L’AQUILEIA DI ODABELLA

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L’eroina dell’Attila verdiano emerge da un’Aquileia distrutta per vendicarla sul barbaro invasore, evidente metafora della donna risorgimentale

Per gli spettatori di Verdi Aquileia prostrata diventa metafora di un’Italia che crede nell’unificazione nazionale

di Gaia Bigollo

Saioa Hernàndez interpreta Odabella
“Attila” di Giuseppe Verdi. regia di Davide Livermore
Teatro alla Scala, 7 dicembre 2018

L’Attila di Giuseppe Verdi si chiude con un’esclamazione incredula, proferita dal suo stesso protagonista maschile: «E tu pure Odabella!…». Sono le ultime parole che pronuncia il re degli Unni, morente, dopo essere stato tradito e ucciso dalla donna che stava per sposare. L’opera lirica (composta da Verdi su libretto di Temistocle Solera e andata in scena per la prima volta al teatro La Fenice di Venezia, nel 1846) è intitolata Attila, ma il nome della donna a cui questi si rivolge non è certo di minore importanza: Odabella è la figlia del signore di Aquileia, trucidato dal re degli Unni durante la conquista dell’Italia. È la donna che lo accoltella al cuore, vendicando il proprio padre e, con lui, Aquileia stessa.

All’inizio dell’Attila compare un’Aquileia devastata, un «miserando cumulo di rovine» (come descritto nel libretto di Solera) «residuo di un orribile incendio di quattro giorni», opera dell’esercito unno. Durante i festeggiamenti dei soldati barbari, viene condotto al cospetto di Attila un gruppo di donne italiane, destinate a morire. Tra esse c’è Odabella che, erigendosi sulle macerie della città, rifiuta che lei e le sue compagne vengano definite “deboli”, chiedendo che le venga concessa una spada. Attila, sorpreso dal coraggio della donna, le concede la propria: la stessa lama che ha ucciso il signore di Aquileia sarà quindi, per mano della donna a cui è stata donata, l’arma che porrà fine alla vita dell’invasore barbaro. Odabella si presenta come una protagonista pronta ad agire, caparbia nel perseguire il proprio scopo: la rappresentante perfetta di un’Aquileia che, seppur sconfitta, rifiuta di prostrarsi davanti al nemico.

La principessa di Aquileia si assume l’incarico solitario della vendetta; tuttavia, nel panorama più ampio del melodramma ottocentesco, non è di certo sola. Le opere ottocentesche sono infatti popolate di eroine tragiche e, per quanto la passionalità delle donne romantiche non venga mai di fatto abbandonata, i soprani disperati e dediti al sacrificio delle opere di inizio secolo lasciano lentamente spazio a personaggi ribelli, ostinati e disposti a tutto per il conseguimento dei propri obiettivi. Odabella si lascia alle spalle la passività delle figure femminili che l’hanno preceduta, assumendo i tratti complessi che caratterizzano molte eroine verdiane. Simile ad Odabella per virtù e per dedizione alla patria è Giovanna D’Arco, che combatte e si sacrifica per il suo Paese anche a costo di rinunciare all’amore terreno per il re di Francia, mentre l’Abigaille del Nabucco è un inno ad una malvagità ambigua (e non priva di profondità) che più comunemente è prerogativa, ancora oggi, dei ruoli maschili.

Pietro Rovaglia Attila, figurino per Attila acquerello su carta, 1846
Archivio storico Ricordi, Milano

Determinazione e sensibilità rendono Odabella realisticamente ambivalente: soffre per le accuse di tradimento del promesso sposo Foresto, ma al contempo gli impedisce di portare a termine il compito che si è prefissata lei stessa. Pur conscio dell’obiettivo dell’amata, infatti, Foresto mette in atto una strategia per uccidere l’unno, tentando di avvelenarlo attraverso una coppa. Odabella però lo ferma, rivelando al re l’inganno: è la sua spada a dover uccidere Attila. L’ha giurato: sarà lei l’artefice della sua morte. Non può accettare che il re unno sia assassinato per mano d’altri: «nel giorno segnato / a Dio l’ho giurato, / è questa la spada / che il deve colpir.» L’intromissione provocherà l’ira di Foresto, ma nemmeno l’accrescere della sfiducia che questi nutre nei confronti di Odabella sarà in grado di dissuaderla.

Attraverso la determinazione di Odabella, l’Aquileia di Verdi assume il potere salvifico di una promessa. La Roma ormai decadente del generale Ezio (disprezzato da Attila perché disposto a patteggiare per spartirsi le terre, tollerando i soprusi perpetrati sui suoi compatrioti pur di mantenere una posizione di potere) è pronta per essere lasciata alle spalle, e la sconfitta dei barbari prospetta una rinascita. L’opera non suggerisce un nuovo assetto, e se sappiamo che storicamente la fine degli Unni segna l’ascesa dei regni germanici, per gli spettatori di Verdi il nuovo inizio diventa metafora di un’Italia che crede nell’unificazione nazionale. Verdi parla di oppressi e oppressori ad un pubblico che precede i moti del ’48: un pubblico che traduce gli Unni negli Austriaci e i barbari nelle potenze estere che controllano la penisola. Aquileia è quindi la speranza di una liberazione, e questa liberazione è nelle mani di Odabella.

Non è un caso che l’immagine di un’Odabella eretta a vessillo della libertà di Aquileia ricordi un celebre quadro francese. Marianne de La Libertà che guida il popolo (Eugène Delacroix, 1830), è solo una (forse la più famosa) delle numerose figure femminili scelte per incarnare i valori di una specifica patria. Dove esplicita è l’oppressione delle terre, nascosta rimane quella dei personaggi che danno loro un volto: onore, integrità e identità nazionale sono proiettati in un’eroina femminile costretta a rappresentare una terra nella quale non avrebbe davvero voce.

Nel ruolo di rappresentanza che ottempera, inoltre, l’eroina femminile dell’Attila si muove all’interno dei confini del rispetto paterno. Padre e patria non sono poi così lontani, nemmeno come termini: non di rado in Verdi l’amore per la patria si interseca al rispetto per il padre (come spiega Daniela Bini nell’articolo Verdi, Woman and Nation, pubblicato per Italica, Vol. 98, nel 2021), in una logica di appartenenza che non lascia scampo. Odabella è allegoria di un’Aquileia che lei stessa vuole vendicare assieme al – e nel nome del – proprio padre. È per lui che agisce, ed è lui che invoca mentre cerca di difendersi dalle accuse di tradimento del proprio compagno. «Sorridi all’omicida / e la tua patria in cenere / pur non ti cade in mente / del padre tuo morente / l’angoscia, lo squallor» le dice Foresto nel prologo, facendole visita di nascosto nel bosco presso il campo di Attila. «Crudele inganno è questo! / Padre, puoi tu ben leggere / dentro il mio sen dal cielo… / Oh! digli tu, se anelo / D’alta vendetta in cor»: sono le parole che usa Odabella per difendersi, pregando il padre defunto affinché dimostri la propria lealtà a Foresto (libretto di T. Solera, Atto Primo, Scena Seconda).

Odabella smette dunque di essere donna che agisce – e, agendo, rappresenta – per essere donna che incarna, protettrice di un potere a cui non può davvero prendere parte e riflesso degli ideali che le sono stati cuciti addosso. La presenza di un personaggio femminile così rilevante per lo sviluppo dell’opera e l’importanza culturale che la sua rappresentazione di Aquileia implica restano significativi, se inquadrati nel contesto sociale dell’Italia del XIX secolo, ma è innegabile che Odabella sia costretta a difendere un onore che non le può del tutto appartenere.

La donna allegoria non è in fondo un concetto antico quanto vorremmo credere: fertili, pure e da difendere possono essere ritenute, ancora oggi, sia le terre che le donne. Odabella riesce ad essere Aquileia non solo per gli ideali che rappresenta, ma anche in quanto terra contesa, divisa tra le brame degli uomini che decidono del suo destino. Ecco che l’affermazione di Attila alla fine del terzo atto può assumere un nuovo significato: mentre il re degli Unni si stupisce che perfino lei, la donna che ammira, abbia tramato per ucciderlo, noi affermiamo la sua partecipazione ad una catena di oppressione che lega la terra all’essere umano: «E tu pure, Odabella!…» sei stata investita di un ruolo che non hai potuto definire per te stessa. In tal modo, non è più Odabella a rappresentare il territorio irriducibile che per Verdi è Aquileia, ma l’Aquileia distrutta, disputata e politicizzata di Verdi a rappresentare la donna – e tutte le altre prima e dopo di lei – che in quest’opera porta il nome di Odabella.

Eugène Delacroix La Libertà che guida il popolo
olio su tela,1830, 260×325 cm.
Museo del Louvre, Parigi