna), nel 1954 al Giornale di Trieste degli Alessi, (per gli Alessi aveva lavorato a Catania dove manterrà amicizie con artisti e intellettuali), poi al Piccolo. Sono gli anni del Governo Militare Alleato, Guido Botteri è cronista di nera, segue le elezioni nella zona B dove è oggetto di aggressioni, firma come ‘inviato’ il pezzo sul matrimonio di Fulvia Franco e Tiberio Mitri (‘Settemila tifosi alle nozze’), ed è ‘inviato’ a Duino per il passaggio di consegne fra il generale inglese Winterton e l’italiano De Renzi; nello stesso periodo collabora con il settimanale diocesano Vita Nuova, e sostiene l’apertura a sinistra da parte cattolica verso i socialisti. Difensore delle posizioni di Degasperi, mente tattica brillante, non fu sempre in accordo con la politica della DC. Quando aveva invitato in un articolo l’Italia a reclamare la costituzione dell’intero Territorio Libero di Trieste, così come previsto dal Trattato di Pace di 1947, che avrebbe determinato il ritiro delle truppe anglo-americane da Trieste, ma anche di quelle jugoslave dalla zona B, – convinto che nel TLT sarebbe stato facile promuovere un plebiscito per l’annessione alla Repubblica italiana non solo di Trieste, ma anche dei distretti di Capodistria e di Buie – la presa di posizione gli era costata la denuncia al collegio dei probiviri del partito.

Dal 1956 dirige in co-direzione prima con Guido Miglia poi con Giorgio Cesare la rivista Trieste, nata nel 1954 in seno al Cln, Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, con collaboratori prestigiosi, quali Stuparich, Quarantotti Gambini, Schriffer, Cervani e Maier. Nella redazione matura il suo interesse per la storia della città, ed è lo stesso Carlo Schriffer a fargli scoprire l’opera del vescovo Luigi Fogàr alla cui figura dedicherà uno dei suoi libri, che si affiancheranno a quelli sull’attività dei vescovo Santin e Bartolomasi; inoltre dal 1958 al 1965 è responsabile della redazione culturale e della cronache letterarie del Gazzettino di Venezia. Vi collaborano Dino Dardi, Aldo Giannini, Sergio Brossi, Tino Ranieri, Sergio Bartole, Carlo Milic, Vito Levi.

La storia del settimanale Il Meridiano che esce dal ’72 al ’76 è quella dell’affermazione a Trieste del centro-sinistra, Marcello Spaccini al Comune, Michele Zanetti alla Provincia. Botteri riassume la battaglia politica-giornalistica condotta nella città e gli argomenti sui quali la rivista punta: l’antifascismo – dal processo sulla Risiera alla denuncia delle trame nere e dell’eversione collegata al partito neo-fascista -, l’attenzione alla minoranza slovena, il più valido strumento per il superamento – da parte italiana – dei pregiudizi e della animosità, il sostegno alla riforma psichiatrica di Basaglia, la valorizzazione di una ‘triestinità’ non campanilista, ma intesa come valore di genti di confine, di ‘popolo europeo’. Successivamente Botteri è artefice della cooperativa giornalistica La Bora, rivista di approfondimento storico del passato, in linea con le riviste Trieste e Il Meridiano che sarà riproposta negli anni ’93-95’ con Trieste&oltre. Si ritira dalla vita politica dopo l’affermazione della Lista per Trieste, in cui vede una risposta ‘in negativo’ di chiusura, di rinuncia, di angoscia del “nuovo”, di “paura per il rischio”, di frustrazione (“il sangue addomesticato” di cui parlava Slataper).

Amico di artisti ed intellettuali. Nino Perizi, gli architetti Marcello d’Olivo e Luciano Celli, Fulvio Tomizza di cui valorizza la produzione teatrale (un’amicizia poi incrinatasi come racconta e motiva), Elio Bartolini, Furio Bordon, e molti altri. Agli artisti triestini e ai loro ritrovi, dedicherà un intervento pubblicato per i Quaderni del Teatro Stabile di Prosa, nel 2003 in occasione della messa in scena della Mostra di Claudio Magris, incentrata sulla figura di Vito Timmel.

Nella seconda parte della sua autobiografia Botteri fa il punto sull’esperienza politica nella DC e i rapporti con i dirigenti quali Belci e Coloni, e sulle tematiche affrontare nei libri a cui si è dedicato, iniziando dai quaderni della Collana Civiltà della Memoria per le edizioni Studio Tesi di Pordenone. Scrive: Per un giornalista ci sono diversi modi di “rapportarsi con la storia”, testimoniando con le cose che scrive – il presente, l’attualità, ma inquadrandole sia nel contesto generale (che può essere locale, nazionale o anche universale) sia collocandolo come “tappa” di un processo maturato e sviluppato all’indietro – nel tempo. Il tutto senza la pretesa di voler rubare il mestiere agli storici di professione. Intuendo – e quindi segnalandolo – che si sta vivendo o assistendo a qualcosa che inciderà profondamente sul destino di una singola realtà umana o di una comunità, grande o piccola che sia. Infine, che il proprio prodotto – anche il più modesto ed il più umile – sarà comunque una “fonte storica” per conoscere e anche giudicare l’eroe e le vicende che abbiamo vissuto e descritto; con tutta la faziosità che è lecito documentatamente, attribuirci.

Fra gli argomenti studiati, le vicende dei cattolici di queste terre sotto l’Austria (già oggetto della sua tesi di laurea), nel primo dopoguerra e durante il fascismo, per arrivare al volume I cattolici triestini nella Resistenza e alle figure di don Marzari, il sacerdote chiamato a presiedere nella laica Trieste, su proposta di un comunista, l’ultimo comitato dei cospiratori antifascisti e del laico Paolo Reti che se fosse uscito vivo dalla Risiera sarebbe divenuto – ne sono certo – il vero grande leader della Democrazia Cristiana. Ricostruisce inoltre le figure del nazionalista Bruno Coceani podestà fascista di Monfalcone legato ai Cosulich, prefetto di nomina nazista a Trieste e del giornalista Mario Grambassi, morto volontario in Spagna; studia il fenomeno dell’indipendentismo e i suoi principali esponenti come lo storico Fabio Cusin, il comunismo, lo scontro fra Tito e il Cominform e il leader rivoluzionario Vittorio Vidali, il Movimento Friuli, la storia del sindacalismo in regione; i suoi lavori includono volumi di economia, di storia della cultura, dell’arte, del costume e dello spettacolo: dal Politeama Rossetti al Caffè degli Specchi, al Portofranco, al Museo Commerciale, ai Wultz dinastia di fotografi, ad Angelo Cecchelin e Jole Silvani. Attratto dall’idea di Mitteleuropa, dalle ambivalenze e i contrasti di Trieste.

Intellettuale dai forti contrasti, di amicizie e inimicizie, d’intelligenti azzardi e consapevoli scelte di parte. L’autobiografia non a caso porta come sottotitolo La resa dei conti. I conti con le radici li giudica in pareggio, così come quelli con il mestiere di giornalista, con la politica non ha dubbi nel sostenere che ha dato di più, con la cultura vede un margine di ‘utili’, con la storia si giudica vincente, mentre con Trieste, scrive, – non so se si possono tirare le somme dell’amore e della rabbia, due sentimenti che ho nutrito – e nutro – per la mia città natale […] amata per le sue contraddizioni e i suoi paradossi. Fonte di rabbia per le continue “occasioni perdute”, per darsi un futuro più “alto”. Alla fine, penso amaramente, i conti con Trieste, mi vedono perdente. Ma forse, la “mia Trieste”, non esiste. Sul presente e sul futuro il pronostico resta aperto a tutte e tre le varianti del Totocalcio. Le decisioni politiche cui ho partecipato e, in diversa misura, determinato, e l’attività pubblicistica, sono stati portati avanti e sostenuti con la coscienza di partecipare alla “scrittura della storia”. Il futuro dirà alla fine, se i “conti “torneranno.

Nel post-scriptum alle sue memorie stampate in 500 copie, 499 destinatari di cui 3 biblioteche (il cinquecentesimo esemplare lo salvo per me), Guido Botteri rivolgendosi all’editore Massimiliano Schiozzi, chiude con tre righe che sono un epitaffio: Io, caro Max, appartengo alla D.C. (Democrazia Cristiana per chi non se lo ricordasse) di Aldo Moro, alla Rai di Ettore Bernabei, alla Trieste di Francesco Giuseppe e di Scipio Slataper, al Trentino di Alcide Degasperi, al mondo cattolico di Luigi Fogàr ed Edoardo Marzari.