L’ALTRA VERITA’ SU CEFALONIA
Gabriella Ziani | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | saggi
Un saggio di Aurelio Slataper sull’eccidio dei soldati italiani della Divisione Aqui nel settembre 1943
di Gabriella Ziani
Cefalonia 1943-1944
Una storia controversa
Mursia, Milano 2025
pp. 348, euro 21,00
È uno dei più clamorosi e disastrosi capitoli della seconda guerra mondiale. Il racconto che ne è stato fatto è denso di ombre. Ora abbiamo uno studio testardamente scientifico che dimostra come la tragica vicenda dell’isola greca di Cefalonia, dove tra ’43 e ’44 degli 11.560 militari italiani presenti (a fronte di soli 1800 tedeschi…) 9.000 furono i caduti o gli assassinati, solo 1.286 i superstiti, sia stata nel dopoguerra raccontata in modo parziale se non distorto. A ristabilire il giusto verso delle cose hanno contribuito i ricchi archivi tedeschi, quando sono stati disponibili, e il lavoro particolarmente esaustivo di alcuni ricercatori, ma la storiografia italiana pare non ne abbia fatto grande uso.
Questo risulta dallo studio tenace e scandalizzato di Aurelio Slataper, storico non di professione ma di fatto, che in Cefalonia 1943-1944. Una storia controversa (Mursia) ripassa daccapo la tristemente famosa carneficina di cui fu vittima la Divisione Acqui, e ne attribuisce la responsabilità ai più che ambigui comportamenti del generale che la guidava, quell’Antonio Gandin pluridecorato che fu spedito sull’isola il 12 giugno ’43 come capo di Stato maggiore della XI Armata.
La storiografia ufficiale lo ha innalzato a eroe usando a man bassa, senza la prudenza del dubbio, il diario di uno di personaggi-chiave della vicenda, padre Romualdo Formato, cappellano militare del 33° Reggimento di artiglieria della Acqui, testimone diretto dei fatti (non tutti, pare) ma anche abile retorico responsabile di contraddizioni e mistificazioni. In extremis, scansata la fucilazione grazie al proprio ruolo di religioso, passerà ai tedeschi e alla Repubblica di Salò, e verrà mandato non in un lager di morte come i restanti prigionieri (i non fucilati), ma in un campo di addestramento tedesco delle SS, dove si dedicherà alla stesura delle sue memorie. Un testo, pubblicato nel 1946, che gli diede onori e fama. E di cui in seguito, fra trasferimenti e traslochi, è andato perduto l’originale e restano solo fogli sparsi in fotocopia.
La storia, più volte ricostruita, ha trascurato o ignorato le trattative segrete coi nazisti, che gli archivi tedeschi mostrano in chiaro, condotte dopo l’armistizio dell’8 settembre dal generale che parlava benissimo la lingua e aveva già avuto ampia consuetudine coi comandi germanici in quanto al vertice della segreteria personale del generale Badoglio, quando quest’ultimo era capo di Stato maggiore. E altrettanto risulta ignorato un altro fatto decisivo: denunciò agli alti comandi tedeschi come «insubordinati» i suoi soldati che, a seguito di uno sbilenco e incongruo referendum notturno, avevano correttamente manifestato la volontà di combattere contro gli ex alleati, in contrasto con gli attendismi in corso. In quel momento Badoglio, nuovo capo del governo, anche se con ritardo (e pur consapevole di dover sacrificare mezzo milione di soldati sparsi all’estero), aveva già ordinato di considerare nemiche le truppe di Hitler. Gandin – si dimostra – lo sapeva: le comunicazioni erano attive, non “mute” come poi si volle far credere. E comunque quando mai le azioni di guerra sono state decise per referendum tra i soldati? Dunque l’alto ufficiale prima contravvenne agli ordini di Stato trattando autonomamente o il passaggio nelle fila tedesche, o una resa favorevole, e subito dopo denunciò ai tedeschi stessi la truppa come «insubordinata» al suo compiacente volere. Cosa assai grave, perché da quel momento gli italiani presenti a Cefalonia verranno subito inquadrati come banditen (termine affibbiato ai partigiani), dunque da sopprimere a vista, in spregio alle convenzioni giuridiche di guerra.
Che cosa spera, in quelle drammatiche circostanze, il Gandin che via via fa altre cose strane, come piazzare una radio trasmittente in bocca ai tedeschi già al corrente dei codici cifrati, e smobilitare postazioni-chiave utili poi al nemico per far sbarcare i rinforzi? Alla meglio, ondeggia e tergiversa, finché dai comandi del Reich riceve anche l’offerta di passare, con cariche di primo piano, nella Repubblica sociale di Salò. Non accetta. Ma tra una mossa sbagliata e una di ripiego si trova – portandosi dietro migliaia di “figli di mamma” (termine tristemente ironico che Slataper usa più volte) – in un cul de sac, la classica strada senza uscita.
Con quella denuncia (scritta in tedesco ai tedeschi, non ne esiste copia in lingua italiana) il temporeggiatore aveva di fatto firmato, ci dimostra l’autore con la veemenza delle prove a supporto, la condanna a morte della sua truppa. Hitler stesso, subito messo al corrente, si considerò tradito dal generale “amico” che sperava di usare come esempio, e come fiancheggiatore in vista della già ben organizzata occupazione militare dell’Italia, e diede ordine che nessuno a Cefalonia fosse fatto prigioniero. Ciò fu testimoniato anche al processo di Norimberga, dove il generale Lanz spiegò che quella decisione era la diretta conseguenza della «denuncia di ammutinamento» comunicata da Gandin. Il quale, forse alle corde, aveva scelto l’infida scappatoia per disincagliarsi da trattative che lo stavano bruciando fra due fuochi. E comunque le portò avanti fino all’estremo. Ma il 15 settembre ’43 i tedeschi attaccarono, e in pochi giorni si arrivò alla strage. Da lì una mattanza dopo l’altra, a colpi di 400 esecuzioni alla volta. Intere compagnie vennero messe al muro, probabilmente gli uccisi a freddo sommano a 2.482. Il gruppo degli addetti al corpo sanitario (60) prima di ricevere la pallottola fu anche depredato. Crimini di guerra.
Gandin fu fucilato il 24 settembre con altri 186 ufficiali nei pressi di quella che diventerà famosa come la «casetta rossa». I tedeschi inscenarono per lui la finta ricerca di un giudice militare per deciderne il destino. Furono graziati i sette cappellani militari (tra cui Formato), i soldati provenienti da aree italiane già sotto il controllo del Reich (Friuli Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige), undici si salvarono per riconosciute benemerenze fasciste, alcuni per intercessione di mediatori italiani. I 37 sopravvissuti, compreso il cappellano, passarono ai tedeschi. Le salme dei morti furono gettate in mare, un mare che già conteneva i resti di 1.569 soldati imbarcati dai tedeschi per il trasporto in Grecia, ma devastati dalle mine sistemate lungo tutta la costa.
Delle migliaia di deportati nei lager tedeschi e dell’Europa orientale molto pochi usciranno vivi. Tra questi tale Bruno Bertoldi, che dopo infinite e terribili tappe finì in Russia, a 30 gradi sotto zero, in condizioni così estreme da indurre al cannibalismo, come egli stesso poté riferire. Alto 1.80, al suo ritorno pesava 44 chili. A pochi passi da casa, la vigilia di Natale, cadde stremato sulla neve. Fu salvato per puro caso, da operai di passaggio.
Miracolosamente sopravvissuto, il capitano Renzo Apollonio fu costretto ai lavori forzati e a fungere da interprete. Con un suo gruppo di congiurati tentò approcci segreti sia con la resistenza greca attiva a Cefalonia, sia con gli Alleati, che invano avevano già offerto aiuto a Gandin. Il 26 agosto del ’44 ordinò l’insurrezione ai pochi rimasti. L’8 settembre – che data! – gli italiani riconquistano l’isola, il 10 i tedeschi residui capitolano (e non vengono fucilati, ma, con rispetto, imbarcati…). Eppure Apollonio rimase colpito dalla fama di “collaborazionista”. Rientrato in Italia nel novembre ’44 assieme ai 1.286 reduci, laceri e imbarbariti, con altri 27 ufficiali verrà portato in tribunale. Sarà assolto, ma l’ombra gli resterà addosso. «La storiografia – scrive Slataper – esalta chi ha provocato l’eccidio, e pone fra gli imputati chi si atteneva agli ordini del Comando supremo».
È con grande passione civile, corredata da un palese senso di scandalo sia per i fatti e sia – quasi soprattutto: è questo il senso “correttivo” del libro – per la falsificazione delle memorie, che Slataper ha certosinamente rimesso assieme tutte le tessere con un lavoro durato molti anni, fra archivi e vasta bibliografia. Per la sequenza serrata quasi ora per ora degli accadimenti in quell’anno fatale, per la massa di documenti di cui tiene saldamente le redini, per l’indagine su ogni singolo personaggio e ruolo, e non da ultimo per il continuo fiotto di giudizi etici, morali, politici è una lettura che conquista, e quasi sorprende per tecnica di ricerca e fuoco narrativo. In buona sostanza tutto ciò che è diventato noto sulla tragica Cefalonia è stato, afferma l’autore, «un cantiere della memoria in cui le rievocazioni vengono strumentalizzate a “nobili fini politici”», mentre nei ristretti confini di quell’isola andò in onda un «allucinante tripudio di follia collettiva». Violenze inaudite, che purtroppo vediamo anche adesso sui nostri schermi quotidiani, e il riverbero tra ieri e oggi è, per chi abbia testa e cuore, disperante.
Sarà appena il caso di accennare che questo capitano Apollonio risulta collegato al vasto dispiegamento familiare degli Slataper, famiglia falcidiata dalla prima e dalla seconda guerra mondiale: Scipio (nonno di Aurelio) caduto nel ’15, Scipio secondo (padre) caduto nel ’43 in Russia. Come ha ben narrato lo stesso autore in Appunti per una storia di famiglia (2019), un fratello di Scipio (Gastone) aveva sposato Irma Apollonio, di famiglia coraggiosamente irredentista: era fra l’altro nipote di Aldo Apollonio che tentò di disertare ma fu catturato e spedito sul fronte russo, da cui tornò due anni dopo la fine della guerra, «a piedi da Vladivostok». Il Renzo Apollonio di Cefalonia era suo figlio.
