L’AFRICA DI EDOARDO DI MURO

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Una mostra di stupefacenti disegni ci narra dell’Africa contemporanea ed eterna, acuta opera di un suo straordinario innamorato

di Walter Chiereghin

Edoardo Di Muro

è allestita alla Sala Nathan del Magazzino 26, nel Porto Vecchio di Trieste, la mostra “Africa 1970-2005. Disegni di Edoardo Di Muro. Trieste-Dakar”, che rimarrà visitabile fino al prossimo 27 settembre. Curata da Paola Bristot, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e Linguaggi dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. e da Mimina Di Muro, antropologa e figlia dell’artista, l’esposizione è realizzata dall’Associazione Viva Comix in coorganizzazione con il Comune di Trieste, con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Sono proposte al pubblico cento opere prestate dagli eredi dell’artista, selezionate tra le oltre settecento da lui prodotte.

Nato a Cuneo nel 1944, Edoardo Di Muro fin dagli anni dell’infanzia, nel non facile dopoguerra, trovò nel disegno una modalità di espressione che rimase forma privilegiata anche negli anni della sua maturità. Dopo diversi mestieri tra i quali quello di guardiacaccia nei parchi delle Alpi Marittime, nel 1973 si imbarcò come marinaio su un cargo, sbarcando infine in terra d’Africa, il che segnò il seguito della sua esistenza, con la scelta di vivere stabilmente dentro la complessa realtà africana, diventando un attento osservatore della vita quotidiana degli autoctoni e della natura che circondava i centri abitati. Il suo stile grafico, caratterizzato da un tratto minuzioso a china e rapidograph, realizzato direttamente dal vivo, gli permise di catturare istantaneamente l’anima di mercati brulicanti, foreste lussureggianti, animali selvatici e riti ancestrali.

Gina e Mimina
Kafolo Comoe, Costa d’Avorio, 1992

La sua parabola esistenziale lo portò anche a collaborare negli anni Ottanta a Parigi con prestigiose riviste di fumetti come Charlie Hebdo e Pilote, stringendo amicizie durature con figure del calibro di Georges Wolinski(noto anche in Italia per la sua collaborazione a Linus,e caduto nella redazione di Charlie Hebdo assieme ad altre undici vittime nella strage compiuta da terroristi islamici  il 7 gennaio 2015) e lo scrittore e disegnatore francese François Cavanna.

La versatile creatività di “Edo” si espresse, oltre che nel minuzioso realismo dei disegni, nella creazione di raffinati batik in Senegal, nell’illustrazione di manuali medici per i villaggi più remoti e nella pubblicazione di importanti antologie introdotte da figure chiave della cultura africana. Dalla Costa d’Avorio, dove lavorò come guida nel Parco Nazionale della Comoé, fino agli imponenti altopiani dell’Etiopia, Di Muro ha attraversato e amato visceralmente il continente, prima di ristabilirsi in Italia negli anni Duemila e continuare a esporre le sue opere in tutto il mondo.

In Africa il suo impegno creativo non si limitò alla documentazione di quanto gli veniva proposto dall’osservazione attenta ed empatica di paesaggi naturalistici, di ritratti e di momenti associativi della realtà antropologica che lo circondava, ma si espresse anche attraverso opere fortemente connotate da un impegno politico e sociale a supporto di quanti, in diversi Paesi, lottavano contro l’apartheid (in Namibia) e il colonialismo  (in Angola), creando manifesti di propaganda di denuncia contro le disuguaglianze sociali e le ingiustizie, portando così il suo contributo alla lotta della SWAPO, Organizzazione Popolare per l’Africa del Sud Ovest, aderente all’Internazionale Socialista, particolarmente impegnata per la separazione della Namibia dal Sudafrica razzista, indipendenza che fu conquistata soltanto nel 1990, dopo una lotta – anche armata – durata un trentennio.

Mercato di Adjamé
Abidjan, Costa d’Avorio, 1989

Si sposta in quasi tutti i Paesi dell’Africa sub-sahariana, e dappertutto le sue illustrazioni sono oggetto di mostre ed esposizioni, a cominciare dalla prima presso la “Gallerie 39” di Dakar nel dicembre del 1979. Negli anni Duemila Di Muro ritorna in Italia e si stabilisce nella sua Cuneo, dove diene a mancare nel 2022.

Quanto ci ha lasciato sono oltre 700 disegni, catalogati dalla figlia Mimina, da Paola Bristot e dalla fotografa Elena Tubaro, che da tale patrimonio iconografico hanno selezionato le opere esposte alla Sala Nathan del Magazzino 26, che testimoniano del suo appassionato lavoro. Come ha detto la figlia nel presentare la mostra, cuo padre «aveva sempre seguito una bussola interiore: ha costruito il lavoro di una vita con la precisa intenzione di consegnarlo ai posteri. Dietro il caos apparente della sua esistenza si cela infatti un ordine rigoroso. I suoi disegni non sono solo una documentazione capillare sull’Africa, ma rivelano un filo conduttore invisibile che lega ogni illustrazione ai viaggi e agli spostamenti della nostra famiglia. Di fatto, mio padre ha strutturato la sua opera secondo precise coordinate geografiche, storiche e antropologiche, lasciandoci un tracciato chiaro, profondo ed eloquente».

Per quelli di noi che non hanno avuto l’occasione di viaggiare, nemmeno come turisti, in terra d’Africa – ma che ne hanno ugualmente una nostalgia per quanto hanno loro regalato le letture di Hemingway, di Kapuściński, di Karen Blixen, o, magari negli anni lontani dell’infanzia, di Edgar Rice Burroughs, l’autore del ciclo di Tarzan – capiterà, visitando la mostra, di averne un’immagine aggiornata, dettagliata e fascinosa del continente che finora avevano soltanto modo di sognare.

Mombasa, Kenia, 1997